Un libro al mese: Abschnitt Adamello – 2°

Le operazioni di occupazione dei passi di Folgorida e Lares da parte degli austro-ungarici vennero costantemente osservate dall’esercito italiano, il quale –in quel frangente -non potè intraprendere alcuna azione di disturbo in quanto non disponeva ancora di forze adeguate. La successiva occupazione della cresta del Dosson di Genova impensierì ulteriormente gli italiani che, di conseguenza, mirarono a «Frapporre un ampio spazio tra la linea avversaria e la delicata linea dei passi [Brizio, Garibaldi, Venerocolo] il cui sfondamento avrebbe compromesso la retroguardia del Tonale con ulteriori pesanti conseguenze, ed inoltre, per favorire futuri attacchi da sud est alla Conca Presena e ai Monticelli – senza togliere possibili scenari di più ampia portata aventi come oggetto le Giudicarie»[1].
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L’azione, dunque, ebbe inizio alle ore 22 dell’11 aprile dal rifugio Garibaldi. Ad attendere l’attacco italiano sul crinale del Dosson di Genova portato frontalmente da quasi trecento alpini sostenuti da due cannoni da 75 e due cannoncini da 57 mm, si trovavano due ufficiali, quattro sottufficiali, sessantuno soldati austroungarici e due mitragliatrici, suddivisi in sei posti di guardia, distribuiti tra il passo della Lobbia Alta e il monte Fumo. Inoltre, un reparto di riserva si trovava al passo Folgorida.
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«Alle 7.30 del mattino del 12 aprile 1916 ordinai un allarme di prova a seguito di una telefonata con Herr Oberleutnant Pucher, poiché si udivano colpi di fucile e di mitragliatrice a Cresta della Croce. Mi portai subito con la riserva di fronte a Cresta della Croce e uno sciatore mi riferì che nel corso della notte gli italiani avevano occupato la Lobbia Alta. Mandai diciotto uomini sotto il comando dello Zugsführer Weiss a Cresta della Croce, sei uomini sotto il comando dello Zugsführers Grübler a W1, e io stesso giunsi con una pattuglia di sciatori alla cresta inferiore di Cresta della Croce. La riserva tornò indietro dopo aver respinto un attacco nemico, causandogli ingenti perdite.
Gli italiani ritornarono verso le 10.30 con una forza di tre compagnie, si riunirono sul ghiacciaio e posero sotto il fuoco i W1, 2, 3 e 4. Con la protezione di questo fuoco gli italiani riuscirono a posizionare una mitragliatrice. Il posto 2 si difese finché anche l’ultimo uomo non fu morto o ferito, il posto 1 dovette difendersi anche da un secondo attacco. Verso le 2 del pomeriggio ricevetti il fuoco delle mitragliatrici da Cresta della Croce e fuoco di fucili dalla Lobbia Alta. Ordinai quindi di raggiungere il prima possibile passo Fargorida poiché le truppe si stavano dissanguando. Come rinforzo usai 20 uomini del reparto lavoratori croato e gli insegnai l’uso dei lanciagranate; nel corso della sera e della notte altri dieci uomini raggiunsero passo Fargorida. I posti non si fecero sorprendere, ma osservavano il nemico da circa 800 piedi. Alla base della perdita delle postazioni si deve imputare una mancanza di munizioni. I W1 e W2 resistettero strenuamente, infliggendo molte perdite al nemico. Perdite nostre circa 60 uomini. Passo Fargorida, 13 aprile 1916 Oblt. Wildner»
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Il comando della 50. Halbbrigade aveva ordinato al comandante della zona della Ragada (Major Handel-Mazzetti) il rafforzamento dei crinali del Crozzon di Folgorida, del Crozzon di Lares e del Corno di Cavento. L’occupazione e il mantenimento di tali vette avrebbe potuto rivelarsi più agevole sfruttando il periodo favorevole della stagione: l’accesso a queste dorsali di roccia era difatti particolarmente arduo e pericoloso dalla parte austro-ungarica, meno severa era l’ascesa da parte italiana che poteva essere compiuta lungo i versanti rivolti verso la vedretta della Lobbia. Inoltre, le truppe della Landsturm formate da uomini non provenienti da zone di montagna, furono sfiancate dalle condizioni ambientali estreme riscontrate durante i combattimenti nel settore di Folgorida. Nonostante ciò, va detto che la condotta dei reparti che combatterono ai passi di Folgorida e Topette fu esemplare.
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Così il Major Fischer descrisse la situazione e le caratteristiche della linea di Folgorida in un rapporto destinato all’Oberst Spiegel, comandante della 50. Halbbrigade: «Per l’organizzazione della linea si presentarono difficoltà di vario genere. Il tempo era anomalo. Tempeste di neve e freddo intensissimo (fino a 18 gradi sotto lo zero) rendevano i percorsi impraticabili, sfinivano i pochi portatori, impedivano la realizzazione di ripari lungo la linea e ritardavano la costruzione di alloggi. Così, per esempio, solo il 26 aprile riuscimmo, dopo innumerevoli tentativi e una marcia di sedici ore (cento portatori), a portare al posto di guardia del passo di Cavento una baracca per quindici uomini.
La cottura del rancio al passo di Fargorida durava 24 ore! Solo per la legna da ardere erano necessari sessanta uomini. La truppa a sud del Crozzon di Lares in sette giorni ricevette solo una volta il rancio portato in casse di cottura, altrimenti metteva sotto i denti solo scatolette di conserve fredde e neve; il 23 aprile vennero organizzate quattro spedizioni per portare rancio caldo: tutte, l’ultima alle due del mattino, ritornarono indietro senza aver combinato nulla (…) I ripari scavati nella neve venivano ripetutamente resi inutilizzabili dalla bufera in un’ora. I lavori nella roccia (granito) erano molto difficili a causa della durezza del materiale e non consentivano progressi visibili.
