von mas 17.10.2026 18:30 Uhr

Un libro al mese: L’orologio dei Carpazi – 3°

«I secondi segnano le ore, ma sono le memorie a misurare la vita» –   Il romanzo di Fiorenzo Vinante prende il lettore per mano, proprio come il vecchio  Secondo fa con il pronipote giuseppe, e lo accompagna nelle lande desolate di Galizia e nel gelo dei monti Carpazi.  Al ragazzo,  Secondo  racconta la storia „vera!, quella che non gli viene insegnata a scuola.  Ecco oggi il terzo stalcio:  „La gente pensa che la guerra sia finita il 4 novembre del 1918. Pensa ai baci, alle donne che buttavano i fiori, alle bandiere tricolori sui balconi e alle fanfare che suonavano in piazza per la vittoria. Ma per me, per noi, lì è cominciato il vero inferno. Quando ci hanno internati a Isernia, la nostra guerra non era ancora finita»..“

 

Particolare dalla copertina

... di che colore era la sa divisa ...

D’improvviso la porta si aprì con un cigolio stridulo e gli odori acuti che pervadevano il locale si mischiarono alla zaffata di pioggia fresca e terra bagnata portata da fuori.  Secondo non alzò subito gli occhi dal legno scuro del bancone. Stava strofinando con un panno di lino, orlato a mano, la bilancia a piatti in ottone, un gesto lento, ritmico, abituale, con cui cercava di riordinare i pensieri da quando, mezz’ora prima, aveva ripiegato il quotidiano sulla pagina dei necrologi.  Il nome di Nanon era ancora lì, impresso nell’inchiostro nero e denso della tipografia, contornato  da una cornice sottile che pareva una gabbia. Nanon, che pareva fatto di pietra e radici, se ne era andato in un mattino qualunque, senza far rumore.

Sulla soglia, intento a scuotere con decisione il cappello di feltro bagnato contro la gamba dei pantaloni, c’era Candido Zanetti, degli ‘Anselmi’.
Candido non era un cliente qualunque che entrava per un etto di salame o un cartoccio di sale grosso. Portava una giacca di fustagno stazzonata dal tempo, stinta sui gomiti, e si muoveva con una ben nota rigidità alla spalla sinistra, il ricordo indelebile di una scheggia d’artiglieria che gli aveva accarezzato le ossa sui Carpazi nell’inverno del sedici. Ogni suo passo aveva il peso di una memoria mai sopita.

«Ho visto il giornale, Secondo», disse Candido a bruciapelo con la voce abbassata di un tono, prima ancora di toccare il vetro del bicchiere.
«Nanon… È andato pure lui. Di mattina presto, dicono. Il cuore ha ceduto».

(…)

Lo zio Secondo trasse dal taschino del panciotto l’orologio a cipolla d’argento per sbirciarne l’ora, lo accostò per un istante all’orecchio per sentire se il battito meccanico continuava regolare, quindi lo ripose frettolosamente. Poi allungò di nuovo la mano, prese saldamente la bottiglia di grappa e riempì fino all’orlo il bicchiere di Candido e il proprio. «Bevi, amico mio», disse quasi sussurrando, alzando il bicchiere con un leggero tremito della mano. «Bevi, che oggi dobbiamo brindare a Nanon. Lui oramai ha lasciato tutte le sue pene, sui Carpazi e anche a Isernia. Ora nessuno potrà più chiedergli di che colore era la sua divisa».

 

L'ombra di Nanon

«La gente pensa che la guerra sia finita il 4 novembre del 1918. Pensa ai baci, alle donne che buttavano i fiori, alle bandiere tricolori sui balconi e alle fanfare che suonavano in piazza per la vittoria. Ma per me, per noi, lì è cominciato il vero inferno. Quando ci hanno internati a Isernia, la nostra guerra non era ancora finita».

