von mas 15.08.2026 18:30 Uhr

Un Libro al Mese: Il tuo nome nel bosco – 3°

Due storie, tre donne, altre figure maschili e femminili a far loro da contorno, attraverso i momenti oscuri e le speranze del Secolo Breve, fra la Valle del Chiese, il Sudtirolo, l’Europa; sullo sfondo, il minuscolo paese di Bondone e i suoi boschi, neri non solo di carbone. Ecco oggi il terzo stralcio: „Il giorno in cui viene alla luce il figlio del Bortolo e dell’Adele, il paese pare trattenere il fiato. Il Bortolo  lo prende in braccio, suo figlio, lo stringe ma con un rispetto quasi timoroso «Eccoti qui, sei la nostra benedizione»   …  Tralicci, centrali, linee elettriche. Da Salorno a Bolzano … possono essere solo quelli del BAS“

Particolare dalla copertina del libro - Elaborazione UT24

Bondone, aprile - agosto 1961

. Il Bortolo si avvia. Le gambe lo portano da sole verso la stalla.  La Lisa è lì.  «Quella là che è arrivata…» Lisa non pronuncia il nome. «Per forza incinta è, anche se non vuoi dirlo. Una non viene a cercarti se non è inguaiata, né! Orco diaol!» Scaglia le parole contro di lui e stavolta lo prende in pieno. «È incinta.» «E adès?» La stessa domanda che gli ha già fatto. Lisa lo guarda, lo sfida.  Il Bortolo la fissa per un istante lungo, poi risponde. «Adès niente.» «Bastardo!» La voce della Lisa è un urlo che rimbalza sulle pareti, che sveglia le capre. «Bastardo, cancar!» Si alza, sputa a terra accanto ai suoi piedi. «Devi morire.»

(…)

Pasqua è passata e la stagione del carbone è arrivata, le famiglie dei carbonai si preparano a trasferirsi in altura. Ogni anno la stessa storia: caricare carri, animali, figli piccoli e muoversi come la carovane dei cingagn, gli zingari.  . È giorno di messa, giorno di benedizioni.  . Il Bortolo è tra loro, il cappello stretto tra le dita, lo sguardo duro, fisso a terra. Sente gli occhi del paese addosso, quelli della Lisa che bruciano più di tutti. Sente i sussurri dietro di lui, i silenzi pesanti, le occhiate che si scambia la gente di sottecchi.. «Che la benedizione di Dio vi accompagni, andate in pace» scandisce il prete.

L’Adele non c’è. È rimasta a casa, lontana da tutti, lontana da lui Lei lo aspetta sulla soglia, le mani sul grembo, il viso tranquillo, gli occhi pieni di domande che non fa. Lui la guarda un istante, poi si avvicina, le prende una mano e gliela stringe piano. «Scendo a valle presto.» Le parole sono poche, ma hanno il peso di una promessa. La giovane annuisce. , il Bortolo fa un cenno alla Gianna. „Tienila lontana dalla Lisa. Lo sai che succede se gli viene uno dei suoi momenti. Finché puoi, non farle capire niente all’Adele. Bisogna far sito.»

(…)

A Bondone il sole di giugno batte sulle tegole, filtra tra i rami secchi della vite addormentata contro il muro. Nel cortile l’aria sa di terra arsa e piume, di orto bagnato dall’umidità. L E il paese. Le donne sulla soglia, le voci basse, gli sguardi che si soffermano un istante di troppo prima di scivolare via. Lei lo sente, quel silenzio sospeso, quel modo di salutarla senza crederci davvero …    «Andiamo a casa» dice la Gianna, «abbiamo il pane da cuocere e la capra da guarnàr.»  Dalla strada sterrata sale qualcuno, si leva un rumore di passi. L’Adele solleva il viso, curiosa e poco dopo si ritrova davanti una ragazza della sua età.  Lei la guarda speranzosa, è la prima giovane che incontra da quando è arrivata. Magari, pensa, c’è qualcuno in questo paese con cui posso diventare amica. Qualcuno che non mi guardi come mi guardano tutti.  La Gianna le fa un cenno, distensiva. O almeno, ci prova. «Ciao, Lisa.»  Lei non risponde. Si ferma, fissa prima una e poi l’altra. Infine i suoi occhi si posano sulla curva del ventre di Adele. L’Adele sobbalza, un brivido le percorre la schiena, il cuore accelera, le dita si serrano attorno al manico della cesta, mentre il braccio libero corre a proteggere la promessa di futuro che le cresce dentro.

