von fpm 06.05.2026 13:30 Uhr

1525-2025: cinquecento anni fa le rivolte contadine (28)

Nell‘ambito delle rivolte contadine che interessano tutta l‘Europa centrale, va ricordata quella del 1525-26, la “guerra dei contadini” guidata da Michael Gaismayr.

Immagine creata da IA, elab grafica Flavio Pedrotti Móser

L’Archivio della storiografia trentina offre una interessante documentazione di Salvatore Piatti: L’insurrezione contadina del 1525 nel perginese.  Una guerra che coinvolge insorti tirolesi, i quali danno vita ad una sorta di costituzione ante litteram, gli “Articoli di Meran “, diffusi in tedesco e in italiano, una carta di grande tensione democratica, con affermazioni anticipatrici di autonomismo.  L’espressione tradizionale di guerra rustica per indicare l’insurrezione dei contadini avvenuta nel 1525 nel Trentino può essere fuorviante in quanto si trattò di una ribellione breve e disorganica. La guerra è guidata da un capo o da un comando militare unificato, è un’azione o un complesso di azioni organizzate ed è combattuta da uomini armati. Ma l’insurrezione, o ribellione, del 1525 nel Trentino non aveva un capo riconosciuto, non ebbe mai una vera organizzazione e gli uomini che vi parteciparono erano armati solo in via eccezionale; la quasi totalità dei partecipanti avevano quelle armi che oggi si direbbero improprie. Gli storici tradizionali di Pergine e del Perginese o non hanno parlato o ne hanno parlato solo sbrigativamente e non sempre con esattezza.

I Federici da Roncogno erano tre fratelli: Salvatore, Nicola e Antonio. Leonardo Coradi da Roncogno, un testimonio dal dente avvelenato, al processo contro Nicola ce li dipinge così: Antonio non partecipò ai disordini dell’estate 1525 come fecero invece Salvatore e Nicola; dei tre il più accanito fu Salvatore; in paese Antonio era ben visto, non così Nicola; costui non pensava molto a quanto diceva; era molto ciarliero ed aveva una lingua feroce. Salvatore abitava a Pergine e nel 1525 era un uomo maturo perché già nel 1518 in un documento è ricordata sua nuora Maria Pasini da Borgo Valsugana. Nicola al processo proclamò con decisione e lo ripeté durante la tortura di non aver fatto nulla di male, ma non disse mai di aver moderato le parole. I testimoni al processo lo accusarono di aver parlato contro il principe: «Che ere‘ tu: el nostro principe l’è uno multon, l’è uno cizol, ‚I se lassa menar de sti signorotti come fa una bestia per li corni, ‚I cogne far come i voi»; contro il capitano di castel Pergine dicendo di essere pronto a buttarlo giù dai merli del castello e apostrofandolo come «quel becho del capitani e la putana de so moier»; contro le autorità comunali di Pergine dicendo: «No volemo né sindico, né dodese, né tanti signori: volemo mo‘ governar anche noi».

Secondo la testimonianza del sindaco maggiore di Pergine, deciso avversario dei Federici, Nicola e suo fratello Salvatore dall’inizio della ribellione fino a quando furono banditi non cessarono di importunare tutti per indurli a mettersi contro i superiori e durante i giorni dei tumulti, trascurando i propri lavori, venivano e restavano a Pergine per vedere se si presentasse l’occasione di saccheggiare le case delle persone benestanti come era loro intenzione.

Erano soprattutto contrari a quanto era stato stabilito dal principe e Nicola ebbe una parte importante nell’indurre i contadini a rifiutare il giuramento e ad andare al Ciré per il raduno. (continua)

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