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Briciole di Memoria: In viaggio col reggimento – 2°

Siamo nel  settembre 1914: la guerra è iniziata da poco, ma molti soldati tirolesi si trovano già sul fronte orientale, in Galizia o in Serbia. Ecco oggi la seconda parte dell’articolo apparso in quei giorni sulla prima pagina del giornale «Il Trentino». Continuiamo  così ad accompagnare, almeno per un pochino, i passi dei nostri nonni e bisnonni.

Truppe imperiali in Galizia - Foto di pubblico dominio da Wikipedia

Odor di polvere

Già il quarto giorno (il secondo di quella marcia senza tregua alcuna) si trova sulla strada un grosso cumulo di carboni e di ceneri: un villaggio incenerito dai cosacchi il 18 del mese, durante la loro ritirata. Più avanti si scorgono via via per la campagna colonne di fumo bigiastro: ecco che già si vedono le fiamme. Sono enormi falò che risplendono d’una luce sinistra, nuovi paesi incendiati: si capisce che il nemico non è più tanto lontano.

Venerdì 28 agosto: Il reggimento è sfinito, ma la marcia continua sempre. All’alba si odono i primi colpi di cannone; per via berretti, armi sparse, disseminate, alberi mezzo abbattuti; odor di polvere. Più tardi si odono le scariche di fucileria. Si capisce che la battaglia è vicina. Son le quattro di sera: ecco un borgo. E‘ Ulow. E i cuori si rinfrancano: si potrà almeno ristorarsi lì un poco prima di gettarsi nella mischia. Eccoci già al paese; marcia alla testa il terzo battaglione. La decima compagnia, che apre la colonna, è giunta alla chiesa; è una svolta. Ed ecco presentarsi improvvisamente un distaccamento di cavalleria nemica che viene a scrutare il terreno. Fu un lampo. I cosacchi, appena scorti i nostri, voltarono i cavalli e via di galoppo. E i nostri dietro, abbattendo gli steccati, correndo attraverso gli orti per tagliar loro la via. Fatica sprecata: quando riescono sulla radura fuori del paese, non si vede più nessuno. I nemici sono scomparsi nel folto del bosco.

Fuori del paese si stende una radura di campi e di prati, poi una striscia di bosco, poi di nuovo radura, poi bosco ancora.  Nella prima radura prende subito posto il reggimento; e si dispone in file a ordine sparso (Schwarmlinie) preparandosi all’attacco. S’avanza il sacerdote a cavallo che benedice e incuora i soldati, poi avanti: fuoco!

La battaglia

Sono le 4 e si comincia l’attacco. Il nemico, nascosto nel bosco, risponde. Bisogna snidarlo di là: assalto alla baionetta, via! I russi sparano, sparano alla cieca tenendo l’arma al fianco fino che i nostri sono a cinque passi, poi fuggono, o gettano l’arma e alzano le mani chiedendo pietà. E‘ incredibile la paura ch’essi hanno di fronte all’arma bianca. Son fatti circa 70 prigionieri, mentre il grosso del nemico ripara dietro i ripieni da lungo preparati fuori del bosco, in fondo all’altra radura. Ma i nostri s’avanzano e incominciano il fuoco per cacciare il nemico dalle trincee, e già lo snida da una, da due, con terribili assalti ad arma bianca, quando un fischiar di palle e uno scrosciar di alberi spezzati, li rende attenti al fianco destro; è l’artiglieria nemica che, postata a quel lato della radura, cerca di impedire l’avanzata dei nostri. Ma l’artiglieria è troppo vicina e non può essere efficace: i nostri s’affrettano strisciando terra terra contro di essa e fanno un attacco alla baionetta: gli artiglieri cadono o si danno alla fuga; o son fatti prigionieri, mentre dodici cannoni e sei mitragliatrici cadono nelle mani dei nostri.

Sono le otto: è già notte. Il fuoco cessa, ma si continua l’assalto alla baionetta. Le prime trincee (armate di betone) sono coperte di caduti; in una di esse si trova una cassa lunga tre metri circa e larga quanto la fossa e alta un 40 cent., piena zeppa di aghi, forbici e rasoi. E i nostri avanzan guardinghi, mentre il nemico, cedendo di albero in albero, cerca di contendere l’avanzata. Strana lotta quella durata tutta la notte, in quel bosco, dove ogni pianta cela un tradimento, lotta fatta al bagliore sanguigno dei villaggi che ardono per la deserta campagna!

Attorno la bandiera

In uno di quelli assalti impetuosi l’alfiere del I reggimento s’è portato sulla fronte: una tempesta di palle di shrappnel lo stende a terra e accanto a lui cadono i suoi difensori. L’asta stessa si spezza e la mano d’un russo arriva ad afferrare la bandiera dimezzata, gettata all’aria. Un urlo d’indignazione scoppia da cento petti e subito una siepe fitta di baionette si punta verso quel posto. Il russo non arriva a far cinque passi, la bandiera è di nuovo in possesso del reggimento; ma l’impeto è tale che rompe come una valanga il cordone dei nemici e poco dopo i nostri sventolano all’aria la bandiera del 137.mo di fanteria russa che hanno conquistata.

Così continua la lotta a corpo a corpo, cacciando i russi dal bosco nella pianura e poi nell’altro bosco; dura tutta la notte, tutta la mattina, tutto il dopopranzo senza mai un po‘ di tregua: solo qualche compagnia ha agio di ritirarsi a mezzo per divorare (è la vera parola) il rancio.

Fra quella tempesta di palle che fioccano da tutte le parti, i combattenti avanzano sempre. Hanno traforati i calzoni, la gamella, il berretto: ma ecco che una palla giunge a segno e colpisce un braccio, una spalla, il petto.   Il ferito cade, ma si rialza presto e fa per continuare; ma un tepore che scende pel corpo l’avverte della ferita ricevuta: è il sangue che spiccia caldo, caldo. E il ferito si ritira: estrae la fascia e si assetta una prima fasciatura d’urgenza.  Così hanno finito il 29 la maggior parte dei feriti coi quali ho potuto parlare. Poi via verso la stazione sanitaria.

Durante il ritorno

La stazione sanitaria è oggetto preferito per gli attacchi del nemico. Un tale attacco fu tentato già durante la prima lotta nel bosco di Ulow; un altro attacco videro i nostri durante il ritorno. Il treno e la stazione sanitaria erano accampati presso un villaggio. Improvvisamente ecco spuntare nella radura un 500 cosacchi a cavallo, ch’erano riusciti a spingersi sotto la linea dei combattenti. Un panico indescrivibile prende la popolazione: le donne urlano come dannate, gli ebrei si danno alla fuga pei campi, portando in un fagotto un po‘ di ben di Dio, sulle spalle; il panico si comunica ai guidatori dei carri, che mettono i cavalli in una fuga disperata, sì che appena a dieci chilometri il comando dei superiori riesce a trattenerli. La guarnigione della leva in massa, si dispone tranquilla alla difesa, quando improvvisamente entrarono in campo alcune compagnie di fanteria che sono in via per unirsi al loro reggimento: in un batter d’occhio si schierano a fila doppia e un fuoco di fucileria bene assestato distrugge in pochi momenti il distaccamento nemico.

I carri dei feriti in una trottata di dodici ore raggiungono la stazione di Rawa Ruska. Lì montano tutti sul treno (molti già vi erano saliti in altre stazioni) che li porta a Vienna. Qui gli uni continuano il viaggio; gli altri scendono e sono condotti agli spedali, salutati lungo la via da una folla enorme di popolo che acclama ai bravi, ai coraggiosi, e li ricolma di gentilezze, di doni.

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