Un libro al mese: Abschnitt Adamello – 3°

La conquista italiana del Corno di Cavento fu uno dei principali eventi della guerra in Adamello. Di questa battaglia è stato scritto molto e con dovizia di particolari. Per l’esercito austro-ungarico, il Corno di Cavento rappresentava un avamposto di notevole importanza tattica in quanto consentiva l’osservazione dei movimenti sulla vedretta della Lobbia e di Lares oltre che nell’area di monte Fumo fungendo, inoltre, da naturale sbarramento contro le avanzate nemiche.
Alla vigilia dell’attacco italiano, gli apprestamenti difensivi sulla vetta del Cavento, erano stati molto migliorati. Rispetto alla disposizione del 6 aprile 1917 che prevedeva le postazioni in caverna per mitragliatrice e la postazione per un pezzo di artiglieria addossati alla parete rocciosa, fu ampliata la caverna di vetta dove venne collocato un cannone, affiancato da un nuovo pezzo in barbetta; inoltre fu allestita una piazzola per un eventuale ulteriore pezzo. Tra le postazioni di vetta e l’ingresso del tunnel verso il Folletto furono realizzati nuovi trinceramenti scavati nella neve; da questo tunnel fu poi scavata una diramazione per collegare direttamente gli avamposti nr. 2 e nr. 3. Infine, vennero aggiunti nidi di mitragliatrice e prevista la stesura di una seconda linea di reticolati alle spalle degli avamposti 1, 2 e 3 a protezione delle opere difensive sommitali.
(…)
Alle 4.30 del mattino del 15 giugno 1917, un colpo del 149 di Cresta Croce diede il segnale d’attacco per le artiglierie piazzate a semicerchio attorno al Cavento, le quali batterono la cima scaricandovi 5600 granate e shrapnels del peso complessivo di 1500 quintali .
Alle 9.30, circa milleduecento alpini – suddivisi in otto schiere – si lanciarono all’assalto del Cavento con l’obiettivo di sfondare e distruggere la linea difensiva austro-ungarica sulla vedretta di Lares e di attaccare frontalmente e sui due lati il Corno di Cavento .
Le truppe dell’esercito italiano impegnate nell’azione furono: il reparto composto da venti allievi ufficiali e dai volontari del battaglione Monte Mandrone; le compagnie sciatori nr. 1, 2, 9, e 10; il battaglione Val Baltea (con la 241. e 242. compagnia) e la pattuglia della 241. compagnia. Come riserva la 280. compagnia del battaglione Val Baltea, la 3. compagnia volontari alpini e quattro compagnie di marcia.
Il contingente di artiglieria consisteva in trentadue pezzi appartenenti al 27. reggimento di artiglieria da campagna, dislocati a Cresta della Croce con quattro cannoni da 75/72 e il cannone da 149G; alla Lobbia di Mezzo con due cannoni da 75/906; al Crozzon di Lares con otto mortai da 149 e quattro pezzi da 70M; a punta dell’Orco con quattro cannoni da 75/A; al Crozzon di Folgorida con due cannoni da 76/S; al passo del Diavolo con due cannoni da 76/S; al passo delle Porta con due cannoni da 75/906, ed – infine – con tre pezzi a monte Fumo.
Poco dopo mezzogiorno gli italiani conquistano la vetta del Cavento .
Il bollettino del Comando Supremo dell’esercito italiano del 16 giugno 1917 segnalò che dal Corno di Cavento vennero recuperati due cannoni da 7,5 cm, una bombarda, quattro mitragliatrici, depositi di viveri e munizioni. Le perdite italiane si accertarono in otto morti, una decina di dispersi e centoundici feriti .
