von mas 17.04.2024 18:00 Uhr

Heimat, una storia 5° – Ore 8.30

… A Palù del Fersina su circa 360 persone optarono in 330.  Alla fine della guerra, quando l’armata rossa costrinse tutti alla fuga, iniziò l’ultimo capitolo delle opzioni mòchene, il più tragico: tornarono a piedi decimati, donne, vecchi e bambini ed arrivarono mesi e mesi dopo in valle, “tra tutte le famiglie solo una padella ed una fisarmonica” …   – Fabrizio Rebolia racconta la Heimat attraverso la storia di suo nonno –  nato Joseph Hofer, morto Giuseppe Offer. Oggi la quinta parte

... fra tutte le famiglie solo una padella... (Immagine da Pixabay)

Era stato solo due volte lontano dal suo maso o dalla sua baita per più di una giornata: quando era stato a lavorare in Germania nel ’39 e quando era andato a vedere la casa della sua figlia minore a Genova e se quest’ultima fu semplicemente una “puntata” di un fine settimana, più il tempo passato sul treno che altro, fu la prima quella che segnò e condizionò tutta la sua vita e quella dei suoi familiari.

Per il Bepi, quella volta l’addio dell’Italia furono soprattutto i minuziosi controlli doganali a cui furono sottoposti al Brennero: uomini in divisa e dalla fronte bassa controllarono minuziosamente  i documenti ed il misero bagaglio al seguito, passato il confine la meravigliosa sensazione di poter di nuovo parlare tedesco!

La discesa verso Innsbruck fu come un meraviglioso preludio della nuova vita che avrebbero avuto nella loro patria d’adozione: in fondo si trattava di un ritorno a casa, visto che loro, gli Hofer, venivano proprio da Innsbruck, generazioni e generazioni addietro.

Arrivarono a Monaco di Baviera e ciò che più lo colpì fu il tripudio di rosso: il rosso delle bandiere dalla croce uncinata era in ogni dove, bandiere ovunque, in Marienplatz, intorno alla Hofbräuhaus, bandiere ovunque, rosso, rosso ovunque.

Sembrava che l’intera città fosse immersa in una festa infinita di colore e poi, camicie brune, ragazzi in Lederhosen, ragazze in dirndl, tutta un’umanità operosa che sembrava dovesse correre verso la vittoria della guerra – lampo appena cominciata. I soldati orgogliosi nel Feldgrau della divisa della Wermacht e poi, vide spuntare le sinistre divise nere delle SS.

Non erano solo le divise ad essere sinistre, sinistro era piuttosto l’atteggiamento che tutti assumevano istintivamente in loro presenza: uomini in divisa, semplici operai o professionisti in giacca e cravatta, chiunque al loro passaggio immediatamente taceva e chinava lo sguardo, come si tace in presenza degli sgherri del padrone, ognuno si sentiva istintivamente colpevole o in procinto di diventarlo.

Furono effettuati i primi controlli sanitari ed i lavoratori stagionali furono smistati ai rispettivi cantieri di destinazione: al Bepi toccò un cantiere stradale alla periferia di Monaco e questa fu una fortuna poiché gli permise di visitare la città nel giorno libero e di farsi un’idea personale delle condizioni di vita dei tedeschi, al di là della propaganda del centro città, delle cartoline – ricordo e soprattutto al di là delle storie che le camicie brune stavano raccontando a tutto spiano in Val dei Mòcheni, per spingere più gente possibile ad optare per il Reich.

Presto si rese conto che, nonostante tutto ciò che si favoleggiava, a Monaco la gente viveva nelle ristrettezze, forse anche a causa della guerra appena scoppiata: gli uomini stavano tutti partendo per la Polonia e per il fronte occidentale e le donne rimaste a casa coi vecchi ed i bambini non avevano l’aria di passarsela benissimo.

Ciò che però più lo impressionò era comunque il clima da “stato di polizia” che vi regnava: bastava che una divisa delle SS o della Gestapo si approssimasse all’orizzonte e subito, tutti cambiavano discorso, tutti tacevano, come quando nella locanda a Pergine entrava una Camicia Nera. Nessuno osava parlare di politica, esprimere dubbi o addirittura, non sia mai, criticare.

Un immenso carcere, ecco cos’era diventata la Germania, con l’unica nota piacevole che qui si poteva parlar tedesco!

Quando il Bepi tornò a casa per Natale, la prima cosa che fece fu di optare per rimanere in Italia: sarebbero diventati dei Dableiber, dei traditori, additati ed evitati da tutti, nemmeno la panca della chiesa avrebbero più diviso con le altre famiglie, ora erano dei reietti.

Se le opzioni in Sudtirolo furono una pagina triste che sradicò e divise la popolazione, in Val dei Mòcheni queste furono addirittura tragiche: gli optanti mòcheni lusernesi, a differenza dei sudtirolesi partirono per primi e partirono per davvero.

Inizialmente si pensava di mandarli in Alsazia – Lorena, ma poi, poiché non erano sufficientemente “rappresentativi” della razza ariana, furono mandati ad occupare le fattorie della Boemia e della Moravia che i legittimi proprietari avevano abbandonato (le SS si occupavano con diligenza dello sgombero forzato, pochi giorni prima dell’arrivo degli optanti).

A Palù del Fersina su circa 360 persone optarono in 330.

Alla fine della guerra, quando l’armata rossa costrinse tutti alla fuga, iniziò l’ultimo capitolo delle opzioni mòchene, il più tragico: tornarono a piedi decimati, donne, vecchi e bambini ed arrivarono mesi e mesi dopo in valle, “tra tutte le famiglie solo una padella ed una fisarmonica”, ancor oggi se ne parla, per significare la grinta e la forza d’animo dei mòcheni in generale e dei paludani in particolare.

Gli uomini poi erano stati immediatamente arruolati nella Wermacht, ed i disabili inizialmente ricoverati nell’ospedale di Pergine e infine uccisi all’insaputa delle famiglie per via del programma T4, che prevedeva l’eliminazione dei malati gravi e dei disabili, in quanto “peso per la società”.

Per i Mòcheni, questo furono le opzioni.

 

 

 

Le “puntate” precedenti:

Per chi si fosse “perso” qualche pezzetto di questa storia, ecco i link alle “puntate” precedenti:

HEIMAT, una storia – Ore 6.00

HEIMAT, una storia – Ore 6.30

HEIMAT, una storia – Ore 7.30

HEIMAT, una storia – Ore 8.00

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