1525-2025: cinquecento anni fa le rivolte contadine (26)

L’Archivio della storiografia trentina offre una interessante documentazione di Salvatore Piatti: L’insurrezione contadina del 1525 nel perginese. Una guerra che coinvolge insorti tirolesi, i quali danno vita ad una sorta di costituzione ante litteram, gli “Articoli di Meran “, diffusi in tedesco e in italiano, una carta di grande tensione democratica, con affermazioni anticipatrici di autonomismo. L’espressione tradizionale di guerra rustica per indicare l’insurrezione dei contadini avvenuta nel 1525 nel Trentino può essere fuorviante in quanto si trattò di una ribellione breve e disorganica. La guerra è guidata da un capo o da un comando militare unificato, è un’azione o un complesso di azioni organizzate ed è combattuta da uomini armati. Ma l’insurrezione, o ribellione, del 1525 nel Trentino non aveva un capo riconosciuto, non ebbe mai una vera organizzazione e gli uomini che vi parteciparono erano armati solo in via eccezionale; la quasi totalità dei partecipanti avevano quelle armi che oggi si direbbero improprie. Gli storici tradizionali di Pergine e del Perginese o non hanno parlato o ne hanno parlato solo sbrigativamente e non sempre con esattezza.
Astutamente Ferdinando concesse quei piccoli mutamenti necessari perché sostanzialmente tutto restasse come prima. Così i privilegi e le ingiustizie continuarono nonostante le promesse. La situazione politica a Pergine nel 1525: le divisioni fino al 1525 non erano certamente mancate, ma erano avvenute tra comunità e comunità, mai tra contadini da una parte e commercianti e artigiani dall’altra. Anzi prima del 1525 non troviamo nessun indizio di fratture di questo tipo. Tutti lavoravano, commerciavano e avevano relazioni sociali e religiose senza quell’ostilità scoppiata nella primavera-estate del 1525. Fu durante il periodo dell’insurrezione che nacquero e si svilupparono nel Perginese tre correnti politiche che nei giorni cruciali d’agosto giocarono un ruolo assai diverso: una corrente rivoluzionaria sì, ma realistica, che non si spingeva oltre un rischio ben calcolato di opposizione ed aveva il suo capo in Francesco Piloni.
Ad essa aderivano anche i canopi per la fiducia che avevano in lui; una corrente rivoluzionaria radicale che sarebbe stata disposta a tutto distruggere per ricostruire poi una comunità in cui i capi fossero contadini e che aveva nei fratelli Federici di Roncogno, soprattutto in Salvatore e Nicola, i «leaders» più seguiti quando il Cleser prudentemente si mise da parte.
Ad essa aderiva emotivamente la maggior parte dei contadini delle gastaldie esteriori; una corrente che oggi si direbbe conservatrice, la quale non vedeva la necessità di cambiamenti radicali ed era attaccata agli Statuti perginesi e alle proprie tradizioni ed aveva nel gastaldo del borgo Giovanni Spizer e nel regolano Giovanni Crivelli le sue guide naturali e istituzionali. Era la corrente della maggioranza dei perginesi del borgo, i quali avversavano il movimento contadino anche per quella diffidenza che esisteva da tempo fra loro e le gastaldie esteriori. (continua)






