Dame damént (17)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… Siamo entrati in cucina e oggi visiteremo altre stanze, planeremo nei ricordi alla ricerca di arnesi e suppellettili legati anch’essi alla nostra memoria …
Diséntelo, star ‘n cosìna mè propi piasù. Sfrugnar, sfodegar e tamarar ‘ndei caltri, trovar ordégni che no val en bèz, nar endré coi ricordi… mè vegnù destrà ni. Gh’era pòc o gnént ma quel pòc che gh’era el m’ha misià el zervel… Si deve dirlo, stare in cucina mi è piaciuto tanto. Rovistare e frugare nei cassetti, trovare carabattole che valgono poco, ricordare… ho avuto nostalgia. C’era poco o niente ma quel poco che c’era ha rigirato i ricordi. Ho zercà la lóra per travasà r l’oio ch’era restà ‘ndel bandolòt e l’ho embotilià . E ‘mpizar la fornasèla, méter su la cèla… m’ha fat vegnìr i sgrìsoi. Po, calmà la luzia, ‘ngosà come ‘n pait, m’è vegnù el sangiót… Ho cercato l’imbuto e ho travasato l’olio che era rimasto nel barattolo, versandolo in una bottiglia. E accendere la stufa a legna, preparare il pranzo, mi ha emozionato. Poi, calmata la fame, pieno come un tacchino, mi è venuto il singhiozzo. E m’è vegnù ‘n mént quan che’l ghé vigniva al Bepino dei peribei, de sòlit dopo zéna: él se tacava al mur de schéna e tut dé fila él diséva: sangiót n’del póz, san péro su la via, sangiót me vaga via. E via a dirlo ‘n prèssa fin a quan che nól sia paβà . E mi sono ricordato quando, al Beppino dei peribei, (così chiamato perché andava fiero dei suoi belli alberi di pere), subito dopo mangiato gli veniva il singhiozzo. Stava dritto impalato contro il muro e tutto d’un fiato recitava: singhiozzo nel pozzo, san Pietro sulla via, singhiozzo vada via, ripetuto sino a quando il singhiozzo spariva.
Per no βavér né lézer né scriver, ho finì fòr l’ultima s’cianta de vin e ho mess su la códoma de cafè bon. Cossì el sangiot l’è propi paβà dal tut! Po ho mess ‘l grembial e ho lavà zo piati e bicera, bazina, sforzina e cortel; el mantin no l’ho gnanca dropà per no sporcarlo e ho usa quei de carta. Ho anca netà su per tèra per no laβar migole de pan o vanzaroti crodadi dala taola. Altro che bon de gnent!Â
A scanso di equivoci, nel dubbio, ho bevuto l’ultimo sorso di vino e ho preparato la cuccuma di buon caffè così il singhiozzo è davvero sparito. Poi ho messo il grembiule e ho lavato i piatti, il bicchiere, il tegame di rame, la forchetta, il coltello… il tovagliolo non l’ho usato per non sporcarlo ed ho usato quelli di carta. Ho pure pulito il pavimento per non lasciare briciole di pane o avanzi caduti distrattamente per terra. E poi magari qualcuno pensa che sono un incapace! (continua)