Così, il comandante del settore Adamello von Lorx descrisse la perdita del Corno di Cavento:
«Situazione generale prima dell’attacco: il nemico occupava un eccellente punto di osservazione sul Crozzon di Lares, dal quale godeva di una vista privilegiata su gran parte del settore Adamello, permettendogli non solo una esatta osservazione della vedretta di Lares, ma anche la vista delle nostre postazioni nelle zone più importanti e dietro di esse. Un fondamentale completamento di questi splendidi punti di osservazione era costituito dal Crozzon del Diavolo, da dove potevano essere del tutto controllate le poche zone morte della vedretta di Lares, e della val Genova in direzione del Crozzon di Lares. Un’importanza simile, per noi, la rivestiva il Corno di Cavento. Dal Corno di Cavento si poteva osservare non solo la vedretta di Lares, ma anche la parte sud della vedretta della Lobbia. Il Corno di Cavento rendeva perciò possibile la visione dietro la fronte principale del nemico e permetteva un controllo dei movimenti tra i suoi centri di approvvigionamento (passo della Lobbia) e le postazioni di combattimento. Durante la notte del 15 giugno venne sostituita la guarnigione di fanteria dell’avamposto del Corno di Cavento e tutta la sezione 9. Al posto della 1/LstIBaon 166 giunse la 1 StrfKomp/TKJR che era già stata in linea dal 15 febbraio al 15 aprile 1917. Dopo questo cambio, che terminò circa alle 2 del pomeriggio, al Corno di Cavento si trovavano:
- il comandante di compagnia Oberleutnant von Hecht come comandante del settore 9 e dell’avamposto;
- Leutnant Kazda in qualità di ufficiale assegnato;
- Fähnrich Grengg come comandante del plotone mitragliatrici con una mitragliatrice (cinque uomini), cinquantuno Jäger (compreso il personale della sezione telefonica, il personale sanitario e il personale di servizio) della 1 Str. Komp/TKJR.
- due mitragliatrici (nove uomini) del MgAbtlg/LstIBaon 166;
- sedici uomini della SB 2/4;
- Leutnant Köhler con tredici uomini e due cannoni da montagna da 7,5 cm M15 della batteria 1/202;
- quattro uomini come personale di servizio degli apparati di combattimento speciali (un lanciamine; un lanciagranate; un riflettore).
Totale: quattro ufficiali e novantotto uomini.
Descrizione degli avvenimenti: verso le 5 del mattino venne messo in atto un impetuoso e improvviso fuoco di artiglieria nemica, rivolto verso le postazioni in ghiacciaio e, soprattutto, verso il Corno di Cavento. Nessuno pensava ad un attacco imminente e così forte del nemico, tanto che non si ebbe nessun preavviso. Tutti erano convinti che fosse nuovamente fuoco di rappresaglia per le sensibili perdite che il nemico aveva subito nell’ultimo attacco dal Corno di Cavento. In primo luogo, il fuoco di artiglieria che successivamente sarebbe diventato insostenibile, non allarmò nessuno; perché il fuoco di rappresaglia del nemico – sebbene frequente e furioso- era risultato quasi sempre inefficace. Gradualmente, tuttavia, il fuoco nemico aumentò fino a diventare tambureggiante; divenne subito chiaro che il nemico aveva più cannoni di quanti finora ne avessimo constatati, ovvero, anche quelli di medio calibro. La zona delle postazioni in ghiacciaio e, quindi, anche il Corno di Cavento, venne bombardata non solo dalla direzione nord, ma anche da nord-ovest ed ovest. Presto fu evidente che l’artiglieria nemica al Dosson di Genova era stata rinforzata e che il nemico aveva portato anche al passo della Porta almeno un cannone di medio calibro e nei pressi della Lobbia Alta almeno due cannoni. Mentre il fuoco di artiglieria nemico rimaneva oltremodo violento, in gran parte delle postazioni in ghiacciaio si riscontravano solamente modesti danni. Era sul Corno di Cavento, dove il fuoco era gradualmente aumentato fino a divenire tambureggiante, in contrasto con quanto insegnato finora dall’esperienze, che si ebbero gli effetti più devastanti. Uno dei primi colpi di granata distrusse il cannone da montagna che si trovava nella postazione superiore e presto vennero bombardate da due parti le caverne, dove il granito (tonalite) si dimostrò in gran parte fragile. Questo mise fuori combattimento una parte degli artiglieri e metà degli zappatori. La baracca di osservazione dell’artiglieria nei pressi della cima e altre due baracche, vennero distrutte; i capisaldi avanzati livellati al terreno, mentre le entrate ai tunnel di neve vennero colmate. Attorno alle 10 del mattino, sui passi di Cavento e Lares e nel gruppo del Diavolo, comparvero reparti sciatori (tutti vestiti di bianco, non solo l’uniforme, ma anche l’elmetto, il fucile e l’equipaggiamento) che si muovevano