(…)

«Ma cosa ha contro di me che io non so neanche chi è?» chiede l’Adele. «Se potesse mi farebbe sparire. Mi parla con un odio che non è normale. Ma io non capisco. Cos’ho fatto di male a quella ragazza?» La Gianna allora le si siede accanto, guarda nel vuoto e per un attimo sembra che anche lei voglia evitare la verità.  mentire. «La Lisa… la Lisa era la morosa del Bortolo.» Lo dice piano, ma le parole sono pesanti. Adele resta immobile. «La morosa?» «Si dovevano sposare. Poi… poi sei arrivata tu e tutti lo hanno capito che eri incinta del Bortolo. E la Lisa è rimasta lì, con la bocca piena di niente.» «Ma… lui non mi ha mai detto niente, non mi ha mai parlato di una morosa!» protesta sommessamente la giovane. «Gli uomini a volte non dicono niente, pensano che le cose a non dirle si aggiustano da sole.» L’Adele si alza, piano, sente che il suo corpo è diventato improvvisamente troppo grande, troppo pesante. Cammina verso la finestra. Il cielo, ora, sembra ancora più basso. Quasi le tocca la fronte. «Spiegami tutto» sussurra. «Dal principio. E stavolta… non lasciar fuori niente.»

(…)

La scuola è finita da pochi giorni, e Trento si svuota piano. L’Elio sta preparando le sue cose. La corriera per Bondone parte l’indomani a ora di pranzo. D’un tratto, però, bussano alla porta. È Giacomo, suo collega e amico, con la giacca sbottonata e il fiatone, fatica quasi a parlare. «Hanno fatto saltare tutto» balbetta. «Tralicci, centrali, linee elettriche. Da Salorno a Bolzano.» L’Elio resta immobile. Le mani strette sul manico della valigia. «Chi?» chiede, anche se lo sa già. «Non si sa bene, ma possono essere solo quelli del BAS.»«E gli amici in Alto Adige?»  «Ci ho già pensato. Li chiamerò appena farà giorno. Se stanno tutti bene, te ne torni a casa che forse è meglio.»

L’Elio rientra a Bondone una settimana dopo la «notte dei fuochi», quella strana notte che aveva visto brillare ventisette esplosioni, coordinate, chirurgiche, e aveva portato un morto, Giovanni Postal. In questi giorni l’Elio ha aspettato di avere notizie delle persone a lui più care, di saperle tutte salve.  Solo la casa della Gianna ha ancora un filo di luce.  Bussa piano. Lei apre subito, come se si aspettasse il suo arrivo. «Questo è l’Elio» dice all’Adele, «uno che vive un po‘ qui e un po‘ in città, e non sa stare queto da nessuna parte. Ci conosciamo da quando eravamo ragazzini.»

(…)

È la vigilia della festa di san Pietro e Paolo, e le donne si preparano a fare la barca da esporre alla luce della luna.  Il Bortolo appare quella sera, Quando entra, si accorge subito che c’è qualcosa nell’aria. L’Adele è seduta al tavolo, con la schiena dritta e le mani ferme sul tavolo. La Gianna lo saluta a malapena ed esce nel buio. «Ti devo parlare» dice la ragazza, senza alzarsi. «La Lisa …lei era la tua morosa.» »Lui si passa una mano sul viso. Si siede, lento, la guarda. «Sì.» sbotta. «E non pensavi di dirmelo?» «Era già finita, per me» mente. «E poi pensavo che se stavo zitto… potevo ricominciare.» «Ma lei non ha ricominciato. È rimasta qui, piena di cattiveria.Ti odia. E odia me.

