Un libro al mese: L’orologio dei Carpazi – 1°

Prefazione
I libri di storia tradizionali sono pieni di eroi, grandi condottieri, generali e trattati firmati con penne d’argento. Ci hanno abituati a credere che il destino del mondo sia dipeso dall’intuito eccezionale di pochi uomini illustri, celebrati in statue di bronzo e sussidiari scolastici. Parlano di masse indeterminate, di linee di fronte e di offensive strategiche, ma quasi mai riescono a raccontare la polvere, il mordere della fame e il terrore profondo di un uomo solo chiuso dentro una trincea.
Se analizziamo la realtà degli eventi senza il filtro della retorica, comprendiamo come la vera Storia non sia mai stata il teatro d’azione dei singoli condottieri, bensì la corrente profonda, viscerale e inesorabile dei popoli (..) La Storia vera non si scrive dall’alto dei palazzi del potere o nella sala d’armi dei comandi di stato maggiore, ma si tramanda dal basso; sgorga dalle voci degli ultimi e da chi la guerra non l’ha né voluta né capita, ma l’ha provata e sostenuta sulla propria carne. È il popolo, e in questo caso la comunità montanara di Telve e della Valsugana, un tempo confine del Tirolo, il vero, unico soggetto della Storia. Giovani contadini e artigiani sradicati dalle loro vallate e spediti con la divisa dell’Imperatore sul fronte orientale, tra il fango e la neve dei Carpazi. Uomini spinti non da grandi ideali geopolitici, ma da un senso del dovere radicato, da una blindata obbedienza o da un puro e condiviso istinto di sopravvivenza.
Questo romanzo prende vita proprio in questo spazio d’ombra, ben lontano dalle celebrazioni ufficiali e dai monumenti retorici. TTra il vecchio prozio Secondo Ferrai, e il pronipote Giuseppe, ancora ragazzo, si consuma un rito antico e quasi sacro: l’eredità della memoria. Nelle ore lente della bottega, quando il rumore del paese sfuma, lo zio decide di donare il bene più prezioso e doloroso che possiede: la verità del suo passato. Il loro dialogo non è una semplice lezione di storia, ma un ponte d’anima tra due generazioni lontanissime; è il passaggio di un testimone invisibile, intessuto di sguardi lunghi, di pause cariche d’emozione e di una commozione pudica, tipica della gente di montagna.
A segnare ogni respiro di questa memoria c‚è un orologio da tasca che Secondo consulta senza sosta: non per controllare il tempo che passa, ma per assicurarsi che il suo cuore batta ancora, per ancorarsi a un presente che per troppi suoi compagni non è mai arrivato. In quel gesto ripetuto, Giuseppe impara il peso del rispetto e il valore della vita (…) E finché quel vecchio orologio continuerà a girare nelle nostre menti e finché ci sarà un nipote disposto a custodire quell’amore e quel dolore, la vita e la memoria degli umili non andranno perdute.
L'ombra di Nanon
Varcare la soglia del negozio di Secondo Ferrai era come fare un salto a ritroso di cinquant’anni, prima che le due grandi guerre divorassero i confini dell’Europa. Lì dentro l’aria custodiva una stratificazione antica di aromi: la nota pungente e acida del baccalà, in ammollo nella vasca sul retro, il profumo dolciastro e pulito della farina bianca che trasudava dai sacchi di juta disposti come sacchetti da trincea, l’aroma tostante del caffè crudo e quel sentore grasso, quasi denso, del liquido giallo spillato direttamente dalla grande damigiana dell’olio ‘Carli’.
