Un Libro al Mese: Il tuo nome nel bosco – 5°

Bondone, estate 1963
A inizio estate, l’Elio torna in paese per le vacanze.  «Come va, tutto bene? Il Bortolo?» La Gianna si irrigidisce. «Elio… io ho questa spina nel cuore. Il Bortolo so che gira. E gira troppo tranquillo… ma non è solo quello. In casa sua non manca mai niente. La moglie non lavora, il Fefè ha sempre tutto. E lui, lui non vive solo di carbone di sicuro. Ho provato a parlargli ma non ne ha voluto sapere. E intanto girano voci. Si dice che qui nei boschi si traffica, sigarette, alcol, forse roba che viene da fuori. Contrabbando, Elio.» L’Elio beve un sorso di vino e posa piano il bicchiere sul tavolo. «Te l’ho detto Gianna, i carabinieri si sono incattiviti: in Alto Adige ne hanno ammazzati diversi negli anni passati.» La Gianna annuisce. «Qui di carabiniere ne gira uno, ma per la Lisa… mi pare.» «Non lo so. Secondo me con la scusa della morosa, tiene d’occhio anche il paese» La Gianna abbassa gli occhi, poi li rialza e li punta in quelli dell’Elio. «Non voglio che gli succeda niente. Ma se continua così, il Bortolo rischia.»  …
Quando vede l’Elio, il Bortolo non si muove. L’ Elio si avvicina, si ferma a un paio di metri. «Dobbiamo parlare. Girano voci in paese, Bortolo. Su certi passaggi notturni, di carichi strani.» Bortolo sbuffa. «Le voci… Se ascolti la Gianna, la te ’ncanta!» «È preoccupata per te. Dopo tutti gli attentati in Alto Adige, i controlli si sono fatti duri. Hanno messo posti di blocco ovunque, anche qui giù. Non guardano in faccia a nessuno.» «E anche fosse? Pensi che mi fermano per due pacchi di sigarette? Qui l’unico carabiniere che gira è quello che si fa calare la braghe dalla Lisa e non sta certo a pensare a me…»
Bondone, Inverno 1963 - 1964
Quella notte a Bondone il freddo è più duro del solito. Il Bortolo cammina piano, con il passo misurato di chi sa che ogni scricchiolio può essere un errore. Ha il cappuccio tirato sugli occhi, il sacco stretto sulla schiena e il fiato corto. Dentro ci sono le solite stecche di sigarette, abbastanza per finire nei guai.  Il sentiero è quello vecchio, che passa sotto la baita abbandonata, tra i larici e le rocce. Lo conosce a memoria.
Ma stanotte qualcosa è diverso. Un rumore, un riflesso, un’ombra che non dovrebbe esserci. Si ferma, si abbassa, sente delle voci. Due, forse tre carabinieri. Uno è il Simone, lo riconosce dal tono, dal modo in cui dice: «Controlliamo qui». L’Elio aveva ragione, girano di nascosto di notte quei cancheri in divisa. Allora il Bortolo si stringe contro il tronco, il cuore che batte come un tamburo, aspetta immobile, il fiato nel petto, le mani gelate. I passi si avvicinano, poi si allontanano. Uno dice: «L’abbiamo mancato per un soffio, sarà qui nascosto ma è troppo buio». Il Simone risponde: «L’abbiamo sentito, c’era qualcuno, lo prenderemo».  Il Bortolo resta lì ancora un po’. Poi, quando il silenzio torna sicuro, riprende a camminare più piano, più attento. Consegna quel che deve e si incammina per tornare. Arriva a casa poco prima dell’alba, in cuor suo si dice che forse è il caso di finirla. Che non ne può più del silenzio della Adele, della delusione della Gianna e della rabbia di suo padre. E quella sera ci è mancato troppo poco.