schierati a ventaglio coprendo tutta la porzione superiore del ghiacciaio. Una folta pattuglia, dal passo di Cavento e dal passo di Lares, cominciò ad avvicinarsi lungo le creste che conducevano al Corno di Cavento e ad est del pendio verso il Corno di Cavento, senza che il fuoco di sbarramento della nostra artiglieria riuscisse a contrastare o rallentare questa salita. Ma anche in direzione ovest e sud ovest, grandi forze nemiche si avvicinavano in direzione della vetta. Queste forze apparvero già nella notte al piede ovest del Corno e si erano avvicinate strisciando verso i canaloni ad occidente. Appariva che ci si fosse accorti troppo tardi non solo dello spostamento, ma anche della salita di queste truppe. Verso le 10 del mattino, il caposaldo avanzato, verso il quale era concentrata la maggior parte del fuoco di artiglieria, dovette ripiegare, perché i reparti nemici erano già vicinissimi. In seguito al messaggio in cui veniva comunicato che il comandate del caposaldo avanzato era stato gravemente ferito da una granata nemica, l’Oberleutnant von Hecht venne informato dell’avvicinamento del nemico. Hecht aveva occupato la vetta e la cresta sommitale con sedici uomini: la parte principale della sua forza era schierata nella postazione sulla parete orientale, con una mitragliatrice sul fianco sinistro e due mitragliatrici sul fianco destro, e gli zappatori come riserva nelle caverne. Quando la fanteria nemica cominciò la salita alla cima, la guarnigione era pronta alla difesa. Il cannone rimasto intatto, diresse ininterrottamente il fuoco verso nord-est sulle forze nemiche in salita. La mitragliatrice colpiva con successo le colonne lungo la cresta e i reparti che da nord-est avanzavano attraversando il ghiacciaio. Il fuoco dell’artiglieria nemica allo stesso modo non calava d’intensità, con precisione piazzava le granate sulla cima del Corno di Cavento e l’osservazione era complicata a causa delle nuvole. L’Oberleutnant von Hecht, il valoroso comandante dell’avamposto, si trattenne nella postazione di osservazione e una scheggia di granata gli frantumò la testa. Il comando passò al Leutnant Kazda. La guarnigione non riuscì a respingere la salita nemica. Alle 11.05 del mattino il Leutnant Kazda diede l’ordine di ritirata attraverso il tunnel. In tutto erano presenti quarantacinque uomini illesi (ventinove Jäger della Streifkompagnie) che ripiegarono al Folletto. In precedenza erano già stati evacuati dal Cavento quaranta uomini, in parte feriti (la maggior parte da schegge di roccia), tra cui gli addetti al trasporto dei feriti gravi. Venne portata con loro una mitragliatrice che venne posizionata vicino all’uscita della caverna per sparare sulla truppa che era impegnata nel combattimento esterno. L’ultimo uomo, dopo aver reso inutilizzabile la mitragliatrice, si ritirò anch’egli al Folletto. La terza mitragliatrice era già stata distrutta da tempo dal fuoco dell’artiglieria. Anche il Leutnant Köhler non poteva più fare nulla poiché il suo unico cannone era stato colpito. Come riserva era schierata metà della 4/LstIBaon 166 ai Pozzoni; l’altra metà della 4/LstIBaon 166 all’Handelhütte. La 1. StrfKomp/TKJR era ancora in marcia verso il rifugio Carè Alto. La mezza compagnia che si trovava ai Pozzoni venne inviata al Folletto e la mezza compagnia dell’Handelhütte a sua volta verso i Pozzoni. Alle 11 del mattino, circa venti uomini della compagnia Pozzoni andarono nel tunnel portando munizioni verso il Folletto. Il resto, sotto il comando del Leutnant Tusar, mosse verso il ghiacciaio, arrivando nelle prime ore del pomeriggio nei pressi del Folletto. Impiegò così tanto poiché a circa cento passi dietro la linea di combattimento, passò tra due zone di fuoco di sbarramento nemico e il comandante pensò quindi di nascondersi, affossandosi nella neve. Verso mezzogiorno, gli italiani (forti di non meno di tre compagnie) formarono una linea sul ghiacciaio che si attestò a circa 800-1200 passi di fronte ai nostri avamposti, in parallelo alle nostre postazioni di combattimento. Su questa linea, a forma di arco, il nemico iniziò a sistemare le lamiere ondulate a protezione del terreno e si trincerò nella neve. Lungo questo terreno, le truppe d’assalto erano più strettamente ammassate e perciò, si cercò di disperderle. Verso le 3 del pomeriggio, nuclei nemici isolati, in ordine sparso, tornarono al passo del Diavolo, a piedi e sugli sci. Gradualmente, questo movimento di ritorno divenne frequente e, nel corso della notte, il nemico – ad esclusione del Corno di Cavento – abbandonò completamente la vedretta di Lares e si riportò nuovamente alle sue postazioni.
