Briciole di Memoria: In viaggio col reggimento – 1°

In viaggio
Il 7 e l’8 agosto partirono da Trento. Alla stazione mille mani obbedendo all’impeto di mille cuori porgevano auguri, offrivano rinfreschi. Molti dei partenti arrivavano lì con nell’anima la scena pietosa del congedo dalla famiglia, e ancora serrava la gola il singhiozzo che rompeva prepotente dal cuore e che a fatica avevano trattenuto nella strozza, quando era loro balenato alla mente il pensiero di ciò che sarebbe delle spose, dei bimbi appena sbocciati alla vita durante l’assenza, di ciò che diverrebbe di loro se quello avesse a rimanere l’ultimo addio. Quelle accoglienze li rincoravano; e quando dal treno avevano appena cessato di agitarsi i berretti, fuori da ogni pertugio, ed alla svolta della strada erano scomparse le ultime case, subito dal convoglio s’alzavano i canti robusti e spensierati: la forza dell’ambiente!
Le accoglienze oneste e liete si ripeterono a ogni stazione e i canti durarono ininterrotti fino alla capitale del Tirolo. A Innsbruck restarono sette dì. Poi il viaggio ripigliava. Per dove? Chi lo poteva sapere? Tra la soldatesca s’era sparsa una voce: il 18 del mese avrebbero dovuto trovarsi a Vienna a fare le salve all’Imperatore. E il treno prendeva infatti la via di Vienna. E i canti si rinnovarono: tempo splendido sempre, panorama vario e incantevole, rancio regolare (zuppa e carne a pranzo, il solito caffè a cena), dimostrazioni di simpatia, auguri e… rinfreschi esuberanti ad ogni stazione.
A Vienna due ore di segregazione in uno scalo merci, poi in viaggio di nuovo; via fino alla nuova tappa a Budapest. Qui accoglienze pazze addirittura, sì da seppellire il disinganno patito. Le truppe fraternizzarono coi volontari ungheresi, danzarono al suono d’una splendida orchestra zigaresca; e le signore regalarono al primo battaglione del reggimento una bandiera superba portante il ritratto dell’Imperatore e l’imagine della Madonna. Fu un’ora di paradiso. Poi via di nuovo.
Attraverso la Galizia
Il tempo continua splendido, il paesaggio si fa monotono, melanconico, miserevole. Steppe, baracche di legno e tetti di paglia. La muratura è sostituita dalla fanghiglia che tura le fessure degli assiti e delle palizzate. Case non più alte di tre metri. Chiese rade, piccole, basse: una semplice scatola di muratura, un tetto a due spioventi sormontato da una minuscola cupola cilindrica, nella facciata principale una porticina rettangolare con ai lati un po‘ in alto due piccole finestre quadrate. A qualche metro dalla chiesa o addossato ad essa uno o più archi sorretti da un paio di pilastri tozzi e bassi e nel vano, una accanto all’altra in ordine di grandezza, due o tre campane. Gente bassa, di pelle mora: gli uomini con lunghi capelli, raso il mento, spesso una specie di treccia davanti gli orecchi, con un camicione fino al ginocchio stretto alla vita da una grossa cintura; le donne coi capelli sciolti sulle spalle e un ciuffo corto spiovente sul viso, una camiciola e una gonna larga, come quella coi cerchi delle nostre buone nonne, sostenuta ai fianchi da un centurone di stracci simile ad un anello di salvataggio.
I nostri soldati sono sempre pigiati 40 per carrozza e non hanno dormito che lì seduti sur un’asse che fa da panca o sullo zaino, così come si può dormire fra uno scossone e l’altro di un carrozzone merci; e da sei giorni viaggiano così, ma sono ancora di buon umore e cantano, cantano sempre.
Giovedì 20 agosto. Il treno si ferma; sono le 4 ant. e gli occhi cercano fra le tenebre il profilo dei tetti: niente, niente! Ma dunque perchè si ferma? dove siamo? Una stazione d’infimo grado. Si smonta: è la meta. Quel maledetto viaggio da acciughe imbarilate è dunque finito. Si formano le piramidi, si mettono i posti, e il battaglione s’abbandona al riposo. Il letto non è soffice, ma dopo sei giorni, si possono almeno distendere le membra…
Si riposa così alcune ore; poi avanti. Si cammina per alcuni chilometri, ed ecco un piccolo borgo. Lì si fa alto nuovamente e si prende il rancio mentre si aspetta il terzo battaglione; il secondo, che seguiva in altro treno a poche ore di distanza, vi era già arrivato sorpassando il primo mentre stava riposando alla prima tappa, appena lasciato il treno.
Una marcia faticosa
Sabato 23. Il terzo battaglione è arrivato all’una del mattino. Poche ore di respiro e poi via tutti assieme: il reggimento si mette in marcia. Si cammina dalla mattina, prima che spunti l’alba, fino alle due, alle tre del pomeriggio; via attraverso immense distese di prati, di campi di patate e di biade interrotti tratto tratto da una striscia di bosco rado di pini giganteschi, per strade sabbiose, tanto sabbiose che il piede si sprofonda e si trascina a stento. All’apparire di quella nuvola bigiastra giù per la strada la gente della campagna scappa urlando, piangendo, e quando il reggimento passa per qualche paese sbuca fuori dai miseri tuguri e s’allinea lungo la via: uomini scalzi e a capo scoperto, altri con certi zoccoli di pelle di maiale e un cappellone di paglia in mano, donne mezzo discinte coi bambini lattanti, sono lì silenziosi, muti, coll’occhio da bue in cui non si sa se leggere curiosità , compassione o paura; ma forse mentre gli occhi si fissano sui soldati che sfilano davanti a loro, le anime sono lontane da lì, presso altri soldati, figli e fratelli, che hanno dovuto disertare il villaggio e a quest’ora avranno già segnato di sangue il campo di battaglia.
Alla tappa si riceve il rancio, poi si riposa o negli acquartieramenti o sotto le tende; all’alba si ripiglia il cammino. Così per uno, due, tre giorni. Ma le strade si fanno sempre più cattive; i piedi si sprofondano nella rena, le ruote dei carri vi si sprofondano fino al mozzo, i cavalli non bastano più, le schiene si curvano, le braccia, le spalle si puntano contro il carro: ecco è libero; ma poco dopo siamo daccapo. Il treno va perdendo terreno: pazienza! raggiungerà il reggimento alla tappa. Alla tappa? Il reggimento non fa ormai più tappe; continua a marciare, via giorno e notte adagio, con circospezione, ma costantemente, continuamente, con radi e brevi riposi. E il treno non arriva, il rancio manca: si dovrà aspettare. Aspettare? il reggimento non può aspettare. Si dà mano alle patate dei campi, alle rape, ai cavoli (piccoli e numerosi), a quel po‘ di frutta che capita a portata e giù, così come si trovano, e avanti, sempre avanti, perchè bisogna assolutamente avanzare. Ma ecco un villaggio: si troverà almeno qualchecosa da comperare. Ma cosa volete che abbia quella povera gente che vive in una stanzaccia che serve per tutti gli usi? Una buca nel terreno fa da focolare, un po‘ di paglia serve da letto comune per tutti, non utensili di rame, ma pochi vasi di terracotta, vesti di tessuti di canape, pane di sorgo riempito di patate e così cotto al forno, e latte agro; un fetore per tutto e un esercito di mosche moleste. Un po‘ d’acqua di pozzo: ecco tutto quello che possono dare. Qualche ebreo vende, cara alle stelle, qualche po‘ di cioccolata. E si continua il cammino.






