Trento: viaggio al termine della storia

C’era un tempo in cui la città respirava lentamente, ma con sicurezza. Le sue mura antiche, levigate dai secoli, non erano solo pietra: custodivano memorie, battaglie, mercati affollati e promesse sussurrate tra vicoli stretti. Ogni angolo sembrava avere una voce, e ogni voce raccontava una continuità che pareva eterna. Poi qualcosa ha iniziato a incrinarsi — non all’improvviso, ma come un filo che si consuma senza farsi notare. Le botteghe storiche hanno abbassato le serrande una dopo l’altra. Dove una volta c’erano artigiani, botteghe che evocavano sentimenti popolari, il passaparola di tradizioni e memoria… ora si trovano vetrine vuote, mura scolorite, residui di baldorie, opache scie di urina di cani e persone. Le piazze, un tempo cuore pulsante della vita cittadina, si sono fatte più silenziose: le conversazioni si sono diradate, sostituite dal rumore sporadico di un’auto che passa senza fermarsi a pochi metri delle strisce pedonali rischiando un tragico impatto. Molti giovani hanno iniziato ad andarsene, portando con sé non solo le loro ambizioni, ma anche l’energia che teneva viva la città . In cambio, sono arrivati gli studenti fuori sede adatti al conseguimento di una laurea per poi tornarsene nelle loro dimore regionali.  Sono rimasti i volti sempre più segnati dal tempo, abitudini immutate, e una certa rassegnazione che si insinua nei gesti quotidiani.
Perfino le feste tradizionali perdono lentamente significato, trasformandosi in rituali ripetuti più per inerzia che per convinzione. Le pietre, però, restano. E proprio in questo sta il paradosso più amaro: la città continua a esistere, ma sempre più come testimonianza di ciò che è stata, piuttosto che come luogo vivo. I monumenti vengono restaurati a tratti, come per salvare almeno l’apparenza della grandezza passata, mentre tutto intorno si sfalda in modo meno visibile ma più profondo. Pusher, drogati, perdigiorno, ladri… una giostra di nullafacenti gironzolano indisturbati con la complicità di chi li accarezza evocando tolleranza e comprensione. L’ideologia e la demagogia hanno preso il posto del buon senso. Prevalgono sopportazione e rassegnazione, spiccano accettazione e adattamento, primeggia il tran-tran silenzioso con la speranza di non essere assaliti e di non tornare a casa vedendola svaligiata. Sembra una esagerazione ma Trento è sul sunset boulevard, nel cul de sac che solo i cittadini onesti e privi di ideologie malsane potrebbero salvare.
Il tempo, qui, non scorre più: ristagna. E nella quiete sospesa delle sue strade si avverte una malinconia sottile, come se la città stessa fosse consapevole del proprio lento dissolversi — non in rovina spettacolare, ma in una lunga, silenziosa dimenticanza. Abbiamo conosciuto la luce. Non una luce qualunque, ma quella che nasce dalla grandezza condivisa, dall’ingegno, dal coraggio, dalla fiducia reciproca. Abbiamo costruito, creato, sognato — e per un tempo che sembrava infinito siamo stati esempio, forza, promessa. Poi è arrivato il silenzio. Non un crollo improvviso, ma un lento smarrirsi. Abbiamo dimenticato chi eravamo. Abbiamo abbassato lo sguardo, lasciato che il dubbio prendesse il posto della visione, che la paura soffocasse l’ambizione. Eravamo Tirolo. Ci siamo risvegliati in un mondo che non ci appartiene.
Il Tirolo vive ancora, nascosto sotto la polvere del tempo, nelle nostre mani, nella nostra memoria, nella nostra capacità di rialzarci. Non siamo destinati al declino. Non lo siamo mai stati. Ogni epoca conosce la sua notte — ma ogni notte porta con sé l’alba. E questa alba non verrà da fuori: nascerà da noi. Dalla scelta di ricordare, di credere di nuovo, di ricostruire non solo ciò che è andato perduto, ma qualcosa di ancora più grande, più consapevole, più forte. Dovén vegnirghen fòra, desmentegar le schiramèle dé chi che né ha conzadi come sén adèss e dé chi che ha schincherlà la zità … tóca desmisiarse dal bòn. (Flavio Pedrotti Moser)