Il Bortolo si avvicina. Le prende le mani, piano. «Io ho scelto te. E voglio che tu lo sappia bello chiaro, voglio stare con te.» L’Adele lo guarda, il respiro corto. «Per il bambino?» «No, non è per il bambino, voglio te, ho scelto te» ripete lui. «Fammi fare il grosso su ai Casai, e poi andiamo dal prete e ci sposiamo.»

(…)

L’Adele indossa un vestito chiaro di lino semplice con le cuciture un po’ storte all’orlo, era della Gianna da giovane, lo hanno scucito e poi allargato con un corpetto fatto all’uncinetto che scivola morbido sulla pancia rotonda della giovane. Il Bortolo indossa una camicia pulita e la giacca delle feste con un fiore di campo all’occhiello. Quando la guarda uscire di casa, la sua sposa, R pensa che sia bellissima e sente il peso di ogni silenzio, di ogni parola non detta. Ma sotto quel peso c’è anche una certezza che cresce, non vuole più scappare. Vuole costruire qualcosa che non abbia paura del passato. L’Adele è già all’ottavo mese, rotonda come una luna piena e aspetta che la luna si faccia davvero per partorire.

(…)

Il giorno in cui viene alla luce il figlio del Bortolo e dell’Adele, il paese pare trattenere il fiato. Fuori, gli uccelli cantano, la fontana gorgoglia con la sua cantilena rassicurante, un cane abbaia.  L’Adele, la fronte imperlata e le mani strette al lenzuolo, spinge la vita nel mondo con un grido profondo e antico come le montagne. Con lei c’è solo la Gianna.  Nessuno parla, solo il pianto del neonato riempie la stanza di stupore.  Il Bortolo entra piano, con la camicia ancora sporca di nero. Lo prende in braccio, suo figlio, come se fosse un coniglio, lo stringe ma con un rispetto quasi timoroso «Eccoti qui, sei la nostra benedizione». Lo guarda dritto e lo chiama per nome, un nome che pare venuto da lontano, fuori dal tempo, che nessuno lì aveva mai sentito, un nome di città. Il nome, per il Bortolo, ha da maturare come l’uva sotto il sole.  La Gianna lo ripete sottovoce quando lo culla: «Questo nome l’è na carezza». E piange, lo sa lei perché, però ha il cuore che scoppia di gioia per questo bambino così bello e sano. E quando le chiedono che razza di nome sia, che in paese non lo ha nessuno, lei scuote la testa e dice solo: «È quello giusto. E basta».  Ma la gente, si sa, ha bisogno di scorciatoie. E così, senza deciderlo, nessuno chiama il bambino come viene battezzato, per tutti è il Fefè, un suono piccolo e rotondo, che sta bene in bocca pure ai vecchi sdentati. E Fefè resta.

(…)

Quando sente il rumore della macchina, la Rina alza lo sguardo. Due carabinieri parcheggiano davanti all’osteria, uno lo conosce, l’altro no. Vengono da Storo. Il maresciallo Mosetti, che è foresto, ma sta a Storo da almeno dieci anni. E il nuovo, il giovane appuntato, che ha il passo leggero, il berretto ancora troppo pulito.  La Lisa, che li ha visti arrivare, si avvicina e fissa quel ragazzo di traverso. Ha i capelli scuri tagliati corti, gli occhi chiari e attenti, lo sguardo gentile. Si chiama Simone, lo scopre perché il maresciallo lo chiama per nome, mentre entrano nell’osteria. Lei li segue.  si avvicina al banco, finge di guardare le bottiglie, ma gli occhi tornano sempre sul Simone. Ordina un caffè  alla Rina poi esclama: «Finalmente una faccia nuova in questo posto di vecchi!». Lui la nota, sorride appena, saluta educatamente. «Buongiorno signorina» dice. Non ha la voce da montagna, è più morbida. «Da che parte vieni te?» chiede lei diretta. «Da Riva, mi hanno assegnato a Storo» risponde lui, stupito dalla sfacciataggine di quella ragazza. La Rina mette la tazzina davanti alla ragazza che aspetta, senza zucchero e senza tante cerimonie, non è mai contenta quando la Lisa gira lì intorno, in mezzo agli uomini, è una brasa cuerta e poi combina i suoi danni.

