von mas 05.08.2026 11:00 Uhr

Tribunale di Bolzano: „Dov’era, com’era?“? Anche no…

Subito dopo il crollo dell’edificio, un chiaro esempio di quell’architettura figlia del regime fascista, che nella nostra Terra corrisponde a un periodo di soprusi e violenze con l’intento di cancellare completamente l’identità del popolo tirolese, si sono alzate voci diverse. Chi chiede la ricostruzione secondo il principio del „Com’era — Dov’era“, fra questi il vicepresidente della Provincia di Bolzano Galateo (FdI), chi invece propone la sua completa demolizione e la ricostruzione in forma più funzionale e soprattutto senza simbologie del Ventennio. Il Südtiroler Heimatbund ha chiesto in proposito il parere dell’avvocato Nicola Canestrini, che ha redatto una  relazione estremamente dettagliata e articolata.   Eccone un sunto, con l’elencazione dei principali aspetti giuridici e legali che portano alle sue  conclusioni.

Foto Ufficio Stampa PAB

Dopo il crollo parziale del Palazzo di Giustizia di Bolzano avvenuto il 16 luglio, il dibattito sul futuro dell’edificio si fa sempre più acceso. Tra chi propone una ricostruzione filologica («com’era, dov’era») e chi chiede interventi radicali, il Südtiroler Heimatbund ha commissionato un parere giuridico all’avvocato Nicola Canestrini. La sua perizia analizza i vincoli costituzionali, le norme sui beni culturali e il cosiddetto „modello sudtirolese“ di storicizzazione.

Di seguito la sintesi dei punti fondamentali della relazione.

"No alla replica dei simboli fascisti"

  1. Nessun obbligo giuridico: La formula «com’era, dov’era» è un’opzione di politica culturale, non un vincolo di legge.

  2. Inammissibilità del rifacimento: Scolpire oggi da capo il bassorilievo della Iustitia contrasta con la Costituzione, l’imparzialità della giustizia e lo Statuto d’Autonomia.

  3. Storicizzazione degli elementi superstiti: L’iscrizione dell’attico e le stele rimaste in piedi non vanno rimosse, ma finalmente spiegate con interventi plurilingue permanenti. I frammenti recuperabili del bassorilievo crollato potranno essere musealizzati.

  4. Architettura aperta al futuro: La ricostruzione dei volumi e della facciata può avvenire in chiave contemporanea o di restauro critico, magari tramite un concorso di idee trilingue.

. I fatti e la doppia natura dell'edificio

Il crollo ha distrutto circa un quarto della struttura centrale (aule d’udienza e uffici della Procura e della Presidenza), lasciando però intatti il portico monumentale e due elementi simbolici fondamentali:

  • L’iscrizione dell’attico: «PRO ITALICO IMPERIO VIRTUTE IUSTITIA HIERARCHIA UNGUIBUS ET ROSTRIS» («Per l’Impero italiano… con gli artigli e con i rostri»), finora mai contestualizzata.

  • Le stele laterali: Con ritratti d’epoca romana.

È andato invece distrutto il bassorilievo della Iustitia in trono senza benda, orientata verso l’ex Casa del Fascio. Secondo l’analisi legale, occorre scindere lo stile architettonico razionalista (patrimonio tutelabile e diffuso in tutta Italia) dalla simbologia propagandistica, che in Alto Adige assume un significato di oppressione e cancellazione identitaria verso la popolazione di lingua tedesca.

Nessun obbligo di ricostruire "com'era e dov'era"

Sul piano del diritto e della tutela dei beni culturali (Codice dei Beni Culturali e Carta di Venezia del 1964):

  • Nessun vincolo di replica: Per le parti distrutte non esiste alcun obbligo giuridico di ricostruzione identica. Riconfigurare ex novo elementi andati perduti produrrebbe solo un „falso storico“.

  • Libertà di scelta: La decisione di rifare fedelmente le sculture ideologiche non sarebbe un atto di conservazione, ma una nuova scelta politica compiuta dalla pubblica amministrazione nel presente.

I paletti della Costituzione e dello Statuto d'Autonomia

Se il rifacimento filologico da parte dello Stato non costituisce reato penale (mancando il pericolo concreto di riorganizzazione del partito fascista ex L. Scelba/Mancino), esso risulta tuttavia costituzionalmente illegittimo per la mano pubblica:

  • Matrice antifascista e imparzialità: Lo Stato (artt. 54 e 97 Cost.) non può finanziare opere celebrative del regime. Una Iustitia senza benda sotto uno motto imperiale nega visivamente l’imparzialità del giudice e l’amministrazione della giustizia «in nome del popolo» (artt. 101 e 111 Cost., art. 6 CEDU).

  • Tutela delle minoranze: La Provincia di Bolzano, proprietaria dell’immobile dal 2017 e competente sui beni culturali (art. 8 Statuto di Autonomia), ha il dovere di lealtà verso tutti i gruppi linguistici (art. 2 Statuto) e non può avallare la riproduzione di simboli di oppressione etnica.

Il "Modello Sudtirolese": conservare e storicizzare, non riprodurre

Il Sudtirolo ha già tracciato una via virtuosa per la gestione dei patrimoni controversi:

  • Il centro documentario al Monumento alla Vittoria (2014);

  • La sovrascrittura luminosa con la frase di Hannah Arendt sul bassorilievo di Piffrader in piazza Tribunale (2017);

  • Il pannello esplicativo al monumento all‘Alpino di Bruneck (2012).

Questa prassi vincola l’amministrazione al principio di coerenza (vietato venire contra factum proprium): la pubblica amministrazione non può depotenziare la propaganda da un lato della piazza e ricrearla ex novo dall’altro. La storicizzazione non è cancel culture (che abbatte i monumenti), ma il suo opposto: conserva la pietra e ne spiega criticamente la storia.

Le conclusioni

  1. Nessun obbligo giuridico: La formula «com’era, dov’era» è un’opzione di politica culturale, non un vincolo di legge.

  2. Inammissibilità del rifacimento: Scolpire oggi da capo il bassorilievo della Iustitia contrasta con la Costituzione, l’imparzialità della giustizia e lo Statuto d’Autonomia.

  3. Storicizzazione degli elementi superstiti: L’iscrizione dell’attico e le stele rimaste in piedi non vanno rimosse, ma finalmente spiegate con interventi plurilingue permanenti. I frammenti recuperabili del bassorilievo crollato potranno essere musealizzati.

  4. Architettura aperta al futuro: La ricostruzione dei volumi e della facciata può avvenire in chiave contemporanea o di restauro critico, magari tramite un concorso di idee trilingue.

 

Il messaggio finale: «Il crollo è una disgrazia, ma la ricostruzione è un’occasione irripetibile per compiere quella contestualizzazione attesa da decenni. La facciata del Tribunale è la prima parola che la Repubblica rivolge a chi cerca giustizia: non c’è motivo di pronunciarla di nuovo nella lingua di chi rese la giustizia ancella dell’Impero, ma vi è ogni ragione per dirla nella lingua dell’articolo 101 della Costituzione: la giustizia è amministrata in nome del popolo».

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