Dame damént (29)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… e con il dialetto si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare, circostanze legate alla memoria tra aneddoti e storielle in un contesto piacevole, divertente, indimenticabile così come incancellabile dovrebbe essere il dialetto che talvolta sa colorare al meglio tempi e fasi della vita… siamo stati in casa, in cà neva, in cantina, nei campi e continuiamo a visitare luoghi, spazi e territori della nostra memoria…
Le passeggiate nei boschi, attraversando campi e prati… Capitava de spess quan che se néva ai freschi dé levà r bonóra e nar sui bóschi a bina e molinél. Pu che altro l’era per passar giornada, come i calcasalesadi, ma za che sé ghèra se nèva a zercà r brise, finferli, moreleti, fonghi dal pin, ombreloni, se l’era zà stagion, o nar per già sene o grà nteni e frà ghe de bosch, de quele picenine, saoride. Quando si era in villeggiatura capitava spesso di alzarsi all’alba e andare felicemente nei boschi. Era per di più un pretesto per trascorrere la giornata, come chi è sempre a spasso, ma se era stagionme si approfittava per raccogliere funghi porcini, finferli, russole, sanguinacci, mazzatamburi oppure si raccoglieva mirtilli, anche quelli rossi e fragoline di bosco, quelle piccoline, molto saporite. I vèci i né diséva, vardà , zà che né fòra, dé binar mademaistro, nosioi e scarléza e sì né portavén a ca na sdrà gola ‘n la minèla gnanca fusen revendaroi. I genitori non perdevano l’occasione per invitarci a raccogliere piantine di assenzio, di valeriana e la salvia pratense, e di metterne tanta nella cesta, neanche fossimo dei commercianti di erbe.
Prima de énviarse via, de spéss i ne comandava a bachéta de tòr su le scolobie per i ruganti e trar fòr ‘n poc de pà bol ale bestie: dai répeghe, peβégà , envézi de piatolar, portéghe el pastolò ale galine… che a dirla tuta, l’era sempre meio de nar a netar for ‘l scanafòs e scoraiarse che se se ciapa na sgrezada che ‘n basterìa de la metà . Prima di lasciarci andare, spesso ci ordinavano risoluti di recuperare i rifiuti della cucina per i maiali e di preparare la mistura per le bestie: dai pigroni, sbrigatevi, invece di perdere tempo portate il cibo alle galline… che, ad essere sinceri, era preferibile piuttosto di andare a pulire il canale di scolo e sfacchinare che ci si affatica coì tanto che metà basterebbe!
Sentir dir ste robe al dì dé ancòi, vèn i sgrisoi ma cossì la néva e no ghèra miga tant da dir perché se no sé ghé déva damént la néva dé legnade… sentire queste cose al giorno d’oggi fa venire la pelle d’oca, del resto a quei tempi non si poteva certo replicare perché se non d si dava retta c’era il rischio di buscare qualche scoppola…   (continua)






