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Un Libro al Mese: Il tuo nome nel bosco – 2°

Due storie, tre donne, altre figure maschili e femminili a far loro da contorno, attraverso i momenti oscuri e le speranze del Secolo Breve, fra la Valle del Chiese, il Sudtirolo, l’Europa; sullo sfondo, il minuscolo paese di Bondone e i suoi boschi, neri non solo di carbone. Nel secondo stralcio prende vita la seconda storia: „Quell’alunna è intelligente, ha qualcosa in più degli altri, e il governo ha bisogno di future insegnanti per tenere alto il livello delle scuole del regime   ….  Un confine, in tempi di pace, può essere ponte e, in tempi di guerra, una lama che divide famiglie, spezza dialetti, impone bandiere.  E lei, capisce che in quel momento si trova dalla parte sbagliata.“ 

Particolare dalla copertina del libro - Elaborazione UT24

Lei, 1915 - 1926

Quando la zia Rica esclama: «È una femmina, è viva!», la nonna Viola si fa il segno della croce con le mani nodose e mormora: «Vedremo se dura». E insieme ai santi e alle Madonne, sfiora con gli occhi la foto di Cecco Beppe incorniciata da un rosario di legno dai grani piccoli e rotondi. La raccomanda anche a lui.  A Storo la guerra vive nascosta nei silenzi, nei muri crepati, nei nomi che non si dicono più.    La famiglia è modesta, con tanti figli e nessuna proprietà. Il pane si divide in silenzio, da mangiare ne hanno, e le scarpe si riparano finché tengono.   La bambina viene al mondo più piccola degli altri e, siccome non si sa se ci resta, mandano a chiamare il parroco e la battezzano subito …  . Le carte dicono che è Austria, ma la lingua, i canti, le preghiere, i proverbi arlano italiano. Le terre irredente, le chiamano, come se fossero in attesa di qualcosa. Ma chi ci vive non aspetta niente: semina, munge, taglia legna, cresce figli.  Dopo il 1920, Storo torna italiana, del tutto.

La bambina cresce e frequenta le scuole elementari, tra banchi consumati, calamai austeri e insegnanti rigide e inflessibili. Fin da subito impara la disciplina, l’amore per la patria, per il duce. Impara le regole e a tenere la schiena dritta e le parole in ordine.

Le femmine, appena finita la quinta, si ritirano, si dice che debbano imparare a cucire, a lavorare. I soldi scarseggiano, si contano le monete per il pane e lo studio è un privilegio raro.  La maestra Papaleoni, però, non permette che quell’alunna si fermi come le altre alla licenza elementare e va di persona a convincere suo padre a farla studiare. E così la sua pupilla frequenta anche le scuole medie  (…)  Durante l’estate del 1926, la maestra Papaleoni propone alla ragazzina delle lezioni di tedesco. Lo fa con discrezione, quasi fosse un segreto. «Ma ’sto tedesco… a co te serval pò?» le chiede lo zio. Lei alza le spalle, sorride. «Mi piace. È difficile, ma mi piace. È una lingua precisa. Mi fa pensare.»  «Pensare? E co ghet da pansar? Le cose si fanno, mica si pensano. Guarda me.» «Appunto» risponde lei, ridendo.

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Ha capito presto che vivere in una terra di confine, che è stata italiana, poi austroungarica, poi ancora italiana, significa imparare a muoversi tra mondi diversi. Significa costruire un ponte tra culture, tra modi di pensare e parlare che non si somigliano, ma che nel suo cuore possono trovare il modo di convivere.  Gli uomini nati qui prima del 1920 facevano il servizio militare sotto l’Austria e indossavano la divisa dei Kaiserjäger. Qui la storia non si studia, si respira in ogni casa e il confine qui non separa, racconta. 

 

Lei, gennaio - ottobre 1929

La ragazzina ha da poco compiuto quattordici anni e negli occhi porta una luce che colpisce chi la guarda. La maestra Papaleoni la osserva ogni giorno, quell’alunna è intelligente, ha qualcosa in più degli altri, e il governo ha bisogno di future insegnanti per tenere alto il livello delle scuole del regime … Va dal parroco, don Luigi, un uomo che conosce ogni anima e ogni pietra del paese. Gli racconta della ragazzina, del talento, della necessità. Lui ascolta, poi si alza e dice solo: «Lasci fare a me».  Una domenica, dopo la messa, il parroco chiama il padre della ragazza e gli dice di aver parlato con le suore di Trento, quelle del convento del Sacro Cuore. Hanno un posto per lei, non si paga nulla, solo un piccolo contributo per il vitto, che coprirà la parrocchia. «Un anno o due» dice don Luigi, «poi vediamo. Ma intanto, diamole la possibilità.»

(…)

L’autunno del 1929 sa già di inverno. Le foglie cadono lente tra le vallate strette, ma quel mondo di silenzi, pietre antiche e madri chine sui ferri da maglia, le scivola alle spalle, mentre si avvia verso la fermata con passi decisi e tremanti.  Porta con sé solo una valigia piccola, il coraggio cucito nelle tasche e un senso di nostalgia che per ora sente senza riconoscere  …  Arrivata in città, trova ad aspettarla un giovane di Bondone a cui don Luigi l’ha raccomandata, uno che studia in seminario. Va verso di lei a colpo sicuro, perché è l’unica ragazza che scende dalla corriera che arriva dalle Valli Giudicarie.  Si fermano davanti a un portone scuro. Lui le indica l’ingresso.“Se hai bisogno di qualcosa, al pomeriggio mi trovi alla biblioteca“

(…)

Le giornate in collegio scorrono lente, scandite da preghiere sussurrate, dallo scricchiolio delle scarpe lucide nei corridoi, dal fruscio delle voci che si spegne presto.  Trento, da pochi anni restituita all’Italia, vive sotto lo sguardo vigile dello Stato, che si è fatto sempre più presente con caserme, uffici prefettizi e i volti del duce che osservano dai manifesti sui muri scrostati. La città, un tempo mitteleuropea, si è piegata alle parate e ai proclami. Il regime ha piantato radici … Le giornate della giovane sono scandite dallo studio, dalla disciplina del collegio, dalle chiacchierate con il ragazzo che l’ha scortata dalla stazione, che la fanno sentire meno sola.