Venne appurato che, ad eccezione del fuoco di mitragliatrice del Corno di Cavento, il fuoco di mitragliatrice dal fianco destro dell’avamposto della sezione 8 (quota 2829 m), così come dell’avamposto Folletto, fu molto efficace.
Perdite austroungariche: cinque morti, quattordici feriti e dodici dispersi al Corno di Cavento. Nelle altre sezioni del sottosettore: quattro morti e dodici feriti. In totale nove morti, ventisei feriti e dodici dispersi (dei quali la maggior parte morta o ferita). Indubbiamente, la caduta del Corno di Cavento significò, per il settore Adamello, una grave perdita e uno smacco. Questa, subito determinò una situazione di grave pericolo per il sottosettore Carè Alto, perché un successivo attacco delle forze italiane avrebbe messo a serio repentaglio il fianco sinistro delle postazioni del ghiacciaio (Folletto) divenuto, ormai, esposto. Con la caduta del Corno di Cavento, apparve certo come la forza offensiva del nemico avesse raggiunto il suo massimo grado. In generale, la caduta del Corno di Cavento non ebbe invece alcun riflesso. Pochi giorni dopo vennero presi tutti i provvedimenti, grazie ad un energico sforzo comune, per stabilizzare nuovamente il vacillante equilibrio locale. Se la conquista del Corno di Cavento regalò agli italiani una posizione notevolmente vantaggiosa nella zona del Carè Alto, questa non determinò conseguenze sull’assetto generale del settore Adamello per il quale si attendeva con fiducia lo sviluppo degli avvenimenti futuri» .
(…)
Dalle comunicazioni telefoniche dei portatori che operarono nella zona del Cavento è possibile ottenere un ulteriore chiarimento su quanto accadde il 15 giugno del 1917:
«1) osservazioni effettuate dal Folletto. La zona a sud delle baracche (punto di osservazione del Comando) controllava gli spostamenti dalla val di Fumo in direzione sud. A causa dell’avvicinamento degli italiani sopra il passo del Diavolo, venne allestita, tra le 10 e le 10.30 del mattino, una doppia postazione presso la trincea nord (ala sinistra) sulla cresta: una rivolta a ovest verso la val di Fumo, e l’altra sopra l’avamposto [austro-ungarico, ndr] in ghiacciaio. La vista verso nord era ostacolata da una cresta rocciosa, di conseguenza, il Cavento non era facilmente visibile. Dal Fähnrich Bennen non fu inviato alcuno ordine per predisporre il collegamento con il Cavento, anche a causa delle sfavorevoli condizioni atmosferiche. Si era perciò convinti di non poter effettuare alcuna osservazione dei movimenti nemici e di non poter valutare la situazione.
