L’oro di Mori

Da molti secoli l’antico casato dei Grigolli affonda le radici nella comunità di Mori e in quelle dei territori vicini. Agli inizi del Novecento – periodo in cui prende origine la storia che vogliamo raccontare – a Mori i rami dei Grigolli sono rappresentati da quattro linee distinte. Fra queste, a noi interessa quella di Germano (1860-1931) perché è da lì che discenderanno, poi, sia il protagonista che il testimone di questa vicenda. Dal suo matrimonio con Margherita Grigolli (una cugina) nasceranno sei figli, tre dei quali – Bruno, Riccardo e Ermino – entreranno a pieno titolo nella storia famigliare perché se i primi due verranno avviati agli studi universitari (cosa rara a quell’epoca), a Erminio toccherà invece di portare avanti la grande azienda agricola, orgoglio della famiglia Grigolli. Da Erminio, infine, discenderanno quattro figli e, fra questi, pure un altro Germano – il prezioso testimone della nostra vicenda – oggi 90enne, molto conosciuto, assieme al figlio Bruno e al nipote Marco, per i pregiati vini che la loro cantina di Mori Vecchio produce.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale coglie i due giovani sudtirolesi, Bruno e Riccardo, ancora studenti all’Università di Padova: il primo in Ingegneria, il secondo in medicina. Vissuti in quegli anni in ambienti irredentisti, quando il 28 luglio del 1914 l’Austria-Ungheria entra in guerra, i due fratelli decidono di disertare e di partire da Mori per raggiungere il Regno d’Italia, dove poi si arruolano nel Regio Esercito. Al termine del conflitto li ritroviamo a Mori: Bruno, ingegnere, avrà in seguito quattro figli fra cui Giorgio (1927-2016), futuro Presidente della Provincia Autonoma di Trento.
Riccardo, invece, si specializzerà in dermatologia e malattie veneree venendo inviato in diverse sedi, prima a Belluno come direttore del dispensario celtico comunale (ovvero, responsabile delle case di tolleranza), poi come primario di clinica dermosifilopatica presso l’Ospedale di Vicenza, dove rimarrà fino al pensionamento. Non si sposò mai, ma da quanto racconta oggi Germano, suo zio Riccardo fu sempre un gentiluomo, una specie di casanova a cui non mancarono mai le belle donne.
Fu negli anni in cui Riccardo soggiornò a Vicenza, più precisamente nei primi mesi del 1944, che accadde un fatto che Germano non dimenticherà mai. La guerra infuriava e gran parte dell’Italia era ancora occupata dalle truppe del feldmaresciallo Albert Kesselring. Gli Alleati lentamente risalivano la penisola e nel nord del paese il governo era in mano ai tedeschi attraverso lo stato fantoccio della Repubblica Sociale Italiana.
“Una sera, era quasi notte, arrivò a Mori lo zio Riccardo in compagnia di un signore distinto” – racconta Germano. “Dopo essere entrati con l’auto nel cortile di casa, scesero con fare circospetto, come quello di chi ha qualcosa da nascondere. Guardandosi attorno, lo zio mi chiese di aiutarlo a scaricare una grossa cassa in ferro di colore verde scuro. Avevo allora quattrodici anni ed ero già un ragazzo robusto, tuttavia lo sforzo per sollevare quella cassa me lo ricordo ancora: il peso era enorme. Mentre l’accompagnatore misterioso rimaneva in cortile, noi portammo la cassa fin dentro casa – prosegue Germano – e a quel punto arrivò anche mio padre. Dopo che fu appoggiata su di un ripiano, lo zio Riccardo anticipò la mia curiosità e volle farci vedere cosa conteneva. Sollevò piano il coperchio e in quel momento sia io che mio padre rimanemmo letteralmente senza parole. L’interno – lo ricordo bene – era suddiviso in tre scomparti. Nei due più piccoli era contenuta un’infinità di oggetti d’oro, più precisamente in uno c’erano collane, braccialetti e anelli con pietre preziose; nel secondo, orologi da taschino di varie fogge e dimensioni con relative catene. Ma era il terzo scompartimento, quello che occupava più della metà della cassa, che mi fece rimanere di stucco. Fu proprio lì, che lo zio introdusse una mano estraendone un lingotto d’oro. Me lo passò e ricordo lo stupore nel sentire come quell’oggetto rettangolare, lungo una ventina di centimetri, pesasse molto più del piombo, ma diversamente da quello, luccicasse come mai avevo visto prima”.
Ma di chi era quel tesoro? Era dello zio Riccardo? E perché mai l’aveva portato a Mori? E’ sempre Germano a rispondere, dopo che, incuriositi, gli chiediamo quanti fossero stati, a suo parere, quei lingotti d’oro. “Erano sicuramente più di dieci – ci risponde – e secondo me pesavano almeno un chilo l’uno”.
