von mas 07.10.2026 18:30 Uhr

Le malghe e… la serenità perduta

Dieci capi predati o comunque morti a causa dei grandi carnivori in una sola stagione: portare il bestiame in alpeggio sta diventando sempre più insostenibile, e non stiamo parlando di costi, ma di qualcosa di completamente diverso e molto più importante

Foto di Alberto Ferrari

Quella dell’alpeggio non è semplicemente una tradizione radicata nei nostri paesi, ma una pratica secolare comune a tutto l’arco alpino, che nasce da una necessità: quella di garantire il benessere e la salute dei propri animali, che per le famiglie dei nostri antenati rappresentavano talvolta l’unico mezzo di sostentamento assieme al mais, alle patate e ai legumi che si riuscivano a coltivare nelle vallate più alte. Gli animali venivano quindi portati in malga durante l’estate affinché potessero nutrirsi dell’erba dei pascoli alpestri, mentre nei prati di fondovalle si seccava il fieno per l’inverno: un’organizzazione economica essenziale ma assolutamente efficace.

Per lo stesso identico motivo, la pratica dell’alpeggio si è mantenuta fino ai giorni nostri. Ma oggi, incredibilmente, tutto è diventato più difficile, problematico e pericoloso, al punto che c’è chi pensa di abbandonarla definitivamente.

Qualche settimana fa abbiamo raccontato come, a Malga Clevet sull’altopiano di Boniprati, il pastore e casaro Damiano si sia fatto portare in alpeggio il fieno tagliato a valle, pur di non lasciare le capre al pascolo — persino se tenute nei pressi della malga, addirittura dentro ai recinti mobili — facili prede del branco (o branchi) di lupi che imperversano nella zona (Link: MALGA CLETE, CAPRE RINCHIUSE „PER LUPO“)

 

Nei giorni scorsi abbiamo invece avuto modo di incontrare Alberto Ferrari, allevatore di Breguzzo: da sempre la sua famiglia d’estate porta mucche e manze a Malga d’Arnò. Ma tirando le somme, alla fine della stagione, anche lui nutre  sentimenti contrastanti e molte perplessità sul futuro.

Quando si va in malga – ci ha raccontato Alberto – si mette sempre in conto di poter perdere un capo, nell’ipotesi più disgraziata magari due: una storta o una frattura alla zampa ci può stare, fa parte del rischio del mestiere. Così come un temporale che spaventi gli animali, che potrebbero ferirsi in una fuga precipitosa.

Invece quest’estate ci siamo trovati a dover contare una decina di mucche e manze predate dai lupi nelle malghe della nostra zona, come Malga d’Arnò, Magiassone, Avalina… L’orso qui c’è sempre stato – aggiunge – ma erano animali schivi, che restavano nelle zone più isolate; difficilmente si facevano anche solo vedere in malga e nei pascoli. Ora invece ci sono i lupi, e quelli fanno davvero paura.

I lupi hanno“ preso su il giro“  – Alberto conferma quanto già affermato il mese scorso  da Franca Maestri al nostro giornale  (LINK: QUANDO IL LUPI FANO IL GIRO)– passano ogni dieci o quindici giorni. Attaccano in branco, isolano un animale, a volte due, e letteralmente lo divorano vivo. Poi l’orso fa il resto, spolpando quello che rimane.

Non è assolutamente una questione di soldi – dice ancora Alberto, rispondendo indirettamente a chi, spesso comodamente seduto sul divano di casa in città, obietta che tanto l’allevatore non perde nulla,  perchè il valore dell’animale predato viene comunque rimborsato da “mamma Provincia” e dall’assicurazione; e di certo non ha mai visto la sofferenza terribile di un vitello ancora vivo ma divorato per metà   –  È che tutto il nostro mondo ha perso la serenità …

. Il nostro non è un lavoro “normale”: non ha orari né ferie, non conosce domeniche, Pasque o Natali. Anche oggi, con tutta la tecnologia possibile, rimane un lavoro faticoso, che richiede soprattutto amore e passione: per questo mestiere, per i nostri animali, per il territorio, per la nostra storia e le nostre tradizioni. Ho sempre amato andare in malga: quelle settimane trascorse in alpeggio non fanno bene soltanto ai nostri animali, ma anche a noi; è un mondo speciale, tranquillo e silenzioso, incredibilmente sereno, che ti resta dentro per tutto l’inverno, fino alla prossima stagione d’alpeggio. Ma ora quella serenità non c’è più: i lupi se la sono mangiata quasi del tutto, proprio come hanno fatto con le nostre manze.

 

Tornare in malga l’anno prossimo? – Alberto se lo chiede da solo – Non è una decisione facile da prendere, sapendo il rischio che corrono i nostri animali. Ma non possiamo neanche arrenderci e mollare tutto, mettendo a repentaglio l’intero mondo dell’agricoltura di montagna. Se molliamo noi, se lasciamo i pascoli alti e le malghe, abbandoniamo un altro pezzetto di montagna.

Se non  si fa qualcosa di concreto, un  pezzo alla volta tutto il nostro mondo finirà con lo scomparire. Non possiamo e non dobbiamo accettarlo: non solo per noi, ma per tutte le nostre comunità

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