2) esito degli accertamenti in seguito all’occupazione della vetta. Tra gli uomini impiegati ne mancavano undici: un morto, quattro feriti (in ospedale), quattro in licenza, un disperso, uno in riabilitazione a Spiazzo:
- Unterjäger Kolb Kaspar, che era già stato una volta alle postazioni del Cavento. Inizialmente, si trovava sul fianco sinistro della postazione di osservazione di fanteria, comandata dall’Oberleutnant von Hecht, battuta dal fuoco dei nemici che stavano avanzando lungo il canalone. Dopo la morte dell’Oberleutnant von Hecht, Kolb si occupò, con due uomini, del rinforzo dei ricoveri in trincea lungo la parete nord-est. Gli italiani, verso le 11 del mattino, penetrarono nella caverna e, successivamente, nel punto di osservazione della fanteria. Kolb e i suoi commilitoni avevano solo due granate a mano che perciò vennero ben presto esaurite, replicando al fuoco dei fucili nemici proveniente da destra. Non riuscendo a tornare nei ricoveri in trincea, si rifugiarono nel tunnel;
- Jäger Garber Franz: inizialmente al caposaldo con lo Zusgfuhrer Renzl, poi nel ricovero in trincea sul Cavento e, infine, nella postazione di cresta con l’Unterjäger Kolb;
- Jäger Fritz venne mandato con il compito di rafforzare il ricovero della trincea, raggiungendo gli Jäger Garber e Scherzer. Per il resto, le informazioni sono le stesse di Kolb;
- Jäger Scherzer Peter: era stato destinato prima al caposaldo, poi nella trincea e quindi alla postazione di cresta. Per il resto, le informazioni sono le stesse di Garber;
- Jäger Zangerle Josef: inizialmente con l’Oberleutnant Hecht, al mattino venne mandato verso il Folletto; ritornò indietro circa alle 9 del mattino con due casse di munizioni per mitragliatrice e poi venne assegnato al gruppo Kolb per l’occupazione della cresta. Come menzionato prima, il gruppo aveva anche due granate a mano che utilizzò alla sua destra contro gli italiani che li stavano inseguendo;
- Jäger Pirkner Egidius: in un primo momento era nel ricovero della trincea. Alle 8 del mattino, pervenne dall’Oberleutnant von Hecht l’ordine di portare le granate a mano dalla cresta alla postazione di osservazione. Von Hecht aveva ammassato tutte le granate a mano (si suppone oltre cento) nella parte sinistra dell’ex caposaldo e da lì le lanciò contro il nemico in avvicinamento gridando: “Non fate salire nessuna di queste canaglie”. Hecht si portava continuamente avanti e indietro lungo la cresta per osservare lo svolgimento delle azioni. Quasi subito si mise in contatto telefonico con Leutnant Kazda e da quel momento non vennero più resi noti suoi ordini. La ritirata viene descritta come prima;
- Jäger Penz Robert: in un primo momento si trovava nelle trincee in neve, poi – come ordinato -, trasportò le granate a mano al punto di osservazione di von Hecht e quelle per il Leutnant Kazda; successivamente venne mandato a rinforzare le linee telefoniche. Terminato l’incarico, ritornò al ricovero in trincea. Non prestò attività alcuna sulle creste;
Jäger Hofer Eduard: dapprima in trincea, successivamente gli venne ordinato di recarsi nelle postazioni di cresta. Con altri commilitoni, non poté assolvere a questo compito poiché gli italiani erano già sopra di loro (circa alle 11.30 del mattino). Ricorda come molti soldati riportarono le parole del Leuntnant Köhler nel momento in cui gli italiani stavano avanzando verso di lui nella caverna: ”Jäger, gettate le armi, il nemico ci ha preso”. Quest’ordine può essere interpretato solo nella volontà dell’ufficiale di salvare la vita dei militari, riconoscendo la criticità della situazione“
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Il 16 giugno, dopo la caduta del Corno di Cavento, il comandante von Lorx effettuò un’ispezione del sottosettore. Così scrisse nella sua relazione:
«Oggi, con il mio stato ufficiali, ho condotto un’attenta ricognizione alle postazioni del ghiacciaio ed esprimo il seguente giudizio sulla base dell’articolata situazione riscontrata a seguito dell’inaspettata perdita del Corno di Cavento. La situazione del sottosettore Carè Alto, nell’ambito del settore, è notevolmente peggiorata. La linea difensiva sul ghiacciaio è stata indebolita. Soltanto il Corno di Cavento costituiva un avamposto particolarmente forte (anche se molto esposto). Il Folletto è per natura adatto come avamposto di ala e non può, in poco tempo, essere adattato anche come avamposto più strutturato. La zona tra i Pozzoni e il Folletto venne interamente esaminata, tranne la zona Corno di Cavento-Crozzon di Lares, e si stabilì che il collegamento avvenisse solo attraverso il tunnel nel ghiaccio»[1].
