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Un Libro al Mese: Il tuo nome nel bosco – 4°

Due storie, tre donne, altre figure maschili e femminili a far loro da contorno, attraverso i momenti oscuri e le speranze del Secolo Breve, fra la Valle del Chiese, il Sudtirolo, l’Europa; sullo sfondo, il minuscolo paese di Bondone e i suoi boschi, neri non solo di carbone. Ecco oggi il quarto stralcio dal libro di Francesca Maccani: „Italianizzare. La parola d’ordine del governo: insegnare l’italiano dove l’italiano non è nato, dove le parole inciampano perché non sono le proprie. È un atto forzato di colonizzazione linguistica, mascherato da educazione“.

Particolare dalla copertina del libro - Elaborazione UT24

Inverno 1940

All’inizio di gennaio, anche se un po‘ a malincuore, la maestra si rimette in viaggio, prima verso Trento e poi su, in direzione dell’Alto Adige. L’altoparlante gracchia nomi di città e coincidenze. Lei aspetta la sua. A un certo punto arriva un giovane uomo dal passo deciso e dai lineamenti marcati ma fini.  Ha lo sguardo assorto, da professore o da studioso, pensa subito lei Lo guarda di sottecchi, attratta dalla sua tensione trattenuta, da quel modo di stare al mondo come se fosse sempre sul punto di partire. Lui la nota, lo colpiscono quei grandi occhi nocciola che sanno di pulito, la compostezza seria e insieme delicata. Si ferma, si sorridono  (…)  «Professor Flavio Tomasi. Insegno storia al liceo. Ma a volte mi sembra di insegnare ai fantasmi. E lei?» Si presenta, poi aggiunge: «Insegno anch’io. Lettere. Ad Appiano, un paese sospeso tra due lingue, due memorie. A volte mi sembra che anche lì si insegni ai fantasmi» aggiunge lei.   «Io cerco di insegnare la rabbia» confessa lui. «Quella che nasce quando si scopre che la storia non è giusta né neutra.» «Io invece provo a insegnare il dubbio» ribatte lei. «Che è l’unico modo per restare vivi.»  Il treno arriva con uno stridio che fa tremare i vetri. Si guardano, come se il tempo avesse deciso di interromperli per dispetto. Lui si china. «Posso… scriverle?» chiede, con un tono che cerca di essere casuale ma invece tradisce un’urgenza sottile.

(…)

Poche settimane e due lettere dopo, Flavio va ad Appiano. «Sai –  le dice mentre camminano sul marciapiede ghiacciato – Credo che insegnare sia il modo giusto per arrivare lontano e per far cambiare idea alle persone, per far capire loro che eravamo italiani e lo siamo tornati e che il sacrificio di Battisti e Filzi non è stato vano. Non sto con Mussolini, sto con l’Italia. Te lo dico una volta sola, perché la mia rivoluzione adesso preferisco farla in silenzio. Per me l’identità non è una bandiera o un confine. È memoria, è una scelta che si rinnova. Gli irredentisti… loro hanno creduto in un’Italia che ancora non c’era, ma che sentivano già addosso.»   La maestra lo osserva, senza interromperlo. Poi sospira piano, come se qualcosa le si sciogliesse dentro. «Lo so, Flavio. E guarda che non siamo così lontani. Magari usiamo parole diverse, ma il punto è lo stesso.»   Flavio la guarda, e qualcosa dentro di lui si muove, lento e profondo. Non è solo ammirazione, è un fremito che gli attraversa il petto, una consapevolezza che non ha ancora nome ma che già reclama spazio.  Sente che la sua rivoluzione, fatta di pensieri trattenuti e gesti misurati, ha trovato un volto.  Non sa ancora se è amore, ma sente che lo cambierà per sempre.  

(…)

La maestra è seduta su una poltrona vicino alla finestra. Il Flavio, appoggiato allo stipite della porta, la osserva in silenzio. «Se sapessi quanto sei bella così…» mormora, quasi tra sé, ma abbastanza forte perché lei lo senta. Lei non si volta, ma il sorriso si fa più pieno, più vivo. Un fremito le attraversa le spalle, come se quelle parole le avessero sfiorato la pelle.

