Un libro al mese – Alba Trentina 1919 – 2°

La notizia della nomina a senatore di Vittorio Zippel, sindaco di Trento, è stata accolta dai trentini rimasti in patria, o tornativi, o ancora dispersi, con grande soddisfazione. L’animo volò con un senso di viva riconoscenza in seno alla madre patria, quasi per ringraziarla dell’onore fatto alla piccola, eppur grande terra redenta; il pensiero ricorse ai tempi dell’antica alma Roma, quando da quel suo glorioso senato, salivano allo splendidum municipium di Trento le insegne dei Cesari. Oggi il nome del senatore Zippel è l’anello che ricongiunge, dopo tanto corso di secoli, il Trentino a Roma: nè il nome poteva essere più bello e augurale.
Vittorio Zippel testè chiamato all’onore del laticlavio, già qualche tempo prima della guerra copriva la prima carica cittadina della sua Trento.
Era stato nominato per unanime designazione dei trentini, che riconoscevano in lui, uomo di vasta coltura e di profonda conoscenza degli affari, la persona indicata a reggere le sorti della città insidiata irredenta. Infatti alla testa di una avviata azienda d’arti grafiche, di sua proprietà , ebbe modo di esplicare la sua perizia amministrativa: entrato da parecchi anni nella vita pubblica, portò così alla stessa larghezza di vedute, esperienza e modernità di pensiero.
Scoppiata la guerra, Vittorio Zippel venne con tutta la sua famiglia internato in terra tedesca, e poi dietro perquisizioni e la scoperta di un discorso da lui scritto, con singolare costanza e fermezza italiana, ebbe a subire un processo, e parecchi mesi di carcere.
Graziato in seguito all’amnistia, venne nuovamente internato a Linz, di dove partì in seguito a gli avvenimenti gloriosi dello scorso novembre.  Da quell’epoca egli riprese le suas funzioni di sindaco, gravi e difficili in quest’ora quanto mai, spiegando tutte le sue energie per far valere di fronte al nuovo governo i diritti di Trento e del Trentino.
Le cure attinenti alla sua carica di primo cittadino di Trento, unite a quelle nuove della vita parlamentare italiana, lo distoglieranno dai prediletti studi d’arte e di storia ai quali si dedicò sempre con grande amore.  Nel suo studio elegante e severo, raccoglieva tele di pregio, sopratutto di artisti trentini moderni, fra i quali alcune di Segantini; libri e opuscoli; manoscritti rari di storia patria: egli stesso scrisse parecchie monografie molto apprezzate dai competenti.
A lui la città di Trento deve il monumento ad uno dei suoi più grandi figli, ad Alessandro Vittoria, pregevole lavoro di scultura: presidente di quel comitato promotore, con tenace costanza egli seppe raccogliere in tempo i fondi necessari, e così quattro anni prima dello scoppio della guerra si potè inaugurare nella sua patria, ancora irredenta, il monumento a quel grande artista italiano.
Nel suo nuovo arduo e difficile compito è sperabile che il senatore Zippel eserciti la sua influenza non solo come rappresentante di Trento, ma di tutto il paese, che manca ancora degli altri suoi rappresentanti nel parlamento del Regno.
Egli è pertanto l’unico, legittimo rappresentante di tutto il Trentino, privilegio ed onore grandi certo ma non scevri di difficoltà che Vittorio Zippel può — ne siamo certi — superare con tatto ed accortezza, doti che sempre lo accompagnarono durante la non breve vita pubblica sua.
Dall’Enciclopedia Treccani:
Don Antonio Rossaro nacque a Rovereto nel 1883. Frequentate nella città natale le scuole elementari, nel 1897 decise di diventare sacerdote. Studiò in Italia, in particolare teologia a Rovigo dove fu consacrato sacerdote il 1° aprile 1911. Fu ammiratore entusiastico dell’Italia risorgimentale; quando si scatenò il grande conflitto europeo, parteggiò per l’intervento dell’Italia e dopo il maggio 1915 fu impegnato nella propaganda patriottica filoitaliana. Lo strumento principale di questa attività fu la rivista Alba trentina, da lui fondata e diretta; nelle sue pagine, ricche di testimonianze sulle esperienze degli ‘irredenti’ nella guerra in corso, Rossaro manifestò una spiccata vocazione all’ideazione di monumenti e ritualità civili.
La sua azione fu instancabile nella promozione dei segni memoriali che costellano Rovereto: una fitta mappa di monumenti, lapidi, opere d’arte, in massima parte ispirati alla volontà di ribadire il carattere nazionale italiano della città ‘redenta’. Ma la creatura prediletta, la «figlia del suo cuore», fu la Campana dei Caduti,  inaugurata il 4 ottobre 1925 alla presenza di Vittorio Emanuele III
Rossaro era nazionalista e fascista, nel senso di un’adesione piena e militante. A Mussolini fu fedele fino alla fine del regime, pur se contrario all’alleanza con la Germania nazista. La nuova, solenne inaugurazione della Campana dopo la rifusione (26 maggio 1940) fu contrassegnata fatalmente da discorsi ufficiali che inneggiavano all’imminente intervento italiano nel secondo conflitto mondiale. In quell’occasione Rossaro scelse di non leggere il messaggio inviato dalla segreteria di Stato a nome di Pio XII, che esortava a pregare «perché altre tombe non si schiudano ed altri ossari non si erigano»: un episodio che rappresenta in modo esemplare le contraddizioni presenti fin dall’origine nell’ispirazione del monumento, universale e pacifica ma solo nei limiti definiti dalla compatibilità con gli orizzonti della nuova Roma imperiale mussolinianaÂ





