Bricione di Memoria: „Perenne riconoscenza per la liberazione…“

La festa si svolse in modo ineccepibile (…) La mattina la banda civica e quella del 32.o fanteria attraversarono la borgata per la sveglia. Alle ore 10 le autorità e le rappresentanze dei 25 Comuni del distretto e della Comunità generale cogli storici vessilli, pompieri in alta tenuta, le Soc. op. c. di Tesero e Valfloriana con vessillo, mossero dal Municipio e dal palazzo della Comunità verso la chiesa dei PP. Francescani per assistere alla benedizione della bandiera offerta dalla signora Rossi di Milano al convento.
Il rev. P. Chiocchetti nostro valligiano, in un elevatissimo discorso, intessuto di vero patriottismo, fece una storia retrospettiva della indipendenza della nostra valle; nessuno più di lui era oggi addatto a tale rievocazione che fa fremere d’entusiasmo tutta la popolazione. P. Chiocchetti si disse fiero di essere figlio della terra di Fiemme e di poter parlare nel capoluogo del suo distretto in una festa che felicemente accomuna Patria e Religione, tratteggiò rapidamente la storia della valle mostrando che fu sempre terra italiana per tradizioni e per costumi e rievocò soprattutto le tradizioni di libertà civile e amministrativa che pervadono la storia di Fiemme, per cui i cittadini di Fiemme sono più che altri preparati a sentire il significato della festa d’oggi, che è festa di libertà .  Chiuse il brillante discorso, dicendosi lieto di vedere accomunati in una cerimonia solenne per l’inaugurazione della bandiera nazionale donata ad una chiesa i fiemmesi, i rappresentanti della ricca Milano ed i gloriosi soldati che redensero queste terre e chiuse esortando a tener sempre nel cuore l’amore per la Patria per quest’Italia ch’è la terra dei santi e degli eroi. Unanimi e valorosi applausi coronarono l’eloquente discorso.
A questo punto seguì la benedizione della bandiera, impartita da P. Vito e fungendo da padrino il col. Faracovi nostro commissario civile e da madrina la signorina Maria Morandini. La bandiera venne quindi issata sulla chiesa fra gli applausi della popolazione, mentre la musica-banda suonava la marcia reale e un picchetto di arditi del 32.o fanteria presentava le armi.
Prese quindi la parola il poeta Giovanni Bertacchi. Impossibile dare un’idea della magnificenza del suo dire. «L’inno è già cantato, egli disse, e dopo l’inno solenne detto da un figlio di questa valle, la cerimonia magnifica dell’innalzamento della bandiera ha ormai chiusa questa manifestazione. Io porto a voi, il voto dei Lombardi, che è voto di gratitudine per quello che avete sofferto, voto di gratitudine per il vostro entusiasmo e per la vostra fede.»
L’oratore rievoca poi le grandi ombre dei Trentini, dal Rosmini al Segantini, dal Prati, a Battisti, Chiesa e Filzi, e dei vivi ricorda Giovanni Caproni che diede le aquile nuove che dall’Italia vennero a sorvolare su queste terre ancora da redimere e la giovinetta di Ala magnifica nel suo gesto che rievoca la tradizione eroica delle donne d’Italia. Chiuse dopo aver inneggiato a P. Tito, che gli ricorda un altro prete, D. Grazioli che porta con sé nascosto dal Giappone a Trento il preziosissimo baco da seta e rilevati gli sforzi eroici compiuti dal soldato italiano in questa guerra, con un inno alla nostra bandiera: quella bandiera che nel bianco ha il candore dei suoi nevai, nel rosso le lave accese dei suoi vulcani, nel verde il colore dei suoi prati, la fiamma luminosa della speranza.
L’improvvisazione suscitò irrefrenabili applausi. Dopo alcune commoventi e semplici parole di un soldato del 32.o reggimento fanteria, si formò il corteo che si recò in mesto pellegrinaggio al cimitero, a deporre una corona di fiori sulla tomba dell’avv. Rizzoli, già nostro commissario civile. Lo ricordò con commosse parole il capitano Monaresi addetto al commissariato.
