Briciole di Memoria: L’altare da campo del Civeron

Il Gigante Buono del Civeron: L’Eredità di Pater Leodegar
L’11 giugno 2017, sul crinale ventoso di Malga Civeron, il tempo è sembrato riavvolgersi – ha scritto Maria Ausserhofer nel suo racconto per la rivista „Der Schlern“.  Ma in quella serena domenica, sotto il cielo azzurro come la bandiera dell’Europa che sventolava accanto a quelle degli stati un tempo belligeranti, nell’aria non risuonavano i colpi di mitraglia o le grida dei soldati feriti, ma parole che, narrando il dolore, parlavano di speranza e di pace; non c’era odore di fumo e di morte, ma profumo di erba e di fiori.
Nella piccola cappella in un angolo del cimitero di guerra austriaco, il reverendo Walter Ausserhofer celebrava la Santa Messa, sollevando un calice antico sopra un altare di legno consumato. Non era un arredo sacro qualunque: era la „chiesa in valigia“ che esattamente cent’anni prima suo prozio, Pater Leodegar, portava a spalla tra le trincee della Valsugana. A osservare la scena, con l’emozione di chi ricompone un mosaico familiare e storico, c’era sua sorella Maria.
Un uomo di fede e di roccia
Pater Leodegar, nato Alois Felderer a Caldaro nel 1881, non passava inosservato. I soldati e le infermiere del fronte lo descrivevano come un „gigante buono“: una figura imponente, con una folta barba nera e occhi che sprizzavano un ottimismo invincibile. Era il terzo di otto figli di una famiglia dove la fede era il pane quotidiano. Prima di diventare l’angelo custode degli Standschützen, era stato un giovane frate francescano animato da una gioia profonda.
Anche nei momenti più bui, la sua ironia non lo abbandonava. Si racconta che quando la botte di vino inviata dai parenti di Caldaro finì troppo in fretta, lui guardò il suo attendente Seppl e, con un sorriso complice sotto la barba, esclamò in dialetto: „Seppl, du hasch a Moasch g’lösn!“ (Seppl, ti sei preso una bella sbornia!), trasformando un piccolo disagio in un momento di calore umano.
L’inferno di ghiaccio e le „catacombe“ del fronte
La vita al fronte meridionale, però, era tutt’altro che serena. Nel luglio 1916, Leodegar seguì il suo battaglione verso le postazioni del Civaron, di fronte al sanguinario massiccio dell’Ortigara. Il suo diario restituisce immagini vivide di quella salita notturna:
„Nell’oscurità più profonda, risalivamo i sentieri verso il Civaron.
Il nemico era vicino, sentivamo il fiato della morte nel sibilo dei proiettili che fendevano l’aria sopra di noi.“
Giunti in quota, si scontrarono con una realtà brutale: non c’erano caserme o casematte, solo fango, rocce e baracche precarie. Durante l’inverno, la neve superava il metro e mezzo e i soldati erano costretti a vivere come nelle catacombe dei primi cristiani. Leodegar scriveva:
„Viviamo sotto terra, nelle caverne scavate nella roccia. Qui, tra l’odore del fumo e il freddo che morde le ossa, porto la Comunione di uomo in uomo, di buco in buco.
A volte il nemico è così vicino, ad appena ottanta passi, che il silenzio della preghiera è l’unica difesa che ci resta.“
L’altare fedeleÂ
In questo scenario di desolazione, il suo Feldaltar (l’altare da campo) divenne un simbolo di speranza. Era una valigia di legno robusto che, una volta aperta, rivelava tutto il necessario per la Santa Messa. Inizialmente, Leodegar portava tutto nello zaino, finché un’infermiera di nome Edina (NdR: si tratta della contessina Edina Clam Gallas, della quale scriveremo a breve per la serie „Tirolo al femminile“), impietosita dalla sua fatica, lo aiutò a ottenere un equipaggiamento ufficiale da Vienna.
Quel „sacro bagaglio“ seguì Pater Leodegar ovunque: sotto le valanghe del 1916, tra le epidemie di tifo che colpirono duramente lui e i soldati, e fin dentro le caverne del Civeron. Ricevette medaglie al valore per il coraggio con cui correva tra i feriti incurante dei cecchini, ma il suo premio più grande fu riportare quell’altare a casa dopo la guerra.
Dopo il conflitto, Pater Leodegar lasciò l’ordine per diventare sacerdote in Carinzia, ma non si separò mai dai suoi cimeli di guerra. Alla sua morte, nel 1957, l’altare tornò alla famiglia Ausserhofer a Caldaro. Maria e Walter sono cresciuti con quell’oggetto in casa, simbolo non di gloria bellica, ma del sacrificio di uno zio che aveva scelto di essere luce nel buio della trincea.
Un dono prezioso
Quella di Malga Civeron è stata una giornata indimenticabile per tutte le persone che vi hanno partecipato, contraddistinta da una serie di momenti intesi; di parole sommesse ma di una forza incredibile, fra quelle dette, quelle recitate, quelle cantate. Come detto, la cerimonia si è conclusa con un gesto dall’altissimo valore simbolico: i fratelli Ausserhofer, dopo aver riportato l’altare del Feldkurat Felderer „sul campo di battaglia“, hanno voluto che quel prezioso oggetto restasse in Valsugana, nei luoghi dove aveva rappresentato la fede e la speranza. Lo hanno infatti donato a Carlo Brendolise, presidente dell’Associazione Zima Casternovo, che da anni cura il sito del Soldatenfriedhof del Civeron.
A distanza di nove anni, tutti i protagonisti di questa storia sono scomparsi: Padre Leodegar nel 1957; e poi Maria Ausserhofer, Carlo Brendolise, per ultimo, a febbraio di quest’anno, anche Don Walter. Ma l’altare da campo resta: conservato presso „Mostra Permanente della Grande Guerra in Valsugana e sul Lagorai“ a Borgo, oggi come allora è „una luce nel buio“.