Allo zio Riccardo, primario a Vicenza, era stato presentato da poco un ebreo di nome Giulio Neiger, che all’epoca abitava in città. Nelle nostre indagini, abbiamo scoperto che in un documento del 21 giugno 1940, inviato dalla Prefettura di Vicenza al Ministero dell’Interno, troviamo scritto di tre ebrei arrestati dalla polizia: uno di questi è proprio il Neiger, “rappresentante di commercio nato a Vienna nel 1898, ex polacco, apolide”. La Prefettura precisa che il Neiger “non ha precedenti sfavorevoli e non è ritenuto elemento di peculiare pericolosità. La famiglia, composta dalla moglie – pure di razza ebraica – e da tre figli, rispettivamente di 15, 12 e 4 anni, risiede in città”. Dobbiamo ricordar che nel settembre del 1938 erano state promulgate in Italia le cosiddette “leggi razziali” che stabilivano, fra l’altro, drastici provvedimenti nei confronti dei cosiddetti “ebrei stranieri“. Ciò che salverà il Neiger è la circostanza che troviamo più avanti in quel documento, e cioè che “l’arrestato risiede nel Regno già da prima del 1919” e, dunque, non considerato fino a quel momento “ebreo straniero”. E’ così, che quattro giorni dopo, lui viene liberato, mentre gli altri due compagni di sventura sono caricati su di un treno e avviati ai campi di concentramento.
Quel “tesoro”, ci svela Germano, apparteneva proprio a Giulio Neiger – il misterioso accompagnatore – ed era stato consegnato allo zio Riccardo perché lo nascondesse in un posto sicuro. Con molta probabilità l’oro contenuto nella cassa era quanto ricavato dalla vendita di tutti i beni di famiglia. Margherita, sorella di Germano, che in quegli anni per motivi di studio visse con lo zio Riccardo a Vicenza, in una sua memoria del 2011 racconta che i Neiger alla fine del 1943 non si sentivano più sicuri in città. In effetti, dopo l’8 settembre era diventata drammatica la sorte di tutti gli ebrei i quali, immediatamente, si erano trovati soggetti alla spoliazione delle loro proprietà e alla deportazione. Da qui, la decisione di mettere al sicuro tutto ciò che avevano prima di darsi alla clandestinità.
E’ in quei giorni che il dott. Grigolli, prendendosi a cuore le sorti di quella famiglia, decide di ospitarla in casa sua, nonostante ciò fosse molto pericoloso per lui, antifascista, già sottoposto a sorveglianza per via dei rapporti che manteneva con la Resistenza. Questo ce lo rivela ancora una volta Margherita, nel suo scritto, quando racconta che l’ambulatorio di casa dello zio – specialista in malattie veneree – era frequentato ogni giorno da ufficiali tedeschi e fascisti che per le loro cure preferivano rivolgersi direttamente al suo studio privato piuttosto che farsi visitare in ospedale. Un continuo via vai che fa scrivere a Margherita: “Ogni volta che suonava il campanello avevo una gran paura e ancora oggi mi pare di aprire la porta e vedermi davanti due stivali neri da nazista”.
Per questo la situazione era diventata troppo rischiosa sia per lui che per i Neiger che stava proteggendo. Per tale motivo, dopo una ventina di giorni, Riccardo deciderà di chiedere aiuto alla Superiora delle Dame Inglesi di Vicenza, anche lei di origine trentina, la quale dopo molte insistenze alla fine accetterà di ospitare in convento tutta la famiglia.
“Quella sera, fui proprio io – racconta oggi Germano – a ricevere l’ordine da mio padre di prendere piccone e badile per iniziare a scavare una buca in un angolo della stalla. Non fu semplice, ma alla fine, dopo un bel po’ di tempo e essere arrivato a circa un metro di profondità, lo scavo per sotterrare la cassa era finalmente concluso. La calammo nella buca tenendola io e mio padre per le maniglie, mentre lo zio, alla porta, e fuori il Neiger, sorvegliavano che nessuno arrivasse, né che qualcuno potesse vedere la scena attraverso i vetri della stalla”.
Rientrati a Vicenza il giorno seguente, Riccardo Grigolli sarebbe però tornato nuovamente a Mori qualche settimana dopo, molto preoccupato. Cosa era successo? La rete di protezione che il primario godeva in città e che fino a quel momento aveva garantito il suo ruolo di collegamento con la Resistenza, aveva iniziato a sgretolarsi. Qualche compagno era stato arrestato e al dott. Grigolli era giunto l’avvertimento di fuggire immediatamente perché il cerchio si stava stringendo attorno a lui. Così, nascosto su di un’ambulanza del suo ospedale, da Vicenza attraverso la Valdastico era stato portato sino a Folgaria. Da qui, con mezzi di fortuna era giunto in Val Lagarina. Ma nemmeno a Mori, a casa sua, poteva sentirsi al sicuro.