Alle 11.30 gli invitati fecero visita al palazzo della Comunità generale, ove ammirarono gli affreschi delle sale, fatte abbellire dal vescovo Bernardo Clesio nel 1538, la raccolta di quadri degli Unterpergher, Alberti, Giovanelli, Lampi, Trogher e Tiepolo, e i più importanti documenti concernenti i privilegi che i vescovi di Trento, i conti del Tirolo, e perfino il re Enrico di Boemia diedero ai Fiemmesi in conferma della loro indipendenza.
Alle 12.30 all’«Ancora» ebbe luogo il banchetto ufficiale di circa 240 coperti. Alle frutta il sindaco di Cavalese, per incarico della rappresentanza, proclamò il colonnello Faracovi cittadino onorario di Cavalese, consegnandogli una magnifica pergamena, dipinta dal pittore Clauser di Cavalese in cui è detto che la rappresentanza gli «è grata per l’amore e l’intelletto ond’Egli trasfonde nel popolo la vita della libertà italiana».  Ringraziò, commosso il commissario civile, dicendo di sentirsi profondamente cittadino di questa terra, di cui oggi aveva sentito vibrare l’anima di patriottico ardore. Gl’intervenuti fecero a questo punto al benemerito e simpatico commissario una calorosa dimostrazione di simpatia. Nuovi entusiasmi suscitò un brindisi indovinatissimo di Bertacchi.
Nel pomeriggio, alle 15, giunse S. E. il Governatore Pecori Giraldi, accompagnato dal gen. Amantea, accolto con vivi applausi dalle scolaresche di Cavalese, Varena, Daiano, Carano, Castello, Molina e Tesero, dalle rappresentanze comunali del distretto, dalle autorità , dalle Società sportiva di Predazzo, club ciclistico di Tesero, club ciclistico Alto Avisio, dalle musiche-bande, a cui s’era aggiunta quella di Tesero, e da una massa imponente di popolo.
Alla sede del Commissariato tutti sfilarono davanti al Governatore per recarsi sul Pra della Reson, ove l’avv. Morandini, presentato dal d.r Orlando Deleonardi, tenne il discorso ufficiale davanti a una calca di popolo. Egli spiegò il significato della festa, disse dell’atto magnanimo di Re Carlo Alberto, che diede al suo eroico Piemonte lo Statuto, che non lo rievocò, malgrado le lusinghe e le minaccie dell’Austria, che preferì l’esilio al disonore. Con acconce parole rievocò la nostra indipendenza, la libertà un tempo goduta, perduta ed ora riacquistata; disse parole di ringraziamento all’Esercito italiano, cui dobbiamo perenne riconoscenza per l’opera di liberazione compiuta. Il suo popolare discorso fu vivamente applaudito.
Prese poi la parola Giovanni Bertacchi, l’orazione del quale fu un inno magnifico all’esercito liberatore, al generale che aveva portato i suoi uomini alla redenzione del Trentino ed alle terre redente che avevano dimostrato di essere ben degne del sacrifizio di sangue dall’Italia fatto per liberarle. Disse d’esser lieto di parlare presso il «banco della reson», di cui rievoca il significato di civiltà e di diritto e di veder fusa in un solo sentimento la libertà antica e quella nuova. Termina ricordando le terzine di Dante, il quale divinava i confini che serrano l’Alemagna e l’oriente d’Italia al Quarnero. Il felicissimo discorso suscitò un senso di viva commozione in tutta la folla.
Chiuse la serie dei discorsi il capitano avv. Angelo Manaresi, addetto al locale commissariato, ringraziando S. E. il Governatore per il suo intervento, dichiarando che in Lui i soldati vedevano oltre che il comandante, l’uomo che con pugno sicuro aveva retto le sorti della forte prima armata nei momenti difficili e l’aveva poi portata alla vittoria, ringraziò poi i cittadini tutti, ricordò i morti che dormono tuttora sulle cime di Fassa e di Fiemme, morti cui tutti i fiemmesi dovranno portare il fiore del ricordo, accennò ad alcuni episodi di eroismo dei nostri soldati e volontari e terminò coll’energica affermazione dei diritti d’Italia contro chi vorrebbe strapparle i frutti della vittoria. Anche quest’ultimo oratore raccolse larga messe d’applausi.
