Dame damént (20)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… Siamo entrati in cucina e oggi visiteremo altre stanze, planeremo nei ricordi alla ricerca di arnesi e suppellettili legati anch’essi alla nostra memoria. Come quelle storielle che raccontavano prima di mettere i bambini a letto e che per farli star buoni inventavano personaggi inquietanti pensando così di spaventare e calmare la frenesia sproporzionata dei ragazzini…
Ruvà la storiela la nòna la neva for pian pianel, descolza, per paura de desmisiarne e la sentiven dirghe a nosa mama: i se calmadi, i è ntel paion soto le coerte, ah sta sicura che i tira fin a doman… Finito di raccontare la storiella la nonna usciva piano piano, scalza, per paura di svegliarci e la sentivamo dire a nostra madre: si sono calmati sono a letto sotto le coperte e stai sicura che dormiranno fino a domani! E noi alór, fòr dé corsa dal paion a far gigiade! Ne scondevén ‘ntél armar, o anca ntél cassabanc e zugaven a scondileoro… Gh’era anca na minela per chizenar i popi ma masa pìciola per narghe dént… E noi, allora, subito di corsa fuori dal letto per fare stupidaggini! Ci nascondevamo nell’armadio, anche nella cassapanca e giocavamo a nascondino. C’era anche una culla per ninnare i piccoli ma troppo piccola per entrarci. Gnanca dirlo, quei de βóto, ‘n cosìna a far filò, i se nascorzeva e alor partiva le sdrègie. Neanche dirlo, perché padre, madre e tutti quanti in cucina a raccontarsi storie, se ne accorgevano e così partivano i rimproveri. Me papà el rugnava: sacritaifel, l’avè ruvada? gala da nar avanti ancor dé tant? Mé mama l’era pu rustega: vardè che se no vèn la stria vèn i salvanei e se no doveβa vignir gnanca lori, vègno su mi, avè capì? E dè sicur saria sta pèzo, s’él saveva bèn, cossì tornaven βóto le coerte e bel finì el filò. Mio padre brontolava: sacritaifel (che è un’imprecazione onomatopeica, potrebbe essere porco diavolo, dal tedesco “Teufel”, diavolo appunto), volete smetterla? Va avanti ancora per molto? Mia madre era più rude, severa: attenzione che se non viene la strega, vengono gli uomini selvatici ma se non dovessero arrivare neppure loro allora verrei io, avete capito? E sarebbe stato sicuramente peggio, lo sapevamo, così ci rimettevamo sotto le coperte e buona pace per tutti.
Engualdì cantava el gal. Enmatonidi dal βòn meteven i pèi fòr dal paion e néven dé ruz a zercar el lavaman per desmisiarse con l’acqua freda. … All’alba c’era sempre un gallo che cantava. Storditi dal sonno, ci alzavamo e andavamo velocemente a cercare il lavabo per svegliarsi con l’acqua fredda. Zà ne sgasolaven a pensar ala bazinela piena de fugazza, al lat del malgàr apena monzù e ale zanade de giornada… Ci divertivamo solo al pensiero della teglia con la focaccia, del latte di malga appena munto e alle arlecchinate della giornata… (continua)