«Ci chiamavano ‘austriacanti’, Secondo», continuò Candido con una rabbia trattenuta che gli faceva tremare leggermente il mento. «Soldati tirolesi e trentini rientrati da ogni fronte. C’era chi veniva dalla Galizia, chi dalla prigionia durissima nelle steppe della Siberia, gente che aveva camminato per mesi per tornare a casa a guerra finita. E cosa abbiamo trovato? Il nostro nuovo Governo… i comandanti, i funzionari e i generali italiani ci  consideravano dei vigliacchi, dei traditori e perfino delle spie infiltrate.  Invece di rimandarci a casa dalle nostre famiglie, che ci piangevano credendoci già morti, ci hanno stipati e ammassati nei treni merci come bestie da macello e  spediti al sud, a Isernia. E a qualcuno è andata peggio, mandati a marcire e morire di stenti all’Asinara!».

«Un campo di concentramento in patria. Segregati e ammassati in una chiesa sconsacrata, tra mura umide e gli escrementi sul pavimento e, sopra di noi, i regi carabinieri e le guardie con le baionette innestate sulla canna del fucile. Ci davano una brodaglia sporca una volta al giorno, acqua calda con due fagioli marci dentro. La gente moriva di tifo, di colera e di febbre spagnola, a decine ogni notte, buttati poi in fosse comuni senza manco una croce. Dopo essere sopravvissuti a quattro anni di cannoni, granate e gelo sui Carpazi o in Siberia. Anch’io ero scampato alla crudeltà e alla morte in guerra solo per finire prigioniero e morire di fame nel paese che doveva essere la mia nuova patria. Dicevano nelle carte ufficiali che ci tenevano lì segregati per testare la nostra ‚fedeltà‘. In realtà volevano solo nasconderci agli occhi del mondo. Eravamo derelitti, sbandati, nemici in patria, la vergogna e il danno d’immagine che la propaganda nazionale doveva cancellare il prima possibile».

«Quando mi hanno lasciato andare alla fine, nell’estate tardiva del ’19…», concluse il vecchio spegnendo la brace del mozzicone col callo dell’anulare
senz’avvertire dolore, per poi riporre con cura ciò che era rimasto sopra l’orecchio, «…pesavo quarantadue chili. Quarantadue chili di ossa, pelle e croste. Mia madre non mi ha riconosciuto quando mi ha visto apparire sulla porta di casa. Parevo un fantasma tornato dal cimitero. Aveva paura, non mi voleva far entrare… diceva che il suo Candido era un ragazzo forte e robusto, non quel sacco di stracci e pidocchi che tremava sul pianerottolo».

Il silenzio ritornò denso nella bottega, pesante e fitto come la nebbia che ormai cominciava a salire dal parco dei baroni Buffa, mescolandosi all’oscurità della sera imminente.

Dopo „Lacrime nella neve„, ecco un secondo libro di Fiorenzo Vinante: lo sfondo è sempre quello della prima guerra mondiale, ma l’autore questa volta ci presenta un romanzo dal finale intenso e commovente.

Siamo negli anni Sessanta, a Telve in Valsugana. Nella penombra profumata di farina, formaggio e tabacco trinciato della bottega dei «Baldi», il dodicenne Giuseppe ascolta i ricordi del prozio Secondo, reduce del nostro esercito imperiale. Basta un nome su un ritaglio di giornale, Nanon, a riaprire la breccia della memoria e a spazzare via la retorica dei sussidiari scolastici. Attraverso lo scorrere sordo di un orologio d’argento, prende vita un viaggio emozionante dalle vallate tirolesi al gelo spietato della Galizia.

„“L0rologio dei Carpazi“ è u affresco corale, «dal basso», che dà voce a contadini e boscaioli chiamati a raccogliere la sfida della guerra sui Carpazi: una storia vera, fatta di tragedia ma anche di inaspettata umanità.

Ispirato al racconto autobiografico di Giuseppe Oss Emer, il romanzo di Fiorenzo Vinante è un commovente omaggio ai nostri nonni e bisnonni, che hanno fatto la vera Storia senza mai pretendere di esserne protagonisti; il loro icordo – troppo spesso e troppo a lungo –  è stato cancellato e dimenticato.

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