«Sai, con le suore non è più come i primi tempi» dice lei  «La cordialità è… svanita. È successo qualche sabato fa. Dopo le lezioni c’è l’obbligo del saluto alla bandiera. Io… quella cerimonia la prendo sul serio. Per me non è un gesto vuoto. Non vedo solo un simbolo, vedo l’Italia. È così che mi hanno cresciuta. Davanti al tricolore bisogna avere rispetto. Quel giorno una suora si è affacciata alla finestra. Sorrideva, faceva cenni alle sue alunne… come se fosse una sciocchezza. Una presa in giro. Io… mi sono sentita ferita. Tradita, proprio»  «E loro? Le ragazze? La suora?»  «Per loro non conta. Quel rito non lo sentono. Quella bandiera, per loro, è la bandiera di chi li ha sottomessi. E io… invece di provare a capirlo, ho fatto un dramma.»  Lui la osserva un momento, poi parla piano: «Non è sbagliato tenere a ciò in cui credi. Sbagli solo se ti dimentichi che anche l’altro ha la sua storia».  Lei solleva gli occhi, sorpresa dalla semplicità di quelle parole. «Hai ragione. Credo di cominciare a capirlo adesso. Io ho sempre pensato che l’ordine, le regole, quel senso di giustizia… fossero l’unico modo per essere una donna perbene, una maestra giusta. E invece mi ritrovo qui, davanti a un’altra verità, il rispetto non si impone, si ascolta. La storia degli altri non si misura con la mia. Ho scambiato la fede per orgoglio, la disciplina per appartenenza

Estate - Novembre1940

Ogni sera , lei si dedica al suo diario e poi alle lettere. Scrivere diventa resistenza. Memoria. Identità.  E mentre il mondo intorno marcia in fila e canta all’unisono, lei si sente divisa, non sa più chi è e in cosa crede.  Le parole d’ordine che un tempo le sembravano fiere ora iniziano a suonarle vuote. Gli slogan, le divise, le adunate, tutto le appare come un teatro che non le appartiene più. Comincia a guardare Mussolini con occhi diversi. Non è più il padre severo della patria, ma un uomo che ha trascinato l’Italia verso una guerra che nessuno ha scelto davvero.  Lei ascolta i discorsi alla radio, sente le frasi scandite con enfasi, e dentro di sé qualcosa si incrina.  Capisce che dietro la retorica c’è un vuoto, una fame di potere che non ha nulla a che vedere con l’Italia che ama, quella dei contadini, dei maestri, dei poeti. Comincia a scrivere con più urgenza. Le sue parole diventano più nette, più consapevoli. Racconta il disagio, la distanza, il dubbio  Non so se questa Italia è quella che Battisti sognava. Forse abbiamo confuso la voce della patria con quella del comando.

(…)

L’autunno arriva piano, e la maestra si sposa. Il giorno del matrimonio a Storo c’è un cielo limpido che sa di aria buona e di promesse sussurrate. Le foglie gialle d’inizio novembre si staccano piano dai rami, quasi volessero accompagnare il passo della sposa. Non c’è folla, non c’è clamore. Solo qualche parente, gli amici più stretti, come si usa lì in paese.  Lei arriva a piedi, con un vestito semplice color panna, cucito dalla zia con stoffa avanzata e mani pazienti. Lo scialle sulle spalle, i capelli raccolti, lo sguardo fermo.  Flavio è venuto giù da Trento solo coi suoi e qualche amico, la aspetta davanti alla chiesa di San Floriano, Quando la vede, non dice nulla, sorride con tutto il viso, ha gli occhi lucidi, le prende la mano stretta, come ha fatto quel giorno d’inverno, e lei gliela lascia tenere.