Si svolsero poi animatissime le gare dei soldati. Il corteo quindi si ricompose per recarsi alla comunità ove fu offerto un vermouth d’onore nella storica sala del Brusasorci. Il presidente della comunità Giacomelli diede il benvenuto a S. E. raccomandando alla Sua benevolenza la valle ch’era riuscita ad ottenere la sua autonomia già coi patti gherardini.
Rispose S. E. il governatore dichiarandosi commosso della dimostrazione di fede e d’italianità fatta da questa popolazione e promettendo di adoperarsi acciocché compatibilmente coll’assestamento generale da darsi alle provincie redente, fossero rispettate nel modo più geloso le antiche autonomie comunali. Chiuse, esortando ad aver pazienza. La pazienza egli disse, è la virtù dei popoli forti; però pazienza non è dimenticanza o debolezza, ma coscienza dei propri destini, meritati con tanto sacrificio di dolore e di sangue. (Grandi applausi ed evviva). La sera imponente fiaccolata, concerto delle bande e produzione del coro.
Al Comitato sono giunte numerose adesioni, tra cui quella dell’on. Degasperi, già nostro deputato al parlamento, il quale, impedito d’intervenire per ragioni di salute, scrive rallegrandosi che Fiemme festeggiando lo statuto delle libertà italiane rievochi contemporaneamente l’antica costituzione della sua locale indipendenza.
«Nella perfetta fusione di questi due sentimenti — egli continua — risorge la nuova coscienza di Fiemme, fiera dei propri diritti, orgogliosa nelle sue tradizioni, ricongiunta con indissolubili vincoli di affetto all’Italia. Lo spirito di democrazia e di progresso che emana da tale nobilitata coscienza del proprio passato esime i fiemmesi dalla ricerca di altri ideali di un esotico umanitarismo, per attingervi la ispirazione di un più radioso avvenire. I Fiemmazzi trovano nella loro valle non solo le ricchezze naturali per sviluppare le industrie, ma ritrovano anche nella loro coscienza pubblica i germi di una sincera democrazia, di un’ordinata libertà e di una giustizia sociale più pura.
Seguite, uniti e concordi, la voce di questa coscienza, ecco l’augurio che avrei espresso a voce al popolo oggi, e la Madre Italia soccorrerà e benedirà i vostri progressi. Siate italiani, perchè siete veri fiemmazzi e siate fiemmazzi perchè sentite che l’Italia, riconquistandovi la libertà , vi ha ridonati a voi stessi. Di questa riconquista voi godete la fortuna di avere fra voi un glorioso fattore qual è il colonnello Faracovi, il prode comandante di quel riparto degli alpini che a Marco, nel momento più decisivo della nostra storia spezzò la resistenza nemica, e inaugurò e compì la liberazione del Trentino.
Io che fui rappresentante di Fiemme, sono lusingato che tocchi alla mia valle il grato compito di mettere in rilievo le glorie del quarto gruppo Alpini e degli Arditi del 29.o reparto di assalto, ai sacrifici, all’ardimento, alla vittoria dei quali è dovuto in prima linea la redenzione della nostra patria. Le circostanze susseguitesi nei primi giorni dell’armistizio hanno impedito che si celebrassero attorno a queste rudi e simpatiche «Fiamme verdi» d’Italia la festa della nostra gratitudine. Ma voi oggi, o Fiemmazzi, avete l’incarico di confermare e promettere innanzi al prode e vittorioso comandante che le loro gesta sono incise nella mente di tutti i Trentini e che nel nostro cuore è ancorato in eterno il sentimento della nostra ammirazione e della nostra riconoscenza.»






