von mas 10.10.2026 18:30 Uhr

Un libro al mese: L’orologio dei Carpazi – 2°

«I secondi segnano le ore, ma sono le memorie a misurare la vita» –   Il romanzo di Fiorenzo Vinante prende il lettore per mano, proprio come il vecchio  Secondo fa con il pronipote giuseppe, e lo accompagna nelle lande desolate di Galizia e nel gelo dei monti Carpazi.  Al ragazzo,  Secondo  racconta la storia „vera!, quella che non gli viene insegnata a scuola.  Ecco oggi il secondo stalcio: „…a scuola la storia ve la insegnano con il righello e l’inchiostro fresco. Si traccia una riga nera e spessa sulla carta e si stabilisce chi sta dalla parte della ragione e chi da quella del torto. Ma la terra, ragazzo mio, quando si inzuppa di pioggia, di piscio e di sangue, s’assomiglia dappertutto e non bada alla lingua che parla la gente..“

 

Particolare dalla copertina

La Babele in divisa

Le ruote in ghisa dei vagoni merci stridevano sui binari ghiacciati con un rumore assordante che sembrava spaccare il cervello. Per tre giorni e tre notti, il convoglio militare aveva attraversato le pianure interminabili dell’Europa orientale, inghiottendo le valli familiari del Tirolo per sputare migliaia di giovani contadini in una terra sconosciuta, dove il cielo era una distesa plumbea con i soli Carpazi all’orizzonte. Dentro i vagoni, progettati per „6 cavalli o 40 uomini“, il freddo filtrava dalle fessure del legno, trasformando il respiro dei soldati in una nebbia densa. Lì dentro si accalcavano i Kaiserjäger del Tirolo: uomini che fino al mese prima conoscevano solo la pendenza dei loro prati, il profumo della stalla e il
rintocco delle campane di paese. Adesso indossavano giubbe di panno grigio-luccio, rigide e pungenti, con il colletto alto ornato dal nastro verde e le mostrine ricamate.

Quando la tradotta si fermò con uno scossone violentissimo nella stazione di retrovia nei pressi di Užhorod, la porta scorrevole venne spalancata
dall’esterno con un colpo secco.  Ciò che si parò davanti agli occhi di Secondo e dei suoi compagni non era soltanto un accampamento militare, era una spaventosa e caotica Babele in divisa. L’Esercito Austro-Ungarico, l’imponente macchina bellica del vecchio imperatore Francesco Giuseppe, mostrava lì la sua natura di mosaico di popoli.  Ognuno parlava la propria lingu e guardava gli altri con un misto di sospetto e superiorità. Per i ragazzi della Valsugana, abituati alla quiete dei loro villaggi, quell’ammasso di divise, facce e linguaggi incomprensibili provocava uno smarrimento profondo.
Tutti però, erano uniti dalla fotografia dell’Imperatore appesa in tutte le case e in ogni fureria e da un’obbedienza rigida al regolamento.

... Ma i maestri a scuola...

Il ticchettio solenne e metodico del vecchio orologio da taschino, appoggiato sul tavolo di lamiera dove si tagliavano i formaggi, nei pressi della parete di fondo della bottega, pareva misurare con colpi sordi il silenzio denso che era calato tra le scaffalature di legno del negozio Fuori, oltre i vetri spessi della vetrina, l’Italia degli anni Sessanta scorreva con il rumore sommesso dei primi motori a scoppio e con i colori sgargianti delle reclame del sapone; ma lì dentro, tra il cassetto della segatura e le ‘pezze’ di formaggio di malga, il tempo si era congelato in un altrove indistinto e polveroso.

«Zio», ruppe alla fine il silenzio Giuseppe, con una voce incerta che esitava tra la riverenza e la curiosità. «Ma i maestri, a scuola… quando ci spiegano la storia della Grande Guerra, dicono sempre che noi trentini eravamo schiavi oppressi dall’Austria, che non vedevamo l’ora di essere liberati dal Re d’Italia?»

Secondo sollevò lentamente lo sguardo dal pezzo di giornale piegato sul bancone. Il necrologio di Fortunato Molinari sembrava quasi sparire sotto la luce dorata del pomeriggio. Negli occhi del vecchio non vi era traccia di stizza, ma soltanto quella pazienza sterminata che appartiene agli uomini che hanno visto le amministrazioni cambiare tre volte le targhe alle vie dei paesi, ridipingere i monumenti e riscrivere i peccati dei vivi e dei morti a seconda della convenienza del momento.

«Vedi, Giuseppe…», esordì Secondo, riassettando con un gesto lento la matita copiativa dietro l’orecchio, «…a scuola la storia ve la insegnano con il righello e l’inchiostro fresco. Si traccia una riga nera e spessa sulla carta e si stabilisce chi sta dalla parte della ragione e chi da quella del torto. Ma la terra, ragazzo mio, quando si inzuppa di pioggia, di piscio e di sangue, s’assomiglia dappertutto e non bada alla lingua che parla la gente.

 

 

... una distesa fumante di rovine ...

A intervalli di mesi  arrivava fino alle nostre retrovie il carro botte guidato da Bepi Costa, un carradore di Borgo Valsugana che conosceva ogni valico delle Alpi e ogni strada dell’Impero.    Bepi non portava soltanto il liquore, ma portava anche le notizie di casa. Il carradore ci raccontava, con la voce rotta dal pianto, che la nostra Valsugana era stata trasformata in una distesa fumante di rovine dai duelli quotidiani tra le artiglierie italiane e quelle austriache. Ci parlava della desolazione dei paesi abbandonati, delle vigne lasciate incolte a inselvatichire, del bestiame requisito o confiscato dai soldati, dei ponti crollati nel Brenta, nel Maso e nel torrente Ceggio. Era un’apocalisse parallela a quella in cui ci trovavamo noi, ma più dolorosa, perché
riguardava le nostre case.

Le nostre famiglie erano state evacuate e disperse ai quattro venti: alcune erano state caricate sui treni merci e mandate in Austria o in Boemia, dove la gente moriva di fame e di tifo; altre  verso il sud, finendo nei paesi dell’Italia nemica, accolte con diffidenza come sospetti ‘austriacanti’.

Dopo „Lacrime nella neve„, ecco un secondo libro di Fiorenzo Vinante: lo sfondo è sempre quello della prima guerra mondiale, ma l’autore questa volta ci presenta un romanzo dal finale intenso e commovente.

Siamo negli anni Sessanta, a Telve in Valsugana. Nella penombra profumata di farina, formaggio e tabacco trinciato della bottega dei «Baldi», il dodicenne Giuseppe ascolta i ricordi del prozio Secondo, reduce del nostro esercito imperiale. Basta un nome su un ritaglio di giornale, Nanon, a riaprire la breccia della memoria e a spazzare via la retorica dei sussidiari scolastici. Attraverso lo scorrere sordo di un orologio d’argento, prende vita un viaggio emozionante dalle vallate tirolesi al gelo spietato della Galizia.

„“L0rologio dei Carpazi“ è u affresco corale, «dal basso», che dà voce a contadini e boscaioli chiamati a raccogliere la sfida della guerra sui Carpazi: una storia vera, fatta di tragedia ma anche di inaspettata umanità.

Ispirato al racconto autobiografico di Giuseppe Oss Emer, il romanzo di Fiorenzo Vinante è un commovente omaggio ai nostri nonni e bisnonni, che hanno fatto la vera Storia senza mai pretendere di esserne protagonisti; il loro icordo – troppo spesso e troppo a lungo –  è stato cancellato e dimenticato.

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