(…)
La stalla è fredda, il fiato si vede, ma la paglia tiene il gelo lontano dalle ossa. La Lisa è già lì, con le mani sporche e lo scialle stretto sulle spalle. Il Simone entra piano come sempre, senza bussare …  «Questa cosa che qualcuno gira di notte nei boschi mi spaventa…» «Non devi preoccuparti. Finché ci sono io, non ti succede niente.» La Lisa abbassa lo sguardo, ma non è sottomissione. È un modo per nascondere il pensiero che le attraversa gli occhi. «Potrei venire anch’io» dice piano. Il Simone scuote la testa. «No. Non se ne parla. È pericoloso. Non sappiamo che cosa c’è là fuori, non è il caso proprio che tu giri di notte con me» «Io però conosco i posti anche al buio, tu no» ribatte lei. Lui sospira, le prende il viso tra le mani. «Io me la cavo. Tu resta qui. È meglio così, ascoltami. E comunque… per un po’ non ci saranno altri giri di controllo nei boschi. Hanno detto che per qualche mese non è previsto niente. Quindi non pensarci più.»
Bondone, primavera 1964
Il Fefè cammina per casa, l’Adele sta sistemando, lui la guarda e le sorride. «Fefè… vieni dalla mamma…» gli dice piano, con quella voce che lui riconosce più del latte, più del pane, più di tutto. L’Adele lo prende in braccio e lo stringe forte. Gli bacia la fronte, gli canta piano una canzone che non ha parole, solo suoni antichi. Alla sera, il Fefè si piazza davanti alla porta. Non sa leggere l’orologio, ma conosce il ritmo del giorno, sa che quando la luce si fa dorata le galline smettono di razzolare, sa che il suo papà sta per tornare dai Casali per vederlo. E quando il Bortolo arriva, con la camicia impolverata e la schiena piegata, il Fefè corre. Non dice nulla, gli si aggrappa alla gamba, lo guarda dal basso, e ride. Il Bortolo lo solleva, lo tiene in braccio. Poi, mentre lo stringe, gli occhi gli vanno lontano, al bosco.
(…)
All’imbrunire la Lisa si incammina piano verso il pollaio per chiuderlo. Poi li vede, la Gianna, con la sua voce squillante. L’Adele con gli occhi pieni di quella luce che lei non ha mai avuto. E il Fefè, il figlio del Bortolo, il f iglio dell’Adele, il figlio che avrebbe potuto essere suo. La Gianna la saluta con un cenno, L’Adele le sorride, quel sorriso che sa di finta pace, di superiorità gentile. Ma lei non ce la fa più, guarda il Fefè. «Te se n’ fiòl de na potana, al set?» dire. La Gianna la studia con le labbra strette. «Tu devi curarti, Lisa, perché sei matta per davvero.» Ma sotto la superficie di calma, la sua voce vibra. «Non ti azzardare mai più ad avvicinarti all’Adele e al Fefè!»
La Lisa le si avvicina di un passo, la voce bassa, ma tagliente. «Te me dise che so mata? Forse. Ma almeno io non faccio finta. Almeno io non mi nascondo dietro i sorrisi e le tovaglie stirate. Tutto questo è colpa di quello schifoso del tuo Bortolo. Tu che lo proteggi il tuo Bortolo, in fondo lo sai che è un disonesto» mormora. «E non solo per quello che ha fatto a me, ma per quello che combina in giro di notte…» La Lisa sorride. «Sì che lo so, cara la mia Gianna. Siete disonesti in due.» Poi guarda l’Adele ormai lontana e aggiunge: «Anzi, in tre!». La Lisa si gira, la schiena bella dritta. Va via, con il passo di chi ha appena acceso un fuoco e non ha nessuna intenzione di spegnerlo
(….)
Passano appena un paio di settimane che Bortolo se li ritrova su ai Casali, i bresciani. «Bortolo» dice il primo, la voce bassa. «Dove sei finito? Non si fa così, lo sai… Non si mollano gli amici che ti hanno aiutato, né.» Il Bortolo stringe la mascella. «Io ho chiuso, ve lo avevo già detto che lo avrei fatto per un po‘ soltanto.» Il secondo sorride appena, un sorriso che sa di minaccia. «Bella famiglia che hai giù al paes, gnaro. La moglie, il bambino, pota i’è bei. Restano soli per tanto tempo, eh?» Il Bortolo si irrigidisce, il cuore gli pompa nelle tempie. «Non tirateli dentro. Lasciateli stare, loro non c’entrano.» Il terzo scuote la testa, il vento gli muove i capelli. «Li lasciamo stare, certo, ghe mancheres. Ma solo se torni a lavorare di notte».
