Dame damént (35)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare… e con il dialetto si sono evocati non solo oggetti, utensili e arnesi ma anche sfumature, stati d’animo, sensazioni che i luoghi e i ricordi possono risvegliare, circostanze legate alla memoria tra aneddoti e storielle in un contesto piacevole, divertente, indimenticabile così come incancellabile dovrebbe essere il dialetto che talvolta sa colorare al meglio tempi e fasi della vita… siamo stati in casa, in cà neva, in cantina, nei campi e continuiamo a visitare luoghi, spazi e territori della nostra memoria… ricordi di scuola…
Prima prima dé nar a scòla ogni tant se néva én botéga dé pan a tòr ciunghe e merda del diaol e la siora la domadava: ma lo βalo tó mama? Ogni tanto prima di andare a scuola si andava nel panificio per prendere della gomma da masticare o liquirizia e la commessa chiedeva: ma tua madre lo sa? Si si, se diséva, co la facia enfiamada, zèrto che la lo βa, la lo sa bèn! no l’era miga véra e quan che se tornava da scòla m’en sentivo tante che téra e miga per le dése o vinti lire, la diseva me mama, ma sól perché la ciunga la fa vegnìr él mal dé denti e la merda del diaol la sgionfa le noséte… Varda de no tòrne pu! Disévo de si ma l’era come l’aveβa parlà al mur perché en par de dì dopo la tolévo l’istess. Sì, sì, dicevo, arrossendo, certo che lo sa, lo sa, lo sa… non era vero così quando tornavo da scuola venivo rimproverato aspramente e non per le dieci o venti lire, diceva mia madre, ma perché la gomma da masticare rovina i denti e la liquirizia gonfia le caviglie… Vedi di non prenderla più! Dicevo di sì ma era come avesse parlato al muro perché qualche giorno dopo la riprendevo.
Se arivava a scòla giust ‘n tèmp per sentir la campanela, po su per le scaléte en bina dé dói e po dént ‘n aula. El tèmp de sistemà r quaderni e libri βóto él banc e subit el prim profeβor de la matina, dopo aver fat l’apelo, el tacava a ciacierar e po l’enterogava: ‘na refolada de domande. Si arrivava a scuola proprio quando suonava la campanella, si salvano le scale in fila per due e dentro in aula… Il tempo di mettere in ordine quaderni e libri e subito il professore della prima ora, dopo aver fatto l’appello, iniziava a chiacchierare e poi a interrogare: una raffica di domande!
Se no se respondeva el scominziava a zigar come n’agola che no t’ai studià , che te sei en zuch, embranà di, à seni, e zò en toròn che no finiva pu… Se non si fosse risposto avrebbe iniziato ad urlare come un’aquila che non avevamo studiato, che avevamo una testa di legno, impacciati, asini, e iniziava una solfa infinita… (continua)






