Un libro al mese: „La leva in massa salisburghese“ – 2

SALZBURGER LANDSTURM IM HOCHGEBIRGSKRIEG – La leva in massa salisburghese nella guerra in alta montagna – seconda parte
E noi ? Cosa abbiamo fatto noi per tutti quei mesi? Dal punto di vista strettamente militare non molto. Abbiamo aspettato di entrare in azione lavorando alacremente al miglioramento della linea.
Già il 26 maggio ricevemmo come supporto dalla patria di Andreas Hofer una compagnia di Standschützen, la compagnia Standschützen del Passirio. Queste persone arrivarono sulla mia postazione situata a 1800 m di altezza il 26 maggio, completamente equipaggiate con pesanti carichi sulle spalle. C’erano vecchi settantenni e giovani di 17 anni. La compagnia venne da me addestrata all’uso delle armi.
Era curioso leggere nelle lettere sottoposte a censura quello che questi giovani, figli di pastori della Val Passiria scrivevano alle loro innamorate. Si poteva per esempio leggere: “Ti mando tanti saluti quanti sono i fili d’erba sul prato, tanti quanti sono i miei pensieri che ti rivolgo nel buio della notte”. Ricordare altri pensieri sentimentali di questi figli di pastori non sarebbe adatto al contesto degli avvenimenti che vado narrando.
Ad ispezionare questi Standschützen è venuto fin quassù da me per 8 giorni un maggiore di circa 70 anni, ex ufficiale molto attivo. Lo conoscevo dal tempo del liceo perché avevo studiato con suo figlio. Con lui andai sul Cornetto e gli mostrai quello straordinario scenario di guerra. C’era sempre qualche cosa di nuovo da vedere. Lo condussi dove c’era il cannocchiale e gli feci vedere come gli italiani saltavano qua e là nelle loro postazioni. All’anziano signore scesero le lacrime dagli occhi tanto grande era l’emozione che provava. Dal tempo della campagna militare che aveva fatto nel 1866* non aveva mai più visto un soldato nemico.
Un ingegnere Landsturm, che aveva il suo presidio a Malga Vale ha diretto con grande perizia i lavori di costruzione del nostro caposaldo. Da Mattarello doveva essere costruita una teleferica; al riguardo vennero eseguiti dei lavori preparatori, ma questo progetto non vide la luce. A Malga Embrech venne allestito un grande deposito di sussistenza per l’inverno. Certamente all’altipiano Scanucchio veniva attribuita una grande importanza militare. Era sicuramente la chiave di Trento. Chi arrivava lassù era il padrone di quella città. Inoltre l’alfiere Ippen, giovane ingegnere forestale, costruì una carrareccia per il trasporto dei cannoni da Malga Palazzo fin sul Cornetto; sul nostro altipiano venne realizzata anche una carbonaia.
Si deve rispondere anche ad un’altra questione: come si provvedeva alla nostra sussistenza? Nell’estate 1915 ci fu messo a disposizione dal deposito macelli del comando della Fortezza di Trento una mandria di manzi; purtroppo tra questi capi di bestiame scoppiò un’epidemia. Gli altri generi alimentari come pane, farina ecc. dovevano essere trasportati ogni giorno in alta quota con animali da soma. Questi poveri mulattieri si dovevano sottoporre per 5-6 mesi a marce di 10-12 ore con i loro cavalli e coprire un dislivello fino a 1600 metri: un sacrificio che non viene riconosciuto mai abbastanza.
Si pensava anche al nostro benessere spirituale. Una, due volte al mese veniva sulla nostra malga il cappellano da campo Zorzi della chiesa S. Marco di Trento, il quale teneva una predica e celebrava una Santa Messa. Zorzi era un buon amico. Più tardi è stato anche cappellano militare in Russia.
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Il 3 gennaio 1916 arrivò l’ordine di mettersi in marcia e di occupare di nuovo la stessa linea che il battaglione aveva già tenuto da agosto a dicembre sull’altipiano di Lavarone. Per il battaglione, quindi, qualche cosa di già noto. Con la ferrovia arrivammo nella totale oscurità a Caldonazzo dove il battaglione si rifocillò e attorno alle 11 seguì la partenza della lunga colonna. Mi adoperai di attraversare il più velocemente possibile le zone pericolose, poiché le strade erano controllate dagli avversari e molte volte ci siamo trovati sotto il fuoco dell’artiglieria nemica.