 

Autunno 1941 - Inverno 1942

Monte Chilovi, Kilovče come lo chiama la maggior parte degli abitanti, li accoglie con un cielo basso e un vento sottile che si infila tra le pieghe dei vestiti.  Flavio stringe i denti, il tono sicuro quando le parla. «Sono il maestro, tu la maestra.»  Li hanno mandati lì per quello, per insegnare, per portare la lingua che ancora si spezza nelle bocche della gente straniera. Italianizzare. La parola d’ordine del governo: insegnare l’italiano dove l’italiano non è nato, dove le parole inciampano perché non sono le proprie. È un atto forzato di colonizzazione linguistica, mascherato da educazione, questo Flavio e la maestra lo sanno, ma loro provano a riempirlo di altro, di umanità e amore per una lingua straniera che suona a tutti diversa e lontana.   La scuola è una costruzione vecchia, umida, i banchi di legno sfregiati dal tempo e dalle mani di troppi alunni.  Poi arrivano loro. Ragazzini scalzi, occhi chiari, vestiti di panno, che fanno scivolare parole concitate in sloveno sotto quelle italiane, un confine sottile che ancora esiste.  Flavio li osserva. «Qui si parla italiano» dice in tono fermo.  Qualcuno abbassa lo sguardo. Qualcuno stringe le mani sotto il banco. Non lo capiscono (…)  Sono venuti a Kilovče non per convinzione, ma per necessità. Perché in quel tempo, in quel clima, non ci si può permettere di essere apertamente ostili. Non si può dire «no» senza pagarne il prezzo. E loro lo sanno. Non sono lì per obbedire, ma per scegliere. Perché se non fossero partiti loro, sarebbero arrivati altri, con mani più rigide e cuori più chiusi.

Fuori, l’Europa brucia. Le mappe cambiano forma ogni mese, ogni settimana. I confini si spostano come sabbia al vento. La Germania ha invaso la Polonia, poi la Francia, poi i Balcani. L’Italia continua a tenersi stretti i territori annessi dopo la Grande Guerra. A Mussolini non bastano le armi: vuole le parole, vuole le menti. Vuole che ogni bambino sloveno dica «pane» e non «kruh», che impari a cantare l’inno italiano, che dimentichi il suono della sua terra.  È questo il cuore della politica di italianizzazione: cancellare l’identità per sostituirla con un’altra. Dove c’era lo sloveno, mettere l’italiano. Dove c’era resistenza, imporre disciplina. Il duce vuole un impero, e l’impero non tollera differenze. La lingua è il primo strumento di conquista, più sottile di un fucile, più duraturo di un confine.

Un pomeriggio, mentre il cielo si fa basso e il vento porta odore di neve, arrivano due uomini in divisa, stivali lucidi e sguardi che non cercano incontro. Si presentano come ispettori scolastici, inviati dal distretto. Parlano poco, ma osservano molto. Entrano in aula, sfogliano i registri, controllano i quaderni, misurano il tono delle lezioni, come si misura la fedeltà al regime. «Troppa confidenza con la popolazione» commenta uno dei due,. «I maestri devono mantenere il ruolo. Non sono qui per farsi benvolere. L’accoglienza non è prevista nei protocolli.»  La visita dura poco, ma lascia una traccia.  Nei giorni seguenti, si sparge voce che i controlli aumenteranno, che i maestri devono evitare gesti troppo familiari, che la lingua italiana deve essere imposta con più rigore. Qualcuno nel paese torna a chiudere le persiane quando loro passano. Non per ostilità, ma per prudenza.

 

 

 

 

Estate 1942

Il fumo arriva prima del fuoco. Denso, pesante, si alza nel cielo basso, si infila tra i rami, si spinge nelle strade. La maestra lo vede da lontano, lo sente nell’aria, nelle narici, nell’odore acre che si aggrappa alla pelle. Poi arrivano le fiamme. Kilovče brucia (…)  Ha visto i soldati prendere in ostaggio diversi abitanti. Non trova il suo Flavio, lo cerca e lo chiama fino a farsi mancare la voce. Poi sente qualcuno che urla in sloveno, capisce che sta succedendo qualcosa, corre fino alla piazza del paese. I soldati sono già lì, schierati lungo la piazza, il fucile stretto tra le mani, le divise impolverate, macchiate di sudore e fatica.    ...  Il Flavio è tra loro. Le mani legate dietro la schiena, il viso fermo, lo sguardo dritto. La giacca impolverata, i capelli arruffati dal vento. Non ha parlato quando lo hanno preso …  Nessuno si muove. Nessuno osa interrompere ciò che sta per accadere. Sta succedendo tutto troppo in fretta.  Si respira solo terrore, autentico terrore

