von fpm 23.06.2026 18:00 Uhr

Dame damént (23)

Dialetto, sfumature e tonalità espressive danno alla parola contenuto ed espressività talvolta stimolanti e istigati a quelle scambievolezze che la parlata popolare fornisce…

elab grafica Flavio Pedrotti Móser

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza…  si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… e con il dialetto si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare, circostanze legate alla memoria tra aneddoti e storielle in un contesto piacevole, divertente, indimenticabile così come incancellabile dovrebbe essere il dialetto che talvolta sa colorare al meglio tempi e fasi della vita…

E via che la vaga zó ‘n càneva… El botesèl da na banda, borèle per sentarse zó, capussi da taiar zó per far crauti… ensóma se tacava via con èl sbrinz per tòr la sé, po se daverzeva el prim vasèt, quel dei gurken, fissi come ‘n codògn, pieni de asè, pan sèc e po zó na rèsta de lebz e slebenàr senza rispèt… E avanti con la cantina! Da una parte una piccola botte, ceppi di legno per sedersi, cavoli cappuccio pronti per essere tagliati e fare crauti… insomma, si iniziava con un vinello leggero per togliere la sete, si apriva il primo vasetto, quello dei cetrioli, di quelli sodi come una mela cotogna, intrisi d’aceto, pane secco e quindi si svuotava il bicchiere in un solo sorso e via con le chiacchiere a vanvera senza vergogna… despéss  él Pero bonèra el né spetàva a brazi spalancadi, l’era contènt de véderne e quan che l’era da vendemàr ghé portaven la durèla, s’avevén che’l néva for da mat per tant che la ghe piaseva… molto spesso Pietro il bonaccione ci aspettava a braccia aperte, era contento di vederci e quando c’era vendemmia portavamo l’uva nosiola, sapevamo che lo avrebbe fatto sragionare per quanto gli piaceva… se qualchedun l’era engropà per qualcòss, o avelì come na vaca, ghé lassaven far al mónec, mat come na bèna, ‘mbriaghela che’l féva vegnìr la grignaròla… Se per caso qualcuno era avvilito per qualcosa o demoralizzato, ci pensava il sagrestano, matto come una “bena”, (la bena è un grosso cestone di vimini che vacilla utilizzato per trasportare di tutto) … facile alla bevuta e che faceva venire la ridarella.

Grànt come ‘n stròp de zùca, èstrós come le bèle siore el pareva vòit come ‘l calisón, envézi co le so ciàcere l’era bòn de far su tuti come ‘n peràr… Grande come un tappo di zucca, lunatico come le belle signore, sembrava vuoto come il calisón, cioè come l’interno della chitarra, pieno d’aria mentre invece con le sue chiacchiere poteva conciare tutti come un albero di peri…  él beveva come na lóra, él néva e ‘l vigniva come ‘l botér dei mòcheni, sempre sudà come na piòza, avanti e endré… ‘nsoma paréva en bagatìn ma l’era ‘n slinza! Beveva avidamente, oltremisura, andava di continuo avanti e indietro, sudava costantemente come piovesse, insomma sembrava un ometto da nulla e invece era un furbacchione! (continua)

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