Un libro al mese: L’orologio dei Carpazi – 5°

L'ultimo “attenti”
Dalla tasca del panciotto dello zio Secondo fu estratto per l’ultima volta il monumentale orologio d’argento. Lo zio non aggiustò mai le lancette dell’orologio sull’ora ufficiale italiana: per lui quel bilanciere d’acciaio continuava a battere con il tempo di una terra lontana, sospeso tra i boschi della Valsugana e le pianure sconfinate della Galizia e dei monti Carpazi.
(…)
Sul cancello in ferro battuto del minuscolo camposanto di montagna, a Bieno, la pioggia sottile bagnava le lapidi di pietra. Si stringevano mani e
si pronunciavano condoglianze con poche parole essenziali. Giunsero alla spicciolata da vari paesi della valle alcuni burberi anziani, avvolti nei loro cappotti pesanti, che rispondevano „Servus“ al saluto, scambiandosi taciti cenni d’intesa. Erano gli ultimi camerati di trincea scampati al massacro, i superstiti dei quattro reggimenti tirolesi dei Kaiserjäger: uomini che portavano sul volto le rughe profonde scavate dal gelo dei Carpazi, della Siberia, dell’Ortigara e dagli anni che passavano implacabili. Erano venuti in silenzio per rendere l’ultimo omaggio al vecchio Nanon.
(…)
Il silenzio del cimitero di montagna divenne assoluto, rotto soltanto dal sibilo del vento che scendeva dalle creste rocciose del Lagorai. Lo zio Secondo sfilò con gesto solenne il prezioso orologio d’argento dalla tasca del panciotto, ne aprì la cassa d’acciaio con un colpo secco del pollice, fece scattare una levetta segreta nascosta sul bordo e ordinò a bassa voce: “Habt Acht! Attenti!”
Dalla cassa del vecchio orologio scaturirono le note cristalline e metalliche di un carillon rimasto muto per quasi cinquant’anni. Le note leggere dell’antico inno imperiale risuonarono nell’aria fredda sopra la fossa aperta: “Serbi Dio l’austriaco regno, guardi il nostro Imperator…”
Giuseppe osservò la scena col cuore pieno di una intensa commozione, comprendendo finalmente che, con quel suono, non si congedava soltanto un uomo semplice e generoso, ma si chiudeva un intero mondo di sofferenza, di fedeltà e di profonda umanità.
E quando l’ultima nota del carillon si spense nel vento della Valsugana, la memoria dello zio Secondo e degli altri veterani rimase lì, scolpita per sempre nella terra e nel cuore di chi restava a raccontare la vera Storia.
Dopo „Lacrime nella neve„, ecco un secondo libro di Fiorenzo Vinante: lo sfondo è sempre quello della prima guerra mondiale, ma l’autore questa volta ci presenta un romanzo dal finale intenso e commovente.
Siamo negli anni Sessanta, a Telve in Valsugana. Nella penombra profumata di farina, formaggio e tabacco trinciato della bottega dei «Baldi», il dodicenne Giuseppe ascolta i ricordi del prozio Secondo, reduce del nostro esercito imperiale. Basta un nome su un ritaglio di giornale, Nanon, a riaprire la breccia della memoria e a spazzare via la retorica dei sussidiari scolastici. Attraverso lo scorrere sordo di un orologio d’argento, prende vita un viaggio emozionante dalle vallate tirolesi al gelo spietato della Galizia.
„“L0rologio dei Carpazi“ è u affresco corale, «dal basso», che dà voce a contadini e boscaioli chiamati a raccogliere la sfida della guerra sui Carpazi: una storia vera, fatta di tragedia ma anche di inaspettata umanità.
Ispirato al racconto autobiografico di Giuseppe Oss Emer, il romanzo di Fiorenzo Vinante è un commovente omaggio ai nostri nonni e bisnonni, che hanno fatto la vera Storia senza mai pretendere di esserne protagonisti; il loro icordo – troppo spesso e troppo a lungo – è stato cancellato e dimenticato.
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