von fpm 08.09.2026 18:00 Uhr

Dame damént (34)

Dialetto, sfumature e tonalità espressive danno alla parola contenuto ed espressività talvolta stimolanti e istigati a quelle scambievolezze che la parlata popolare fornisce…

Immagine IA, elab grafica Flavio Pedrotti Móser

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza…  si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… e con il dialetto si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare, circostanze legate alla memoria tra aneddoti e storielle in un contesto piacevole, divertente, indimenticabile così come incancellabile dovrebbe essere il dialetto che talvolta sa colorare al meglio tempi e fasi della vita… siamo stati in casa, in càneva, in cantina, nei campi e continuiamo a visitare luoghi, spazi e territori della nostra memoria… ricordi di scuola…

βe diséva de quan che βe néva a scòla e che la matina bonóra prima de nar la mama la vardava che ghé fuβa tut ‘n la cartèla… de tant en tant la ghé ficava zó en póm o ‘n ‘aranz o na banana, anca en panin embotì de fietèle dé luganega o presùt o bóndola, ma quel che ne piaséva a noi bòci, l’era comprar en la botéga del pan, el panin a l’ua o n’l krafen, o un dé quei canoli che adess no sén vede quasi pu, squerti de zucher e pieni de crema zalda. Si diceva di quando si andava a scuola e la mattina presto prima di uscire la madre controllava che nella cartella ci fosse tutto. Ogni tanto ci faceva trovare una mela o un’arancia o una banana, qualche volta anche un panino con il salame o il prosciutto o la mortadella ma quello che a noi ragazzi piaceva era comprare al panificio la focaccia all’uva o il krapfen o uno di quei canoli che ormai si vedono raramente, cosparsi di zucchero e riempiti di crema gialla. I vendeva anca la ciocolata da spalmàr tirada su da’n bandolòt  e svoltolada sula carta oleada ma se tél domandavi la siora dela botéga la te féva anca el panin ficandoghe dént do cuciarade de ciocolata e bastava laβar segnà: pu tardi paβa me mama, se ghe diseva. Vendevano anche la cioccolata da spalmare che estraevano da una grande scatola di latta e che poi ponevano su carta oleata ma se lo chiedevi alla commessa, ti preparava un panino imbottito con due cucchiaiate di cioccolata e si diceva di prendere nota che più tardi per pagare ci avrebbe pensato la mamma.

La dòna dela botéga che la se ciamava Irma, la gavéva én quadernét con su scrit i nomi dei boci che paβava da lì, e la ne conosceva tuti e la saveva de chi che eran fioi. La signora del panificio che si chiamava Irma, aveva un piccolo quaderno su cui scriveva i nomi dei ragazzi che prendevano la colazione, lei conosceva tutti e sapeva di chi eravamo figli. (continua)

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