Lei, 1932 - 1934

La ragazza prende la strada verso Bolzano dopo tre anni di collegio: ordine delle sue professoresse, servono diplomande che sanno parlare il tedesco, finirà le superiori là. La città è più grande di Trento, più rumorosa, e soprattutto è tedesca in tutto, i mercati ribollono di voci che non sanno l’italiano, e l’aria ha il profumo misto della carne affumicata e speziata e del pane coi semi.  Lei, che il tedesco lo sapeva già leggere e scrivere, qui inizia a parlarlo davvero, perché è la lingua che si è sempre usata.

(…)

I due anni a Bolzano scorrono rapidi, intensi. Nel 1934, con il diploma appena ottenuto ancora fresco di stampa tra le mani, ottiene il suo primo incarico da insegnante presso il convitto delle suore di Mariengarten, ad Appiano, tra vigne ordinate e meleti gonfi di luce. La vita da insegnante è molto diversa da quella di studentessa: se prima si sentiva un’estranea tollerata dalle sue compagne, ora è una nemica.. L’Alto Adige le respira intorno con le sue montagne, ma anche con le sue ferite …  Ogni giorno entra in classe col registro stretto al petto, il viso composto, la voce tranquilla. Ma vive una guerra silenziosa.  Le ragazze del convitto, in uniforme inamidata, la osservano con occhi diffidenti. Due di loro, figlie del capofrazione, guidano il malumore, la sfidano con parole in tedesco, con sguardi troppo duri per la loro età.  Lei non risponde, non può. Gli ordini sono chiari: silenzio, compostezza, disciplina   Continua a sperare in un cambiamento, in un sorriso, in un cenno, in un saluto ma trova solo muri. E allora, dopo mesi, capisce che insegnare al convitto non significa solo trasmettere nozioni, ma restare salda in un luogo che la rifiuta, continuare a parlare e insegnare una lingua, l’italiano, che non vuole essere ascoltata. Sentirsi straniera in patria, ospite non invitata in un’aula che dovrebbe essere rifugio.  Eppure, ogni mattina, torna. Perché crede ancora che l’educazione sia un ponte, anche quando sembra un muro. Perché sa che sotto la rabbia c’è la paura. E sotto la paura, forse, un giorno, ci sarà ascolto.

Lei, novembre 1939

Da poco più di qualche mese, l’accordo tra Mussolini e Hitler ha aperto una frattura sottile e tagliente che attraversa case, famiglie, dialetti. Le persone hanno dovuto scegliere, «opzioni» le hanno chiamate. In estate l’Italia fascista e la Germania nazista hanno deciso il destino di chi abita queste valli, i sudtirolesi, gente di lingua tedesca che da secoli vive su questa terra. Hanno detto loro che possono «optare»: partire per il Reich e mantenere lingua, identità, tradizioni oppure restare in Italia e accettare l’italianizzazione forzata rinunciando al tedesco, e a una parte di sé. Nessuna delle due è una vera scelta.  Le famiglie si dividono. Alcuni preparano le valigie, altri stringono i denti. C’è chi parte con speranza e chi resta con rancore. Lei sente tutto questo nell’aria  …  Mai come in quel momento la maestra realizza che un confine, in tempi di pace, può essere ponte e, in tempi di guerra, una lama che divide famiglie, spezza dialetti, impone bandiere.  E lei, in quel convento, cerca di insegnare qualcosa che vada oltre la propaganda, qualcosa che costruisca ponti, non muri. Ma capisce anche che in quel momento si trova dalla parte sbagliata.

Francesca Maccani, trentina di origine e palermitana d’adozione, ha il cuore diviso fra questi due mondi, così diversi al primo sguardo, ma anche con tanti aspetti in comune: il legame forte con la famiglia, con la terra, con la storia. In questo libro (il suo terzo romanzo, dopo „Le donne dell’Acquasanta“ e „Agata del vento“, ambientati in Sicilia) ha seguito il filo che la lega alla Valle del Chiese, al piccolo paese di Bondone in particolare.

Francesca Maccani ama la Storia, ma anche e soprattutto le piccole storie (a noi è piaciuta proprio per questo), quelle individuali, di famiglia, di comunità, che tutte assieme raccontano le grandi vicende dell’umanità. . Ne „Il tuo nome nel bosco“ ci accompagna dentro a due vicende distanti nel tempo una dall’altra, e che sembrano  avere  ben poco  in comune: storie di donne –  ma anche di uomini –  che attraversano il Secolo Breve con le sue tragedie e ne vengono ferite, ma non travolte. Solo nelle ultime pagine scopriamo che le due storie sono strettamente legate fra loro, ben oltre le strade strette fra le case in pietra e i boschi impervi e scuri poco sopra il paese di Bondone.

„Il tuo nome nel bosco“, edito da Rizzoli e pubblicato nella primavera di quest’anno, si trova nelle librerie (in particolare segnaliamo quella piccola ma preziosa di Barbara e Ilaria a Condino) oppure online.

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