Con enorme fatica e attenzione i fucili dovevano essere tenuti caricati. Di tanto in tanto si dovevano sparare dei colpi per riscaldare la canna, altrimenti non si poteva aprire l’otturatore. Le mitragliatrici dovevano rimanere tra le dune di neve altrimenti l’acqua nei manicotti e le cinghie gelavano. Le condizioni di salute della truppa furono messe a dura prova (ci furono molti casi di congelamento e sfinimento), quasi tutti avevano la febbre (fino a 39 gradi)
(…) Nello stretto spazio disponibile sulle cime alte e frastagliate o lungo le placche rocciose è difficile trovare ripari favorevoli per la difesa. La neve che copre la cresta in abbondanza è solo una copertura fittizia (ogni pallottola o scheggia la trapassa); chi deve sparare è costretto a scoprirsi così che in battaglia il numero dei colpi e l’artiglieria sono decisivi.
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Nella notte tra il 29 ed il 30 aprile 1916, il colonnello Spiegel, comandante della 50. mezza-brigata, così comunicò telefonicamente al Comando del gruppo della Ragada: «È una questione d’onore per tutti i combattenti, riconquistare completamente le posizioni perse. Per tale motivo ordino l’immediata controffensiva sul Crozzon di Lares da realizzarsi mediante l’occupazione del Crozzon di Fargorida e col mantenimento della linea delle rocce a sud del passo di Fargorida fino al Crozzon di Fargorida con il reparto del Rittmeister Wimmer per dare il tempo alle riserve di giungere sul posto e di attaccare. Inoltre devono essere assolutamente tenute le rocce a sud del passo del Lares verso il passo di Cavento occupandone la cima“
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Al passo sono arrivati tre plotoni come rinforzo, tre plotoni sono ancora in marcia, di cui due sono completamente sfiniti. Secondo tutte le comunicazioni, gli Alpini, largamente superiori, sono pronti a respingere un contrattacco perciò un assalto da parte nostra con forze così deboli sembra senza via d’uscita. Chiedo perciò al Comando della mezza-brigata se rimane dell’idea di un contrattacco come ordinato. Con le forze attuali la linea passo Fargorida-passo delle Topette forse può resistere nonostante il fuoco sui fianchi. Il cambio deve avvenire assolutamente di notte, perché di giorno causerebbe grandi perdite. La truppa ha fatto il massimo umanamente possibile ma sembra che questo compito, con questi mezzi, non si possa fare. Le perdite sono già considerevoli (…) La schiera frontale del nemico non riusciva ad avanzare. Dopo l’imbrunire si ritirò lasciando indietro molti feriti, che per tutta la notte gemettero chiedendo aiuto. Tutti coloro che erano penetrati tra la linea della fronte e la postazione dell’artiglieria, si arresero. Il comportamento della truppa in quel giorno fu esemplare. Nonostante gli strapazzi fisici, nonostante l’accerchiamento da tutte le parti, nonostante le forti perdite, ogni soldato rimase al suo posto sorretto da una forte fiducia di poter contrastare la superiorità dell’assalitore. Riuscimmo a fare oltre 50 prigionieri, un numero incredibilmente alto in quelle circostanze.“
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„Nei giorni seguenti gli italiani non fecero nessun altro serio tentativo di attacco, cercarono di infliggerci perdite e di isolarci dal collegamento con malga Fargorida mediante un fuoco incessante e con un continuo cannoneggiamento dal Crozzon di Lares e dal Crozzon di Fargorida. I ricoveri a disposizione (dieci baracche) erano continuamente sotto il fuoco fiancheggiante del nemico. Nell’infermeria molti soldati feriti vennero uccisi da altri colpi e tutto il personale sanitario venne colpito. A causa di ciò dovemmo rimanere tutti all’aperto. Io stesso, così come tutti gli ufficiali e la truppa, ho dormito per quattro giorni e cinque notti all’addiaccio sul granito, cosa che in questa stagione e a queste quote, con sbalzi di temperatura molto forti, richiedeva ad ognuno di noi enormi sforzi e una straordinaria resistenza. I morti non poterono essere sepolti, i feriti dovettero aspettare giorni e giorni per essere trasportati. I loro gemiti e la continua richiesta di acqua erano strazianti.
Ciononostante, la linea di combattimento è sempre stata pronta alla difesa e nessuno ha mai pensato di abbandonare il suo posto. Queste battaglie, che si sono svolte a 3000 m di quota ed oltre, rappresentano certamente un bell’esempio di tenace resistenza di fronte a difficoltà.2
Il libro di Tommaso Mariotti e Rudy Cozzini è destinato a tutti gli studiosi del conflitto in montagna, ma particolarmente alle comunità del versante trentino dell’Adamello: non pochi dei nostri avi militarono nelle unità comandate dagli ufficiali, i cui nomi affiorano nelle pagine di questo copioso volume. Un legame, quello con l’Impero asburgico scomparso al termine del conflitto, che rimane fortemente sentito nelle vallate della nostra Terra, che ci lega a comunità con le quali abbiamo condiviso secoli di storia. Un legame che oggi si ripropone, nell’Europa dei popoli tra loro affratellati.
„Abschnitt Adamello“ è disponibile presso la sede e gli uffici del Parco Naturale Adamello Brenta, che ne è l’editore. Gli stralci pubblicati da UT24 nella rubrica Un libro al mese sono soggetti a copyright: è vietata la riproduzione anche parziale dei testi e delle illustrazioni, nonchè la memorizzazione in qualsiasi forma, senza autorizzazione scritta del Parco naturale Adamello Brenta.






