Dame damént (42)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Con questa rubrica si è ricordato l’uso delle parole nel contesto quotidiano proprio come si fa con una lingua dominante con le sfumature del nostro dialetto, ma vorremmo anche sorridere un po’ mettendo in risalto quelle espressioni talvolta bizzarre, stravaganti, se non strambe che derivano direttamente dal dialetto e appartengono a quei trentini che con molta serietà, prendendosi sul serio, interagiscono parlando… én pónta… come si dice appunto in dialetto, parlando cioè con un italiano, forzato… solo che il più delle volte, le frasi altro non sono che una vera e propria traduzione letterale dal dialetto all’italiano fornendo così una carrellata espressiva a volte buffa, altre volte imbarazzante…
A volér esser fiòl del parlàr ciàr, (essere molto incero) parlàr s’cèt (schietto, senza sottintesi), ancoi g’ò ‘ntorn na lèla (sono spossato, stanco) e no voria far na sfrugnada (e non vorrei fare un brutto lavoro), me par de dover laorar có i àrgheni (di lavorare a stento, con fatica)… mé par dé star dréo a sfodegar él vocabolari e s’ciapotar co le parole per zercar dé metrghe na pèza sui svarioni… (mi sembra di rovistare nel vocabolario alla ricerca di parole cercando di rimediare eventuali errori)… l’è che stamatina i me nà dat zó na tésa, (mi hanno riempito di discorsi) e adèss són stuf, agro e stomegà… ( adesso sono più che stanco, sfinito, ho raggiunto il limite)… Ensóma, i mà fat nar zó la bùzera (mi hanno fattoi perdere la pazienza) e mi a mandarli fòr dai bàzeri no són bòn (e io a mandarli a quel paese non ci riesco), date paze, mé són dit, e fate òco che pantegàn té sèi zà assà (datti pace, mi son detto, e fatti furbo che tonto lo sei già abbastanza)… mòleme Vègili e mé són trat sula caréga. (fra me e me mi sono fatto forza e mi sono seduto quasi rassegnato) Bòn! Adéss, bècolo vergót per la fam che la vedo lónga e scominzien dalbòn… (bene, adesso mangio qualcosa, perché mi sa che va per le lunghe, e iniziamo davvero) … Vi siete mai chiesti perché i trentini quando parlano in italiano non hanno accenti così influenti ed identificabili? A differenza dei vicini vicentini, veronesi piuttosto che dei piemontesi o Toscani o Romani per non parlare delle persone che abitano nel sud d’Italia? Semplicemente perché, come sostiene un mio amico omonimo, Andrea Pedrotti, il nostro „italiano parlato“ non ha avuto il tempo di „sporcarsi„… cent’anni dall’annessione forzata sono troppo pochi e questo, dice, è un’ulteriore prova che i nostri avi hanno sempre parlato in dialetto che non è sicuramente, purtroppo italianizzato, quello, soprattutto nei centri cittadini, che si parla al giorno d’oggi.
Poco tempo fa, ad esempio, a una certa, ho incontrato un vecchio amico, un grande amico, eravamo insieme alle scuole elementari, alle medie e poi anche alle superiori… poi le strade si sono divise e ci siamo rivisti quando, da qualche anno, sono rientrato a Trento dopo aver trascorso tanto tempo in un esilio naturale che mi ha portato a esplorare altre città, altri paesi, altre culture e lingue diverse… pure i dialetti… devo dire però di non aver mai trovato in altre località, la peculiarità dialettica usata dai trentini quando dal dialetto passano all’italiano… praticamente traducono alla lettera… e dalla prossima settimana si faranno degli esempi più che esaustivi… (continua)