Due giorni dopo, Simone è nel fienile con le braghe calate. È da troppo, da quando le hanno rubato il moroso, che la Lisa non si diverte. Ha ancora il fiato corto, anche se lui si è già rivestito e se ne sta lì, seduto su una balla, con le maniche della camicia arrotolate sulle braccia e lo sguardo che cerca di capirla. Ma lei non parla. Si chiude la camicetta piano, ogni bottone un pensiero che deve ritrovare il suo posto. Il Simone le chiede se va tutto bene.  Lei si alza, si scrolla la paglia di dosso, lo guarda senza sorridere. «Va come deve andare» risponde. Poi esce dal fienile lasciando la porta aperta, ché tanto non c’è più niente da nascondere.  In quattro e quattr’otto tutti lo sanno che la Lisa se la fa con l’appuntato di Riva, e lo sanno anche quelli che non vogliono saperlo. Le voci passano come il vento tra le frasche, si infilano ovunque, dentro l’osteria, tra le pieghe delle robe stese.  Ma a lei non importa. Va in giro col passo alto, la testa diritta, e al Bortolo sembra che non ci pensa più. E tutto, lo strazio, l’attesa, la rabbia, sembra acqua passata, scivolata giù e persa nel lago senza lasciare impronte.

Bondone, settembre 1961

La Madonna di settembre porta con sé il ritorno dei carbonai in paese. È come un respiro lungo dopo mesi di lavoro, le strade si riempiono di voci, le case si riaccendono. Anche il Bortolo è tornato per restare, con le spalle indurite e gli occhi desiderosi di casa  …La casa è piccola, ma ha le pareti dritte e l’acqua corrente, una vera conquista.  Ma da tempo l’Adele desidera una cosa, una sola.  «Un frigo» dice una sera. «Che il latte non ci diventi formaggio in una notte.» In cooperativa li vendono, lo ha anche la Rina. «Un frigo» ripete il Bortolo, come fosse una parola straniera. «E dopo vuoi pure la televisione?» Lei ride. «Piano. Una cosa alla volta.»  Il giorno in cui arriva, il Bortolo e l’Adele lo guardano come un miracolo quello strano oggetto che ronza, bianco come un gatto che fa le fusa. Il Bortolo lo apre e fa finta di niente, ma dentro gli si allarga qualcosa. L’Adele lo guarda con curiosità ed eccitazione. Dentro ci mette poca roba: un pezzo di formaggio, il latte, due uova. Ma il freddo è vero, e pare un miracolo.

(…)

Il Bortolo se ne accorge una sera, mentre conta le monete sul tavolo con le dita sporche di carbone. Le sposta piano, come se il rumore potesse svegliare il bambino. In realtà lo sa già, i soldi non bastano, il frigo si è mangiato tutti i risparmi. E adesso l’inverno arriva lo stesso, senza chiedere il permesso.  «Ho paura dell’inverno» confessa lei, con un filo di voce. «Anch’io» ammette lui, senza vergogna. «Ma lo passiamo insieme e in qualche maniera facciamo e questo conta più dei soldi.» Poi le solleva il mento con due dita, guardandola negli occhi. «Non sei sola, capì? Finché ci sei tu e il Fefè che ride nella culla… io posso fare anche due lavori.»  

