von fpm 07.10.2026 13:30 Uhr

Chiesette di montagna (13)

Flavio Pedrotti Móser invita ad escursioni meditative e rilassanti in atmosfere alpestri.

Immagine IA

Sul Monte di Roncegno, a circa 1.451 metri di quota, isolata tra boschi e prati, si trova la Chiesetta San Osvaldo, uno dei luoghi religiosi più suggestivi e legati alla memoria storica della Valsugana. La sua vicenda è particolarmente interessante perché intreccia devozione popolare, presenza delle comunità germanofone, pellegrinaggi e Prima guerra mondiale. L’attuale edificio, infatti, è il risultato di una ricostruzione avvenuta dopo la distruzione della prima chiesetta durante il conflitto. La prima testimonianza documentaria certa della chiesetta risale al 1585. Gli atti della visita descrivono un edificio molto semplice: lungo circa dieci passi, con l’ingresso rivolto a oriente e un piccolo altare collocato sotto una volta. Mancavano perfino una pala d’altare e particolari ornamenti. Era dunque una piccola cappella devozionale, ben diversa dalle grandi chiese dei centri abitati. Secondo la tradizione storica locale, la sua origine sarebbe collegata alle popolazioni di lingua tedesca che si insediarono in varie zone della Valsugana tra il XIII e il XVI secolo. La chiesetta divenne progressivamente oggetto di devozione e meta di pellegrinaggi. Il titolare della chiesetta è Sant’Osvaldo di Northumbria, re cristiano anglosassone vissuto nella prima metà del VII secolo. Secondo la tradizione agiografica, Osvaldo morì combattendo contro un sovrano pagano. La sua fama di re cristiano e martire si diffuse nell’Europa medievale e il suo culto raggiunse anche l’area alpina. La presenza di una chiesa dedicata a Sant’Osvaldo in una zona montana non è quindi casuale: il culto del santo ebbe una particolare diffusione nell’area tirolese e nelle regioni alpine di cultura germanica.

È soprattutto la Prima guerra mondiale ad aver segnato profondamente la storia della chiesetta. Il Monte di Roncegno si trovava infatti in una zona strategicamente importante durante il conflitto. Il colle di Sant’Osvaldo fu teatro di combattimenti particolarmente violenti tra il 3 e il 6 aprile 1916. Pochi giorni dopo, il 12 aprile 1916, le truppe italiane conquistarono il colle. Le vicende militari provocarono la distruzione della vecchia chiesetta, che rimase ridotta a macerie. Ancora oggi due lapidi ricordano quegli avvenimenti: una è dedicata ai combattimenti del 3-6 aprile, mentre l’altra ricorda la conquista del colle del 12 aprile 1916. Terminata la guerra, la chiesetta venne ricostruita. Le fonti locali indicano il 1920 come anno della riedificazione, mentre altre ricostruzioni storiche riportano il 1927 come data dell’edificio ricostruito. È quindi opportuno distinguere tra l’avvio della ricostruzione e la conclusione dei lavori. L’edificio venne successivamente restaurato nel 1967, tornando a essere un punto di riferimento religioso e commemorativo del Monte di Roncegno. Uno degli aspetti più interessanti della chiesetta è la sua posizione. Non sorge al centro di un paese, ma in un luogo appartato del monte, raggiungibile attraverso un percorso nel bosco. Questa collocazione contribuisce a conservare il carattere raccolto che probabilmente aveva già la cappella antica.

L’itinerario tradizionale parte dalla località Cinquevalli. Da qui si procede verso il torrente Argento, si attraversa un ponte di legno e si continua nel bosco di abeti. Dopo circa un chilometro si incontra un bivio; prendendo la strada sulla destra, dopo altri circa 500 metri si raggiunge la chiesetta, che domina il colle. Uno degli elementi più curiosi è che, arrivando alla chiesetta, la memoria religiosa e quella militare convivono nello stesso luogo. Da una parte c’è il piccolo edificio dedicato a Sant’Osvaldo, nato secoli prima come luogo di devozione; dall’altra le lapidi ricordano una delle pagine più drammatiche della storia del Monte di Roncegno.

È quasi come se la chiesetta avesse attraversato due epoche completamente diverse: prima luogo di pellegrinaggio e preghiera, poi testimone della guerra e infine luogo della memoria. Prima della Grande Guerra, la chiesetta era conosciuta come luogo di devozione e veniva raggiunta dai fedeli attraverso i sentieri della montagna. Questo particolare è significativo perché mostra come i piccoli edifici religiosi alpini non fossero semplicemente cappelle occasionali. Potevano diventare veri e propri punti di riferimento per le comunità rurali e montane, soprattutto in località lontane dalla chiesa parrocchiale. Il pellegrinaggio verso Sant’Osvaldo rappresentava anche un modo per unire la dimensione religiosa alla vita della montagna: il cammino, la fatica della salita e l’arrivo alla cappella costituivano parte integrante della devozione.

La Chiesetta di Sant’Osvaldo rappresenta bene il carattere dei luoghi sacri della montagna trentina: edifici spesso minuscoli, lontani dai grandi itinerari, ma capaci di concentrare in pochi metri quadrati secoli di storia. Qui si incontrano la presenza delle comunità germanofone medievali, la devozione a un santo di origine anglosassone, i pellegrinaggi della popolazione, la tragedia della Grande Guerra e la volontà di ricostruire.

Ed è forse questo il suo aneddoto più significativo: la chiesetta che la guerra aveva ridotto a macerie non venne cancellata dal paesaggio. Fu ricostruita nello stesso luogo, trasformando un antico luogo di preghiera in un luogo anche di memoria. (continua)

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