Prese, quindi, la decisione di salire in Val di Gresta dove per un periodo si nascose nella malga di famiglia, a pochi chilometri da Passo Bordala. Qui, talvolta, ospitava partigiani provenienti dalla zona di Riva del Garda, dove fino al giugno 1944 era stato attivo un forte nucleo di giovani antifascisti, poi stroncato tragicamente. Di tanto in tanto veniva rifornito di viveri, ma poi, giunto l’inverno, era impossibile restare in malga, circondato da metri di neve. Decise quindi di spostarsi – non senza pericolo – a Ronzo Chienis, in un piccolo appartamento di sua proprietà. Nei primi mesi del 1945, tuttavia, Riccardo fu avvertito da un informatore che il suo covo in paese era stato scoperto. In tutta fretta, appena qualche ora prima dell’irruzione dei soldati tedeschi, lasciò precipitosamente il suo nascondiglio riuscendo a trovare ospitalità nel paese di Nomesino, grazie all’aiuto del sindaco Beltrami. Pochi giorni dopo, con l’avanzata degli Alleati lungo il Lago di Garda, l’esercito germanico iniziò la ritirata e nell’aprile 1945 finalmente la guerra ebbe termine. Per Riccardo Grigolli era la fine di un incubo e il momento di tornare al suo lavoro di medico.
Così, anni dopo, scriverà la nipote Margherita nelle sue memorie: “Nel maggio del ’45, mio zio, con sua sorella Angela e con me, rientrò a Vicenza per riaprire l’ambulatorio e riprendere il suo posto di primario all’ospedale. In quell’avventuroso viaggio di ritorno portammo con noi pure la cassa dei Neiger, sperando di trovarli ancora vivi dopo che le vicissitudini della guerra avevano fatto interrompere ogni contatto con quella famiglia ebrea che avevamo nascosto l’anno prima in casa nostra”.
All’arrivo, i Grigolli trovarono Vicenza semidistrutta. Infatti, durante l’ultimo anno di guerra, la città aveva avuto numerose incursioni aeree da parte degli Alleati subendo ingenti danni e un elevato numero di vittime tra la popolazione civile. “Se i Neiger non sono già morti in un campo di concentramento – pensarono – probabilmente saranno morti sotto i bombardamenti”. Ma non era così. Andarono a cercarli e li trovarono ancora lì, nel convento delle Dame Inglesi, dove erano stati nascosti fino al momento della liberazione. “Restituimmo la cassa – racconta Margherita – e in seguito rimase per qualche anno una certa corrispondenza fra le due famiglie, ma poi con il passare del tempo, morto Giulio e la moglie, purtroppo perdemmo del tutto i contatti”.
L’ultimo capitolo di questa lunga storia è di anni più recenti, esattamente del 2011, quando il dott. Grigolli è morto già da 36 anni. Nel desiderio di fare in modo che quella lontana vicenda legata alla Shoah non venga inutilmente dimenticata, è ancora la nipote Margherita, ormai ottantasettenne, a prendere carta e penna e a scrivere nuovamente. Stavolta, però, lo fa mandando una lettera al Commissariato del Governo di Trento e raccontando in essa i fatti che videro come protagonisti lo zio Riccardo e quella famiglia ebrea che lui salvò dalla deportazione. L’ufficio non perde tempo e inoltra la memoria al Centro di Documentazione Ebraica di Milano. Nel frattempo Margherita (che morirà nel 2015) è pure riuscita a rintracciare i figli superstiti di Giulio Neiger e a ottenere da loro una dichiarazione in cui attestano la veridicità di quanto riportato nella sua storia.
In segno di riconoscenza, gli eredi Neiger offriranno alla famiglia Grigolli una medaglia in oro alla memoria del Governo Israeliano.
Dopo alcuni mesi, dal Centro di Documentazione Ebraica giunge finalmente la risposta. Nel riprendere le tristi vicissitudini della famiglia Neiger e sottolineando la generosità disinteressata del loro benefattore, la lettera si conclude così: “Questa vicenda verrà introdotta nell’archivio del nostro Centro sotto la voce “Memoria della Salvezza” e il nome di Riccardo Grigolli sarà per sempre ricordato come luminoso esempio alle generazioni future a cui stanno a cuore i valori civili di solidarietà, di pace e di giustizia”.






