von mas 24.10.2026 18:30 Uhr

Un libro al mese: L’orologio dei Carpazi – 4°

«I secondi segnano le ore, ma sono le memorie a misurare la vita» –   Il romanzo di Fiorenzo Vinante prende il lettore per mano, proprio come il vecchio  Secondo fa con il pronipote giuseppe, e lo accompagna nelle lande desolate di Galizia e nel gelo dei monti Carpazi.  Al ragazzo,  Secondo  racconta la storia „vera!, quella che non gli viene insegnata a scuola.  Ecco oggi il quarto stalcio: „Quel pezzo di pane secco, Nanon lo finì prima ancora che il treno arrivasse a Levico… ma quel rosario di legno, con i granelli smussati dal suo pollice enorme, lo tenne stretto con sé in mezzo all’inferno della Galizia e tra il fango delle trincee sui Carpazi, fino all’ultimo giorno di guerra. Fu la sua unica vera armatura contro l’orrore del mondo»..“

 

Particolare dalla copertina

Il delirio di Bortolo Tasin

Avviluppato in una coperta grigia che aveva ormai preso il colore della melma e della ruggine, Bortolo Tasin tremava in modo sconnesso. Non era il tremore ritmico e naturale di chi soffre il freddo; era una scossa irregolare, secca, a scatti, che faceva battere i suoi denti con un suono di nacchere di legno.  Teneva il fucile stretto al petto, non come un’arma da fuoco pronta all’uso, ma come un bambino stringerebbe una croce di legno durante un temporale. Le sue dita, coperte da guanti sfilacciati, erano serrate attorno al calcio del fucile con una presa così forte che pareva dovesse spaccare il legno.

«Smettila di scuoterti in quel modo, Bortolo», mormorò Secondo senza staccare gli occhi dal buio denso della terra di nessuno «Pare che tu abbia la febbre terzana. Fai tremare persino il muretto di sacchetti di terra. Se passa il sergente e ti vede così, ti manda di corvée al deposito munizioni sotto la neve, e lì sì che ti viene la polmonite».

«Non è la febbre, Secondo», rispose Bortolo  «Non è il freddo che mi fa fare così. È che qui attorno c’è qualcuno, lo sento da un’ora buona. Sento i passi sulla neve fresca, oltre il primo ordine di reticolati. Un passo… e poi una pausa, come se stesse misurando la distanza, come se stesse scegliendo il punto preciso dove scavalcare senza far rumore.  Acoltami, ti prego.  Quelli del posto non salgono mai su questi valichi quando viene la luna nuova.

Dicono che su queste cime non ci siamo solo noi e il nemico, ma gira anche il ‘Pellegrino di Cenere’. Quando la notte diventa troppo fredda per restare vivi, lui vaga lungo i camminamenti e cerca le vedette stanche, quelle che hanno il sangue lento.  Ti si siede accanto. Pensi che sia il tuo compagno di guardia che si è avvicinato per darti un po‘ di conforto, per fare un po‘ di riparo dal vento col corpo. Pensi che sia un sergente buono che ti mette una mano sulla spalla per darti un po‘ di calore e darti il cambio in anticipo. E lo senti, Secondo… senti un calore bellissimo, improvviso. Come stare seduti accanto alla stufa a olle nella cucina di casa, la sera di Natale, con la polenta che cuoce sul fuoco e l’odore della legna di faggio che riempie la stanza. Ti viene da sorridere. Ti viene un senso di pace così grande che ti dimentichi del fucile, ti dimentichi del fango, ti dimentichi dei reticolati. Ti viene da chiudere gli occhi solo un minuto, un attimo soltanto, per goderti quel tepore che scivola pian piano dentro le ossa... E ti addormenti, ma quando ti svegli, sei diventato di pietra; non senti più le gambe, non senti più le braccia. Ti trova la squadra di cambio all’alba, ritratto nella terra, duro e grigio come il granito di queste cime. E il Pellegrino prende il tuo posto nella guardia, e aspetta il prossimo che si sente solo ,,,»

 

Il gigatne di Bieno

«Zio…», disse il ragazzo interrompendo i suoi stessi pensieri, «…mi hai raccontato di Nanon in Galizia e sui Carpazi, della fame insaziabile e  di quando tenne testa ai cavalieri croati… Ma com’era Nanon prima che la guerra lo strappasse alla Valsugana? Com’era davvero la vita di Fortunato Molinari lassù a Bieno?»  Secondo sorrise con una punta di amara nostalgia negli occhi,