Casali, luglo 1962

Su ai Casali, dove il vento si insinua tra le fessure delle baracche tirate in piedi per la stagione, il Bortolo vive giorni di fatica e notti ancora più mute. I poiàt si alzano come sentinelle nere tra gli abeti, fumanti e solenni.  Una sera sente dei passi. Non quelli familiari dei compagni. Si affaccia, accende l’acetilene. Sono in tre, ombre svelte tra i fusti degli alberi. Lo chiamano per nome. Il Bortolo, che non ha paura di niente, chiede: «Chi siete?». «Amici» risponde uno  „… con una moglie e un gnarelot che cresce servono soldi e non puoi fare la fine del morto di fame, che uomo sei sennò?  .  Siamo qui per offrirti un lavoro. Prendi uno zaino e lo porti dove devi e ti paghiamo bene. Non per il favore, per il silenzio.  I due soldi che fai qui li finisci appena torni, pota, e poi come fai a nargan fo per tutti gli altri mesi? Non devi decidere adesso. Pensaci con calma, noi ci faremo vivi, sappiamo dove trovarti. Se vedom, Bortolo, fa ’l brao.»

Bondone, ottobre 1962

Il Bortolo è giù nel cortile dietro casa, armeggia con la legna, deve finire di spaccarla e impilarla per l’inverno, che la stufa se la mangia a quintali. Li sente prima di vederli. Sono i tre di quella notte ai Casali.  Il Bortolo li segue. Attraversano il vicolo dietro la casa, prendono il sentiero che porta ai margini del bosco, quello che d’inverno si percorre solo con le ciaspole. Camminano un pezzo, in mezzo al bosco, e arrivano a un rudere. Dentro sigarette. Pacchi legati stretti, pieni zeppi di scatole con sigle che non conosce. «Le si porta su, oltre l’Alpo. Due ore di cammino se si conoscono i sentieri» dice il più giovane.   «Lo Stato le tasserebbe, noi no» aggiunge quello che sembra il capo. Il Bortolo annuisce piano. Non parla.  «Facile» riprende il capo. «Sei carichi al mese, uno zaino, non di più. Ne hai per diverse settimane, scegli tu quando, non sempre gli stessi giorni o i te ciapa, e cambia sempre sentieri, se vai su con uno, poi torna giù da un’altra parte.»

(…)

Da settimane, ormai, sgattaiola fuori casa di notte. Aspetta che tutto si quieti, che il respiro dell’Adele si faccia regolare e parte. Non fa rumore, non lascia tracce. Attraversa il cortile con passo misurato, infila il sentiero al buio fino al rudere. Poi si mette lo zaino carico sulle spalle e si incammina.  Le sigarette sono ben nascoste, legate strette fra loro. Lui percorre i sentieri che gli hanno indicato, quelli che tagliano il bosco tra le pietraie. Ogni notte una tappa diversa, ogni volta un posto nuovo, non lascia mai lo zaino dove c’è passaggio, non si ferma mai troppo. Torna subito dopo. L’Adele dorme, o forse fa finta. Ma non dice nulla.

Francesca Maccani, trentina di origine e palermitana d’adozione, ha il cuore diviso fra questi due mondi, così diversi al primo sguardo, ma anche con tanti aspetti in comune: il legame forte con la famiglia, con la terra, con la storia. In questo libro (il suo terzo romanzo, dopo „Le donne dell’Acquasanta“ e „Agata del vento“, ambientati in Sicilia) ha seguito il filo che la lega alla Valle del Chiese, al piccolo paese di Bondone in particolare.

Francesca Maccani ama la Storia, ma anche e soprattutto le piccole storie (a noi è piaciuta proprio per questo), quelle individuali, di famiglia, di comunità, che tutte assieme raccontano le grandi vicende dell’umanità. . Ne „Il tuo nome nel bosco“ ci accompagna dentro a due vicende distanti nel tempo una dall’altra, e che sembrano  avere  ben poco  in comune: storie di donne –  ma anche di uomini –  che attraversano il Secolo Breve con le sue tragedie e ne vengono ferite, ma non travolte. Solo nelle ultime pagine scopriamo che le due storie sono strettamente legate fra loro, ben oltre le strade strette fra le case in pietra e i boschi impervi e scuri poco sopra il paese di Bondone.

„Il tuo nome nel bosco“, edito da Rizzoli e pubblicato nella primavera di quest’anno, si trova nelle librerie (in particolare segnaliamo quella piccola ma preziosa di Barbara e Ilaria a Condino) oppure online.

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