Poi il rumore. Secco, i proiettili arrivano l’uno dopo l’altro, un battito spezzato che rimbalza sui muri, sulla pietra, sulla pelle. I corpi cadono, il Flavio con loro, ventotto uomini in tutto, quasi una classe di scuola.  «Che serva di lezione a tutti» urla il generale. «Le donne le risparmiamo, stavolta… Ci servono, abbiamo diritto pure noi a un po‘ di divertimento…» e scoppia a ridere.  e  ...   La maestra non riesce a muoversi, inspira piano, il cuore pesante, le mani ancora strette nel cappotto e poi perde i sensi e cade. Nel buio.

(…)

La maestra ha solo una possibilità, ora: fuggire.. Sa che deve scappare e mettersi in salvo, ha solo un posto dove andare, a centinaia di chilometri da lì. Così raccoglie in un pezzo di stoffa le sue poche cose, e si lascia tutto alle spalle, la casa, il paese, il corpo di lui steso nel sangue.   La strada si snoda tra le colline, un sentiero scavato dal tempo. La maestra cammina, il fiato corto, le gambe pesanti, il fagotto stretto tra le mani (…)  I giorni si sommano, le forze si consumano. A un presidio militare che le sembra sicuro ci arriva una sera, due settimane dopo. Alza le mani. Chiede aiuto, supplica, crolla, piange …  L’indomani sale su un camion che la porterà quasi fino al Garda, sono altre ore di viaggio, ma sa che sta arrivando nella terra dove è nata. Non tornerà al suo paese. Senza Flavio lei non è più intera, non è più niente. Sa dove andrà, almeno per ora. C’è una sola persona che può aiutarla,

(…)

Bussa. Tre colpi secchi, poi resta immobile. La porta si apre. L’uomo la guarda come si guarda un fantasma. Resta di pietra. La luce fioca della lampada gli disegna il volto tirato, gli occhi increduli. «Dio santo…» sussurra. La riconosce subito, anche se non è più la stessa …   . Va in bagno, prende le forbici, un pettine, un asciugamano. «Come?» chiede lui, posando l’asciugamano sulle sue spalle. «Corti» risponde lei. «Voglio cambiare faccia.» Quando finisce, le porge uno specchio. Lei si guarda, si sfiora la nuca, nota dei capelli bianchi, spera che le diventino tutti così e in fretta.  Da quel giorno lei avrà una storia nuova.

Francesca Maccani, trentina di origine e palermitana d’adozione, ha il cuore diviso fra questi due mondi, così diversi al primo sguardo, ma anche con tanti aspetti in comune: il legame forte con la famiglia, con la terra, con la storia. In questo libro (il suo terzo romanzo, dopo „Le donne dell’Acquasanta“ e „Agata del vento“, ambientati in Sicilia) ha seguito il filo che la lega alla Valle del Chiese, al piccolo paese di Bondone in particolare.

Francesca Maccani ama la Storia, ma anche e soprattutto le piccole storie (a noi è piaciuta proprio per questo), quelle individuali, di famiglia, di comunità, che tutte assieme raccontano le grandi vicende dell’umanità. . Ne „Il tuo nome nel bosco“ ci accompagna dentro a due vicende distanti nel tempo una dall’altra, e che sembrano  avere  ben poco  in comune: storie di donne –  ma anche di uomini –  che attraversano il Secolo Breve con le sue tragedie e ne vengono ferite, ma non travolte. Solo nelle ultime pagine scopriamo che le due storie sono strettamente legate fra loro, ben oltre le strade strette fra le case in pietra e i boschi impervi e scuri poco sopra il paese di Bondone.

„Il tuo nome nel bosco“, edito da Rizzoli e pubblicato nella primavera di quest’anno, si trova nelle librerie (in particolare segnaliamo quella piccola ma preziosa di Barbara e Ilaria a Condino) oppure online.

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