Secondo Ferrai stava chino su quell’universo di scatole di latta e cartocci di carta paglia. In quel microcosmo bazzicava Giuseppe, il suo pronipote di dodici anni. Giuseppe era nato in un mondo che voleva dimenticare. Per lui, la guerra non era fango, pidocchi o polmoni sputati sulla neve; era la stampa a colori della Domenica del Corriere, un’epopea di bersaglieri piumati, di assalti alla baionetta e di eroi immortali che morivano col sorriso sulle labbra per la redenzione di Trento e Trieste. A scuola, il maestro spiegava la storia con la bacchetta di legno battuta sulla lavagna, tracciando confini netti tra giusti e carnefici. Per Giuseppe, la patria era una fanfara e la parola ‘guerra’ aveva il suono pulito di un ottone lucidato
.(…)
Nei vent’anni di fascismo, ricordare di aver indossato la divisa grigio-luccio del Kaiser era stato un reato non scritto, una colpa da espiare tacendo per evitare l’accusa di essere un „austriacante“ o essere additato come un traditore. E anche adesso, in quegli anni Sessanta che si proclamavano solennemente democratici, l’aria della valle non era del tutto purificata dai pregiudizi. Secondo ricordava bene cos’era successo pochi anni prima, quando un gruppo di vecchi reduci della Valsugana aveva tentato di mettere in piedi una associazione, così, per contarsi, per piangere i compagni sepolti in Galizia e per farsi compagnia nella vecchiaia. Erano arrivati i carabinieri, poi erano giunte lettere ufficiose da Trento. L’associazione era stata sciolta d’autorità per dare spazio ai nascenti gruppi degli alpini, dei fanti e altre aggregazioni combattentistiche. L’Impero era morto e sepolto e la Repubblica non tollerava sguardi rivolti troppo all’indietro.
(…)
Il quotidiano l’Adige era aperto sul banco di legno, piegato in quattro. Secondo non stava leggendo la prima pagina con le notizie della politica o dello sport. Il suo indice nodoso, macchiato dall’inchiostro e dal lavoro di bottega, era piantato in fondo alla sesta pagina, tra le comunicazioni aride della cassa rurale e le notiziole di paese. Era un necrologio di due righe appena. Un rettangolino stampato con caratteri così minuti e poveri da sembrare quasi una richiesta di scuse per il disturbo arrecato alla carta. Annunciava la morte di un uomo a Bieno. «Chi è morto, zio?», chiese subito il ragazzo sporgendosi sul banco con quella curiosità ingenua e famelica dei giovani che sperano sempre nell’inizio di un racconto. «Si chiamava Fortunato Molinari. Ma per noi… per quelli del terzo reggimento Kaiserjäger, sul fronte russo di Užhorod, lui era soltanto Nanon».
Il silenzio ritornò nella bottega di Telve, rotto solo dal battito lento e sordo dell’orologio da taschino che Secondo teneva nascosto nel panciotto. Giuseppe fissò gli scarponi di legno di Nanon nella fotografia. Il mondo epico dei suoi sussidiari stava crollando pezzo dopo pezzo, sostituito dal sapore amaro e reale della Storia vera.
Dopo „Lacrime nella neve„, ecco un secondo libro di Fiorenzo Vinante: lo sfondo è sempre quello della prima guerra mondiale, ma l’autore questa volta ci presenta un romanzo dal finale intenso e commovente.
Siamo negli anni Sessanta, a Telve in Valsugana. Nella penombra profumata di farina, formaggio e tabacco trinciato della bottega dei «Baldi», il dodicenne Giuseppe ascolta i ricordi del prozio Secondo, reduce del nostro esercito imperiale. Basta un nome su un ritaglio di giornale, Nanon, a riaprire la breccia della memoria e a spazzare via la retorica dei sussidiari scolastici. Attraverso lo scorrere sordo di un orologio d’argento, prende vita un viaggio emozionante dalle vallate tirolesi al gelo spietato della Galizia.
„“L0rologio dei Carpazi“ è u affresco corale, «dal basso», che dà voce a contadini e boscaioli chiamati a raccogliere la sfida della guerra sui Carpazi: una storia vera, fatta di tragedia ma anche di inaspettata umanità.
Ispirato al racconto autobiografico di Giuseppe Oss Emer, il romanzo di Fiorenzo Vinante è un commovente omaggio ai nostri nonni e bisnonni, che hanno fatto la vera Storia senza mai pretendere di esserne protagonisti; il loro icordo – troppo spesso e troppo a lungo – è stato cancellato e dimenticato.
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