«Prima di tutto il nome era quello di suo padre Giovanni che, essendo un omone enorme, veniva chiamato Gioanon o meglio Nanon. A Bieno, Fortunato Molinari, era per tutti semplicemente Nanon. Non un uomo di molte parole, no, non ne aveva bisogno: la sua lingua era il lavoro e il suo passo era lento e solido come quello di un bue. Ma quando prendeva in mano l’accetta o la pesante mannaia da abbattimento, pareva proprio che la foresta gli portasse rispetto, che gli abeti secolari piegassero le cime prima ancora che il ferro ne toccasse la corteccia. «La natura lo aveva modellato con uno stampo del tutto particolare. ’unica cosa che non aveva ereditato da suo padre era l’altezza, per il resto era un uomo corto di statura, piuttosto grosso, ma con due spalle larghe come un portico e un torace rotondo che pareva una botte di quercia. Ma quello che colpiva di più in lui erano le mani e i piedi, di una grandezza sproporzionata al resto del corpo. Per il lavoro nel bosco era perfetto: la sua forza non stava nell’altezza, ma nel baricentro basso e  ell’incrollabile tenacia dei muscoli».

«E la fame, zio? Era davvero leggendaria come dici?» «Ah, la sua fame… Quando partiva la mattina all’alba, col buio ancora fitto, per salire verso i tagli alti del Tauro o di Costabrunella, la sua povera madre gli preparava una  pagnotta di pane di segale grande quanto la ruota di un carro da fieno, spessa quattro dita, e un pezzo di formaggio duro che avrebbe sfamato un’intera famiglia per due giorni. A mezzogiorno, quando le squadre dei boscaioli si fermavano attorno al focolare improvvisato per consumare il rancio e scaldare le gavette, Nanon aveva già finito tutto, come se avesse fatto soltanto colazione prima di iniziare il lavoro!

Era un uomo d’una bontà disarmante, Giuseppe. Se qualche spaccone cercava la rissa e provava a provocarlo per via delle sue mani sproporzionate o del suo modo di camminare, lui si limitava a grattarsi la nuca con le sue dita enormi dicendo: “Perché litigare? La terra è grande e c’è posto per
tutti”» …

«E poi… e poi è arrivata la storia a sconvolgere ogni cosa», disse Giuseppe a bassa voce. «E poi, nel luglio del 1914, gli ordini dell’Imperatore Francesco Giuseppe sono arrivati fin lassù, ricoperti di timbri neri e aquile bicipiti», proseguì Secondo con la voce che s’incrinava per l’emozione. «Hanno affisso i manifesti di mobilitazione sulle porte della chiesa e sui muri del municipio. Gli hanno tolto la scure dalle mani, gli hanno infilato addosso una giubba di panno grigio troppo stretta che riusciva a stento ad abbottonare, e gli hanno messo in spalla un pesante fucile Mannlicher con la baionetta affilata …  Non capiva, ma obbedì. Non capiva perché dovesse lasciare la sua scure, i suoi abeti e la sua casa per andare a sparare a gente che non aveva mai visto e che parlava lingue che lui non poteva comprendere, ma obbedì. Il giorno della partenza dalla stazione di Strigno,, la madre gli mise nella bisaccia una crosta di pane secco di segale e un rosario di legno intagliato a mano da un vecchio pastore di Bieno. Quel pezzo di pane secco, Nanon lo finì prima ancora che il treno arrivasse a Levico… ma quel rosario di legno, con i granelli smussati dal suo pollice enorme, lo tenne stretto con sé in mezzo all’inferno della Galizia e tra il fango delle trincee sui Carpazi, fino all’ultimo giorno di guerra. Fu la sua unica vera armatura contro l’orrore del mondo».

Dopo „Lacrime nella neve„, ecco un secondo libro di Fiorenzo Vinante: lo sfondo è sempre quello della prima guerra mondiale, ma l’autore questa volta ci presenta un romanzo dal finale intenso e commovente.

Siamo negli anni Sessanta, a Telve in Valsugana. Nella penombra profumata di farina, formaggio e tabacco trinciato della bottega dei «Baldi», il dodicenne Giuseppe ascolta i ricordi del prozio Secondo, reduce del nostro esercito imperiale. Basta un nome su un ritaglio di giornale, Nanon, a riaprire la breccia della memoria e a spazzare via la retorica dei sussidiari scolastici. Attraverso lo scorrere sordo di un orologio d’argento, prende vita un viaggio emozionante dalle vallate tirolesi al gelo spietato della Galizia.

„“L0rologio dei Carpazi“ è u affresco corale, «dal basso», che dà voce a contadini e boscaioli chiamati a raccogliere la sfida della guerra sui Carpazi: una storia vera, fatta di tragedia ma anche di inaspettata umanità.

Ispirato al racconto autobiografico di Giuseppe Oss Emer, il romanzo di Fiorenzo Vinante è un commovente omaggio ai nostri nonni e bisnonni, che hanno fatto la vera Storia senza mai pretendere di esserne protagonisti; il loro icordo – troppo spesso e troppo a lungo –  è stato cancellato e dimenticato.

Jetzt
,
oder
oder mit versenden.

Es gibt neue Nachrichten auf der Startseite