(…)
Quella notte il Bortolo la ama come se non l’avesse mai amata prima, con la stessa urgenza e la stessa dolcezza. Nel silenzio della stanza, tra le mura che conoscono ogni loro segreto, ritrova la ragione di tutto, la famiglia, l’amore, la vita che deve proteggere. La ama con la paura di perderla, e per questo la stringe più forte, la vuole tenere con sé, fra le sue braccia, costi quel che costi. Quando lei si addormenta, lui è già con un piede nel bosco.
(…)
La LIsa è certa che il Bortolo sia in paese per i suoi traffici e quella stessa sera convince il suo moroso a infilarsi nel bosco di notte, lo lavorava da un pezzo e finalmente lui si è convinto. La Lisa cammina davanti, sicura, sembra che il bosco sia casa sua. Ogni tanto si volta, gli fa l’occhiolino al Simone e lui sente il sangue salire, bruciargli sotto la pelle. Lui lo sa che è una follia, e sa anche che senza di lei non ci sarebbe andato nel bosco.
Di colpo, un rumore li fa sussultare, un ramo che si spezza, un sussurro di passi tra le fronde. Il Simone si blocca, la Lisa trattiene il fiato. Tra i tronchi, una sagoma si muove, armeggia con qualcosa, uno zaino forse. La Lisa aveva ragione, l’hanno beccato il contrabbandiere. Quando riesce a metterlo a fuoco, il Simone lo riconosce subito che è il Bortolo, si alza, muove qualche passo, il sangue gli pulsa nelle tempie, le dita si stringono attorno all’impugnatura della pistola.  «Bortolo! Fermo!» grida, con voce roca, spezzata dalla tensione.
Solleva la pistola d’ordinanza e spara un colpo in aria. Il Bortolo però scappa e il carabiniere inizia a correre, lo insegue, il cuore in gola, il fiato corto, la Lisa dietro. Un ramo traditore gli finisce sotto il piede così inciampa, cade, e la pistola gli sfugge di mano,  non la vede più. La sente, però. Parte un secondo colpo, un lampo, un suono secco.
Non si conclude così, il libro di Francesca Maccani. Ma qui finisce il nostro quinto estratto da „Il tuo nome nel bosco“, senza terminare nessuna delle due storie che racconta.
Lasciamo ai lettori del libro la scoperta degli epiloghi e del legame che ha intrecciato le due vicende, un capitolo dopo l’altro.
Francesca Maccani, trentina di origine e palermitana d’adozione, ha il cuore diviso fra questi due mondi, così diversi al primo sguardo, ma anche con tanti aspetti in comune: il legame forte con la famiglia, con la terra, con la storia. In questo libro (il suo terzo romanzo, dopo „Le donne dell’Acquasanta“ e „Agata del vento“, ambientati in Sicilia) ha seguito il filo che la lega alla Valle del Chiese, al piccolo paese di Bondone in particolare.
Francesca Maccani ama la Storia, ma anche e soprattutto le piccole storie (a noi è piaciuta proprio per questo), quelle individuali, di famiglia, di comunità , che tutte assieme raccontano le grandi vicende dell’umanità . . Ne „Il tuo nome nel bosco“ ci accompagna dentro a due vicende distanti nel tempo una dall’altra, e che sembrano avere ben poco in comune: storie di donne – ma anche di uomini – che attraversano il Secolo Breve con le sue tragedie e ne vengono ferite, ma non travolte. Solo nelle ultime pagine scopriamo che le due storie sono strettamente legate fra loro, ben oltre le strade strette fra le case in pietra e i boschi impervi e scuri poco sopra il paese di Bondone.
„Il tuo nome nel bosco“, edito da Rizzoli e pubblicato nella primavera di quest’anno, si trova nelle librerie (in particolare segnaliamo quella piccola ma preziosa di Barbara e Ilaria a Condino) oppure online.






