„La montagna, quella vera, la teniamo in piedi noi“

Fa già abbastanza sorridere che nessuno di questi filosofi dell’alta quota abbia mai accettato l’invito (fatto dalla sottoscritta nel marzo 2024) a sporcarsi le mani per davvero: mettete in piedi un’azienda agricola, prendete in gestione una malga, mantenetela nel tempo e mostrateci, maestri, come si gestisce la meravigliosa „convivenza“ con i grandi carnivori, con la burocrazia, con i costi e i ricavi. Nessuno si è fatto avanti. Strano, no?
No, prevedibile. Aspettano luglio. Quando le malghe sono caricate, i pastori sono saliti in montagna, gli animali brucano in quota e non c’è più nulla da prendere in gestione. È lì che spuntano, come porcini dopo un temporale, pronti a ergersi a giudici da dietro una scrivania. E visto che questa ipocrisia mi manda in bestia, mi tocca, come ogni anno, smontare punto per punto la fiera delle inesattezze che sono riusciti a condensare in un solo post (di cui allego solo le affermazioni più “significative”).
“L’alpeggio non è un modo di vivere la montagna per passione, bensì un passaggio tecnico ed economico.”
Vorrei tanto che i nostri autori avessero il coraggio di andare a recitare questa filastrocca in faccia a quegli uomini e a quelle donne che con la pioggia, il sole cocente o la nebbia, si alzano ogni mattina all’alba. Gente che spala letame, che munge, che corre dietro al bestiame su pendenze assurde e che la sera crolla, magari in un container umido perché per loro non c’è nemmeno una baita a disposizione. Quanto dovrebbero pagarvi, di grazia, per fare una vita del genere? Chiamatelo „passaggio tecnico“, se vi fa sentire meglio. Noi la chiamiamo passione.
“Chi esegue l’alpeggio percepisce cospicui contributi per ogni UBA (es. 100 mucche e 500 pecore = 39.375 euro di contributi).”
Lasciamo perdere i calcoli teorici fatti sulla carta, che confondono la matematica burocratica con la realtà dei fatti e servono solo a far indignare chi non ha mai visto una stalla dall’interno. In questo caso il vero capolavoro di questa tesi è l’ignoranza di fondo su come funzioni la filiera della montagna. Diciamo invece, che la stragrande maggioranza degli allevatori non ha una malga in affitto o in gestione diretta. Cosa fanno, quindi? Mettono i propri animali in malga presso altri gestori. Questo significa che l’allevatore medio non solo non incassa quelle cifre, ma paga di tasca propria una quota di monticazione per ogni singolo capo. Paga il servizio, paga la custodia, paga il pastore. Per chi fa l’allevatore di fondovalle, l’alpeggio non è una rendita, è un costo vivo. E tralasciando la fantascienza finanziaria, passiamo alla pratica: ci indicate quale malga in Trentino avrebbe la capienza per gestire contemporaneamente 100 vacche e 500 pecore? E soprattutto, quanti dipendenti servirebbero per mungere 100 vacche due volte al giorno e gestire 500 pecore?
“Tolgono i vitelli dalle mamme perché il latte serve per essere venduto, non per alimentare i vitelli.”
Lezione di biologia di base per principianti. Una vacca da latte produce, in media, dai 25 ai 35 litri di latte al giorno. Il fabbisogno naturale di un vitello si aggira attorno ai 6-8 litri e comunque in base al peso corporeo. Il resto che facciamo? Lo buttiamo nel fosso? Oppure per solidarietà animale lasciamo che alla vacca venga la mastite? Fateci sapere, in caso, quale è il protocollo animalista per l’infiammazione delle mammelle.
“Gli animali si portano in alpeggio per farli mangiare erba gratuita.”Erba gratuita. Forse su Farmville. Nel mondo reale ci sono i contratti di affitto dei pascoli, e si pagano (profumatamente) ai Comuni, alle Asuc o ai privati. Affitti, questi sconosciuti.
“Con la presenza di pastori e cani da guardiania le predazioni sono a ZERO.”
Siamo passati da Farmville al magico mondo di Narnia. Che i cani e le recinzioni aiutino a diminuire le predazioni è un dato di fatto, ma affermare che il rischio scenda a ZERO è una bugia bella e buona. Ci sono decine di variabili (meteo, nebbia, orografia del terreno, dinamiche del branco) che rendono impossibile garantire il rischio zero. Ma certo, dal divano di casa, un recinto elettrificato, effettivamente, sembra la Muraglia Cinese.
È facile insegnare a vivere a chi lavora, quando il massimo del vostro rischio d’impresa è la batteria scarica dello smartphone.
La montagna si vive con gli scarponi ai piedi, non a colpi di hashtag e indignazione a buon mercato. Quando sarete pronti a spalare, mungere e rischiare del vostro, ne riparleremo.
Fino ad allora, godetevi l’aria condizionata in città; perché la montagna, quella vera, la teniamo in piedi noi. Vedi meno
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