von fpm 01.09.2026 18:00 Uhr

Dame damént (33)

Dialetto, sfumature e tonalità espressive danno alla parola contenuto ed espressività talvolta stimolanti e istigati a quelle scambievolezze che la parlata popolare fornisce…

immagine IA, elaborazione grafica Flavio Pedrotti Móser

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza…  si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… e con il dialetto si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare, circostanze legate alla memoria tra aneddoti e storielle in un contesto piacevole, divertente, indimenticabile così come incancellabile dovrebbe essere il dialetto che talvolta sa colorare al meglio tempi e fasi della vita… siamo stati in casa, in càneva, in cantina, nei campi e continuiamo a visitare luoghi, spazi e territori della nostra memoria… ricordi di scuola…

‘Na vòlta e no digo pòc temp fa, qualcoss de pu, quando no ghèra telefonini e gnanca compiuter se scominziéva a nar a scòla i primi de otobre. Tento tempo fa quando ancora non c’erano i telefonini e neppure i computer, la scuola inziava sempre il primo ottobre. Noi bòci nèven a pè o ‘n bici senza cambio perché a portarne no ghèra i suv dele mame e gnanca quei dei papà, coβì davanti ale scole no ghéra gnanca gazèr e se néva la matina de bonóra. Noi ragazzi andavamo a piedi o in bicicletta perché non esistevano ancora i suv delle mamme e neanche quelli del papà, così davanti alle scuole c’erano anche meno ingorghi e ci si andava la mattina molto presto. I ne tirava for dal lét che l’era ancor stròf, él pu déle vòlte no se féva gnanca la dòcia ma se se lavava a tòchi: la facia, dréo le recie, el còl e βoto le ascele, el bidè de corsa e po colazión. Ci svegliavano che era ancor buio, talvolta non si faceva neppure la doccia ma ci si lavava a piccole fasi: il viso, dietro le orecchie, il collo e le ascelle, il bidè frettolosamente e poi la colazione.

βentadi zó sula caréga a sbindolón, zà vestidi, se pociava tòchi de pan vecio ‘ndel cafelat, senza fiatar entànt che el papà él néva su e zó per el coridór a zercar cravate bone e la mama preocupada se ‘nla cartèla, (no ghèra gnancór i prosacòti encoloridi) ghe fuβa dént tut, i compiti fati, l’astucio coi lapis e le pene, e i libri de scòla… Seduti dondolando sulla sedia, già vestiti,  si inzuppava bocconi di pane vecchio nel caffelatte senza dire una parola mentre il padre ciondolava avanti e indietro nel corridoio alla ricerca di una cravatta adeguata e la madre si preoccupava che nella cartella, (non c’erano ancora gli zainetti colorati), ci fosse tutto: i compiti finiti, il portapenne con le matite, i libri di scuola… (continua)

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