Dame damént (41)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… e con il dialetto si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare, circostanze legate alla memoria tra aneddoti e storielle in un contesto piacevole, divertente, indimenticabile così come incancellabile dovrebbe essere il dialetto che talvolta sa colorare al meglio tempi e fasi della vita… siamo stati in casa, in càneva, in cantina, nei campi e continuiamo a visitare luoghi, spazi e territori della nostra memoria…comprese le ricette trentine, quelle più tradizionali e popolari, leccornie che come il dialetto non potranno sparire mai…
Ghè ‘n piat déla tradizòn tirolese che per tant ché l’è sfizioss él fa saltar tuti su dala carega quan che s’él porta ’n taola, l’è én piat che anca se non se sa bèn da ‘ndó chél vèn perché s’él magna én tanti posti dale noβe bande, l’è él tortèl dé patate… N’altro piat fàzile e bòn dalbòn… per i trentino l’è él piat dei nònesi deventà parón dele marende. Un altro piatto della tradizione tirolese che per quanto è sfizioso fa saltare tutti dalla sedia quando si porta in tavola e se pur non si sappia esattamente chi l’abbia inventato perché è una ricetta che si fa in tante località nordiche, è una ricetta piuttosto facile, buono più buono, per i trentini è una ricetta della Nonsberg, la Val dé Non, diventato padrone delle merende. Per énviar via, basta tòr patate, farina, sal e oio. Dó chili de patate, meio quele de pasta bianca, la pu bona l’è la kennebec, che le sia bele fisse. Mi ghé méto él smòlz, so che én dé sta maniera el tortel ‘l deventa sì pu ónt… ma anca pu bòn… Per iniziare servono patate, poca farina, sale e olio. Due chili di patate, meglio se di pasta bianca, le migliori sono le kennebec e che siano belle dure. Io uso lo strutto anche se così naturalmente so che la ricetta diventa più unta ma anche più buona. Se mónda le patate, se le grata zó e se le fa acqua se le suga bèn bèn strucandole con ‘na pèza nèta. Se le mète ‘n de na bazinota énsema a la farina co la sal e se mis’cia pian pianel. Se fa scaldar l’oio, o ‘l smòlz, se prepara na cuciarada de pastel e desigual s’el fa rosolar e che el sia ben rosolà prima de voltarlo perché meio voltarlo na volta sol. Ecco ruà el tortel, finì. Si pelano le patate, si grattugiano asciugandole dall’acqua strizzandole in un panno pulito. Si versano in una casseruola con un paio di cucchiai di farina e il sale mescolando. In un tegame si riscalda l’olio o lo strutto e si versa, man mano si fa rosolare, rosolandolo bene prima di girarlo perché sarebbe meglio girarlo una sola volta. Ecco fatto él tortèl, finito!
Ensèma a stò piat se magna anca capussi conzàdi, luganeghe stagionade, formai, fasoi e zigole con oio e asè… e che no ghè sia discussion, anca chi, vin ross. Teròldec, marzemìn, lagrein, s’ciava o merlòt, quel che ve par, ma che el sia ross! Questo piatto ben si accompagna con l’insalata di cavolo cappuccio condita, lucanica stagionata, formaggio, fagioli e cipolle con olio e aceto… e non si discute, anche con questo piatto, vino rosso! Terodego, Marzemino, Lagrein, S’ciava o Merlòt… quello che più vi piace, ma che sia rosso! (continua)






