Dame damént (28)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… e con il dialetto si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare, circostanze legate alla memoria tra aneddoti e storielle in un contesto piacevole, divertente, indimenticabile così come incancellabile dovrebbe essere il dialetto che talvolta sa colorare al meglio tempi e fasi della vita…
Per far zèrti mistéri bignava esser staifi, ma per laorà r ‘ntel òrt no l’era l’istéss. Saria stà quasi meio esser sà nsùgoi, no se diss miga esser ciuciadi fòr dale strie, ma ensóma… per laorà r l’òrt, diséva él nono, no córe eβer lezùdi e per no star come pùlesi ‘n la stópa, per méter zó buti e vangà r, basta vardà r la luna, énzignarse, entivà r le giornà de, nà r dé bónora e po al bèspro e netà r dé spéss. Per fare certi lavori era meglio essere forti e robusti ma per coltivare l’orto, no. Anzi, era forse meglio essere mingherlini, non smunti ed esangui, non proprio così, ma insomma, esili… e per coltivare l’orto, diceva il nonno, non serve una laurea e per non trovarsi in difficoltà , per seminare e vangare, è sufficiente osservare la luna, saper organizzarsi, intuire le giornate buone, andare la mattina presto, poi al crepuscolo e pulirlo spesso.
Ma a eβer fiòl del parlar ciar mé par de aver capì che quel che ghé piaséva al nono, l’era la marenda. Ma ad essere sincero, mi sembra di aver capito che quel che piaceva al nonno era la merenda… L’è anca vera, se sgramusava, no ghèra botón da far cantar ‘n òrbo, ma viver lambicando no voleva dir far veder la pezòta e l’ora dela marenda l’era na festa. È vero, era un periodo in cui vivevano di stenti, si era squattrinati, ma vivere con fatica non voleva dire mostrare la propria miseria e l’ora della merenda era una gran festa. No ghèra mai pan biót, o de rif o de raf se binava arènt vergót, non si mangiava solo pane, in qualche modo ognuno portava qualcosa, ghèra chi che esibiva en tòch de pinza o smacafam, n’altro el gaveva laguaneghe, quel altro el formai del casèl, na slinza de speck, zigole e vin ross. Polenta vanzada del dì prima da magnar co la poìna… c’era chi offriva un pezzo di focaccia, chi aveva le lucaniche, un altro il formaggio di malga, una fetta di speck, cipolle e vino rosso. Polenta del giorno prima da mangiare con la ricotta.
Ensóma, sentadi zó all’ombrìa per no ciapà r le orbaròle dal sól, na mezoréta e prima de nar en paita, pianpianèl i tornava ai so mistéri… Insomma, seduti all’ombra per non avere le traveggole per il troppo sole, una mezz’oretta e prima di essere rapiti dalla sonnolenza, piano piano tornavano al lavoro… (continua)