Il Comando del Rayon Südtirol impartì, quindi, le nuove direttive al Comando del settore per l’ambito Adamello:
«Da parte del Comando dell’11. Armata mi venne comunicato a voce il seguente ordine:
In assenza di personale a disposizione tra le riserve dell’Armata, tutte le azioni di attacco, nell’ambito dell’Adamello, sono provvisoriamente sospese. Perciò, i compiti per il tempo a venire saranno: il più tenace mantenimento dell’attuale linea di resistenza principale (crinale del Tamalè – crinale Ospedale – monte Coel -monte Folletto – monte Carè Alto)[1] e il mantenimento della linea dei capisaldi.
In relazione alle indicazioni pervenute dal Comando d’Armata ordino perciò:
1) Sono da iniziare immediatamente le operazioni di occupazione delle postazioni avanzate;
2) Le postazioni avanzate realizzate finora, devono essere occupate (in tutto – al massimo – da due compagnie) mediante una linea leggera di capisaldi. In caso di grave attacco, la guarnigione deve far ritorno nella linea di resistenza principale.
3) La linea di resistenza principale deve essere occupata immediatamente, con forze adeguate (con una più accurata protezione delle unità di pionieri e zappatori) e resa il più possibile continua.
Una seconda linea deve essere realizzata in ghiacciaio (Carè Alto – le sue creste orientali – poi al di là verso Pozzoni – monte Coel)
Già dal 17 giugno 1917 vennero messi in atto gli accorgimenti richiesti dal Comando del Rayon Südtirol nel sottosettore Carè Alto, a partire dal cambio del comandante che divenne l’Oberstleutnant von Schönner al posto dell’Hauptmann Graf Enzenberg La batteria nr. 20 (Coel) venne potenziata con un reparto mitragliatici della compagnia ciclisti nr. 11. A presidio della batteria nr. 12 dei Pozzoni, vennero assegnati un reparto mitragliatrici della compagnia ciclisti nr. 20, tre quarti della 1. compagnia del 166 Lst e il resto della 1. compagnia d’assalto dei TKJ. Al rifugio Carè Alto si trovava il comando del gruppo, con metà della 14. compagnia di marcia del 163 Lst, metà della 15. compagnia di marcia del 166 Lst e le compagnie ciclisti 11 e 20 con due reparti mitragliatrici Honved, un reparto mitragliatrici della compagnia ciclisti nr. 24 e un reparto mitragliatrici della compagnia ciclisti nr. 29. Alla Bocchetta di Niscli, la batteria nr.7 con due cannoni della mezza 1. batteria cannoni del 2. reggimento di artiglieria da montagna e sedici uomini al sul monte Carè Alto. Sul monte Folletto la 4. compagnia del 166 Lst con tre plotoni. La postazione più avanzata a nord del monte Folletto, a quota 3304 m, era munita di un’ulteriore mitragliatrice.
ìIl 20 giugno 1917, la capacità di resistenza del sottosettore Carè Alto venne ulteriormente potenziata con l’aggiunta di altri due cannoni alla batteria nr. 12 dei Pozzoni che passò a quattro bocche da fuoco, e il miglioramento delle postazioni sulla cresta morenica a ovest del lago della Busa del Mort
Il libro di Tommaso Mariotti e Rudy Cozzini è destinato a tutti gli studiosi del conflitto in montagna, ma particolarmente alle comunità del versante trentino dell’Adamello: non pochi dei nostri avi militarono nelle unità comandate dagli ufficiali, i cui nomi affiorano nelle pagine di questo copioso volume. Un legame, quello con l’Impero asburgico scomparso al termine del conflitto, che rimane fortemente sentito nelle vallate della nostra Terra, che ci lega a comunità con le quali abbiamo condiviso secoli di storia. Un legame che oggi si ripropone, nell’Europa dei popoli tra loro affratellati.
„Abschnitt Adamello“ è disponibile presso la sede e gli uffici del Parco Naturale Adamello Brenta, che ne è l’editore. Gli stralci pubblicati da UT24 nella rubrica Un libro al mese sono soggetti a copyright: è vietata la riproduzione anche parziale dei testi e delle illustrazioni, nonchè la memorizzazione in qualsiasi forma, senza autorizzazione scritta del Parco naturale Adamello Brenta.