Dopo una dura marcia, che durò fino alle 8.30 del mattino, arrivammo al posto di comando del settore difensivo di Lavarone sul monte Rover. Comunicai al comandante, il colonnello von Ellison, che il battaglione era sfinito e gli chiesi di concederci un giorno di riposo. Nonostante dovesse avvenire il cambio delle postazioni, il colonnello modificò l’intera disposizione e fece restare in posizione un Jägerbataillon e ci concesse il giorno di riposo (…)
Al battaglione vennero assegnate le postazioni attorno al forte Luserna, due delle quali erano a circa 250 passi davanti alla postazione nemica. Durante la battaglia di posizione sull’altipiano di Folgaria, protrattasi per oltre un mese e mezzo, nessun uomo degli oltre mille del battaglione, incredibile ma vero, venne ferito, nonostante i ripetuti cannoneggiamenti dei capisaldi da parte della artiglieria nemica e nonostante il vivace scambio di fuoco di fanteria da ambedue le parti.
Utilizzai il 6 gennaio per ispezionare il distaccamento che si trovava in località Luserna sotto il comando del maresciallo Regner, personalità molto interessante. Era già stato qui in tempo di pace, precisamente a Casotto come comandante al servizio di guardia della Gendarmeria e dunque era buon conoscitore del luogo. All’inizio della campagna militare con l’Italia aveva fatto prigioniera in Val Astico, con gli Stanschützen di Luserna, una guarnigione italiana e per questo atto di coraggio fu insignito della medaglia d’oro. Gli abitanti di Luserna ora fungevano da difensori di questa postazione ed erano assegnati a Regner. Sembravano fatti apposta per questa guerriglia. Uscivano in perlustrazione come cacciatori. Non portavano la giberna e tenevano le cartucce sciolte nelle tasche dei pantaloni. Durante le azioni di pattugliamento si portavano appresso anche dei cani.
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Il 28 febbraio marciammo verso St. Vigil e il primo marzo arrivammo, passando per Pederü e Passo Limo dove alle 9 di sera – di giorno un avvicendamento era da escludere – demmo il cambio ad un battaglione degli Jäger. Una gigantesca coltre di neve, alta fino a tre metri, copriva le postazioni. Il compito del battaglione era quello di sbarrare a valle i due sbocchi della Val di Fanes e della Val Travenanzes, per impedire la penetrazione del nemico che vicino alla Valle Travenanzes era non solo davanti ma anche sopra e dietro di noi. Una bella situazione, davvero. Ma ad un vero soldato non è permesso perdere il coraggio e la calma. (…)
Il nemico più terribile qui era la “morte bianca”, ma anche da questa siamo stati risparmiati. Dalle rocce cadevano ogni giorno valanghe di neve polverosa. Una volta mi trovavo a due passi dal mio alloggio quando in tre, quattro secondi, mi son trovato dentro la neve fino al collo. Il coraggioso Oberndorfer mi ha tirato fuori. Un’altra volta, mentre io e Oberndorfer eravamo in perlustrazione dell’avamposto che si trovava nella gola, scappammo per miracolo alla caduta di una valanga. Eravamo sulla via del ritorno quando improvvisamente ritornai sull’avamposto, probabilmente perché dovevo impartire un ordine. In quel momento si staccò dalla rocce, proprio sul posto dove eravamo poco prima, una paurosa valanga che ci avrebbe sicuramente travolti. Si è trattato di uno scarto al massimo di un quarto d’ora. Una sera del mese di aprile, nelle vicinanze del comando del battaglione, 30 artiglieri vennero travolti e morirono tutti. Così siamo andati avanti dal primo marzo al 5 maggio, sereni e contenti ma molto vigili, che era la cosa più importante.
Il capitano Felix Fahrner fu assegnato al fronte italiano fin dalla primavera 1915: dopo aver seguito le opere di fortificazione campale, con il suo reparto fu quindi sull’altipiano della Vezzena, in val Travenanzes, in Adamello (dove ebbe un ruolo fondamentale nell’organizzazione della linea difensiva sulla Vedretta di Lares) e poi ancora in Val del Chiese, in Valsugana, in Val di Non..
Dopo il conflitto redasse una cronaca di guerra estremametne schematica e succinta, ma precisa e ricca di dettagli. Ne è stato tratto questo libro, curato da Armida Antolini e Rudy Cozzini ed edito dal Parco Naturale Adamello Brenta nel 2015






