Il Forte di Lusern (Werk Lusern)

La costruzione iniziò nel 1908 e terminò nel 1912, su progetto dell’esercito austro-ungarico. Per l’epoca era un autentico capolavoro dell’ingegneria militare: il forte era in gran parte scavato nella roccia, protetto da oltre tre metri di cemento armato e collegato a due avamposti tramite centinaia di metri di gallerie sotterranee. Con un volume di oltre 200.000 metri cubi, era una delle più grandi fortezze dell’intero sistema difensivo del Tirolo. I soldati italiani gli avevano dato un soprannome eloquente: „Il Padreterno„. Non era un riferimento religioso, ma un riconoscimento della sua imponenza e della potenza del suo armamento. Si riteneva praticamente indistruttibile, tanto da essere considerato il baluardo più difficile da espugnare del fronte degli Altipiani. Quando l’Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915, il Forte di Lusern divenne immediatamente il bersaglio principale dell’artiglieria italiana. Nei primi cinque giorni di combattimento fu colpito da migliaia di granate, comprese quelle da 28 e 30,5 centimetri, tra le più potenti disponibili all’epoca. Le torri corazzate vennero gravemente danneggiate e le linee telefoniche, perfino quelle posate all’interno della montagna, furono spezzate dalle esplosioni. Uno degli aneddoti più celebri riguarda il 28 maggio 1915. Dopo giorni di bombardamenti incessanti, il comandante Emanuel Nebesar, temendo che un colpo potesse raggiungere i depositi di munizioni provocando una strage, ordinò di issare la bandiera bianca.
La decisione durò però pochissimo. Un volontario uscì allo scoperto sotto il fuoco nemico e abbassò la bandiera, permettendo al forte di continuare a combattere. L’episodio divenne uno dei più noti dell’intera guerra sugli Altipiani e Nebesar fu poi processato da un tribunale militare austro-ungarico per la sua decisione. Nonostante la violenza dei bombardamenti, il forte non fu conquistato. Dopo rapide riparazioni, già pochi giorni più tardi parte dell’artiglieria tornò operativa. Nel corso dell’anno di guerra, tra maggio 1915 e maggio 1916, il Forte di Luserna incassò oltre 24.000 colpi di artiglieria, un numero impressionante che testimonia la durezza degli scontri. La costruzione della fortezza rappresentò anche una grande opportunità economica per la popolazione locale. Tra il 1908 e il 1912 quasi tutti gli abitanti di Luserna lavorarono nel cantiere come muratori, carpentieri, manovali o trasportatori, portando nel piccolo paese un periodo di relativo benessere prima dello scoppio della guerra.
Con l’inizio del conflitto, gli abitanti di Lusern furono costretti ad abbandonare le loro case. Vennero evacuati nella Boemia settentrionale, allora parte dell’Impero austro-ungarico, portando con sé solo lo stretto necessario. Quando poterono rientrare, nel 1919, trovarono il paese quasi completamente distrutto dai bombardamenti. Un’altra curiosità riguarda il dopoguerra. Negli anni Trenta il forte non fu distrutto dalla guerra, ma dall’uomo. A causa della scarsità di metalli dovuta alla politica autarchica del regime fascista, molte fortificazioni alpine vennero fatte esplodere con la dinamite per recuperare l’acciaio contenuto nel cemento armato. Anche il Forte di Lusern subì pesanti demolizioni: il recupero dei materiali diede lavoro agli abitanti del paese, ma cancellò per sempre una parte importante della struttura originale.
Oggi il Forte di Lusern è stato consolidato e in parte restaurato. Camminando tra le sue gallerie, le casematte e i resti delle cupole corazzate si può comprendere la straordinaria complessità dell’opera e immaginare la vita dei soldati che vi trascorsero mesi sotto il fuoco dell’artiglieria. Più che un semplice rudere militare, è un luogo della memoria che racconta la tecnologia, il coraggio e le sofferenze della guerra combattuta sulle montagne. Una bellissima passeggiata che sfiora anche alcune trincee è il preludio alla visita del forte che grazie anche ai giovani esperti dell’altipiano e istruiti “custodi” della storia aiuterà ad approfondire un passato drammatico ma affascinante.






