Sentiero cimbro dell’Immaginario a Lusern

A Lusern, tra le rocce, i boschi e i coveli, si raccontava un tempo di una creatura enorme e terribile: il Basilisco, un drago che viveva nascosto nelle profondità della montagna. Nessuno sapeva dire con certezza da dove fosse arrivato. Le nonne raccontavano che fosse antico quanto le montagne stesse e che, quando il cielo diventava scuro e il vento iniziava a soffiare tra le pietre, potesse risvegliarsi dal suo sonno. Il Basilisco non era un animale come gli altri. Era gigantesco, ricoperto di squame scure e dure come la roccia, con occhi che brillavano nel buio e una bocca capace di sputare fuoco e fiamme. Quando si muoveva nei coveli, il terreno tremava e dalle fenditure della montagna uscivano fumo e un odore acre di bruciato. Per questo, quando i bambini chiedevano alle nonne perché non dovessero avvicinarsi alle grotte e alle zone rocciose da soli, la risposta era sempre la stessa: «Sta atento, che lì dentro podéria èβerghe el Basilisco!» E nessuno aveva bisogno di altre spiegazioni. I coveli erano considerati luoghi misteriosi. Erano anfratti, cavità e ripari nella roccia, luoghi dove il sole arrivava appena e dove il vento sembrava parlare. Secondo i racconti, proprio lì il Basilisco aveva trovato la sua dimora. Durante il giorno rimaneva nascosto nelle profondità della montagna. Di notte, invece, poteva uscire in cerca di acqua o di prede. Qualcuno giurava di aver visto, lontano tra le rocce, due grandi occhi luminosi; altri raccontavano di aver sentito un ruggito così potente da sembrare un tuono. Ma il segnale più terribile era il fuoco. Si diceva che, quando il Basilisco si arrabbiava, dalle sue narici uscissero prima piccoli fili di fumo e poi una fiammata improvvisa, capace di illuminare la montagna come fosse giorno. Per questo gli abitanti imparavano fin da piccoli a rispettare la montagna e i suoi luoghi nascosti.
Una delle storie raccontate dagli anziani parla di un uomo che, molti anni fa, si era attardato nei pressi delle rocce. Era ormai sera quando sentì un rumore provenire da un covelo. All’inizio pensò fosse il vento. Poi sentì un respiro profondo. L’uomo si fermò. Dal buio comparvero due occhi grandi e luminosi. Il Basilisco uscì lentamente dalla grotta. Era così grande che, secondo il racconto, sembrava riempire tutto il passaggio. Le sue squame brillavano alla luce della luna e dalla bocca usciva un filo di fumo. L’uomo, terrorizzato, non scappò. Si ricordò invece di un vecchio consiglio ricevuto dalla nonna: davanti alle creature della montagna, non bisogna mostrare paura e soprattutto non bisogna voltare le spalle. Rimase immobile. Il Basilisco aprì la bocca e sputò una grande fiammata contro una parete di roccia. La pietra diventò rossa e l’uomo sentì il calore sulla faccia. Poi, improvvisamente, il drago si voltò e tornò nel covelo. L’uomo corse a casa e non mise mai più piede in quel luogo dopo il tramonto.
Un altro aneddoto raccontava di alcuni uomini che, andando nei boschi, avevano trovato strane impronte sulla terra umida. Erano enormi. Non potevano appartenere né a un lupo, né a un orso, né a un altro animale conosciuto. Qualcuno disse: «Le orme del Basilisco!» Gli uomini seguirono le tracce fino a una parete rocciosa. Lì le impronte sparivano. Ma sulla pietra erano rimasti alcuni segni profondi, come se enormi artigli avessero graffiato la montagna. Naturalmente nessuno riuscì mai a spiegare da quale animale provenissero. E le nonne, quando raccontavano questa storia, concludevano sempre nello stesso modo: «Mi no so se l’era vera… ma le orme le gh’era!»
C’era poi chi sosteneva di aver visto, durante le notti più buie, una luce rossa muoversi tra le rocce. Da lontano sembrava un fuoco. Ma il fuoco, dicevano, non si muoveva così. La luce compariva, spariva e poi ricompariva più in alto, come se qualcosa stesse camminando lungo la montagna. Per alcuni era soltanto un riflesso della luna o un fuoco acceso dai pastori. Per altri, invece, era il Basilisco che usciva dal suo covelo. E quando qualcuno proponeva di andare a vedere da vicino, arrivava immediatamente la risposta: «Va là , va là … se te vòi véderlo, el Basilisco el te vede prima élo» Così nessuno partiva.
Forse il Basilisco non era soltanto un mostro. Per le persone di un tempo rappresentava anche il lato misterioso e imprevedibile della montagna. I coveli erano luoghi da rispettare, le rocce potevano essere pericolose e il bosco, soprattutto di notte, poteva nascondere insidie. Raccontare del Basilisco serviva ai bambini per insegnare loro una cosa semplice: non tutto ciò che esiste deve essere sfidato o conosciuto fino in fondo. La montagna aveva i suoi segreti. E alcuni, forse, era meglio lasciarli là dove erano stati trovati.
Ancora oggi, quando il vento passa tra le rocce e sembra di sentire un lungo respiro provenire dal buio di un covelo, qualcuno potrebbe sorridere e dire che è soltanto il vento. Ma le nonne di Lusern avrebbero probabilmente risposto: «Sì, sì… el vènt. E alor mi son la principéssa Sisi!»  Perché, in fondo, nelle vecchie leggende c’è sempre un piccolo dubbio che rimane. E forse, nelle profondità della montagna, il Basilisco dorme ancora.






