Dame damént (11)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Le parole talvolta riaffiorano nei ricordi… e sono proprio loro, i flashback, la Heimat che spesso li riporta a galla e pensandoci bene, i pensieri, soprattutto le rievocazioni del passato, mentalmente si rivelano sempre nella parlata familiare… parole che talvolta sembrano scomparse o usate poco… Vale la pena riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Immaginiamo per un attimo di essere in un luogo che ci è caro… guardiamoci intorno… dove siamo… cosa vediamo…
Basta pòc per mesedà r i ricordi… Na macanicola blocà da, fili dé paia entortoladi, sitèle dé légn pozà de ala carlona e méβe lì no sé βa a far còssa, ordegni a botafà s… pu che en portech pareria na téza serà da su da ‘n pèz, pien pienent da no poder gnanca narghe a le bele… Basta poco per ricordare… un freno del carro bloccato, fili di paglia attorcigliati, pezzi di legno appoggiati malamente e lasciati lì non si sa per cosa, arnesi alla rinfusa… più che un portico sembra una soffitta chiusa da tempo, così piena da non poter entrare… butà dént tut a mesedòn, anca la lata per bà ter le nóss… ma gala propi da star lì? No lè mistéri fati bèn stì chi, stà cà no l’è miga ‘n talambà r! Mé dispiass véder tu stò rebaltón anca se mi no ghe ‘n nmpòdo Ogni cosa riposta confusamente, anche la pertica per battere le noci, ad esempio, ma sarà il suo posto, questo? Non sono cose da fare, queste, questa casa non è una catapecchia o un ripostiglio! A me spiace vedere questo disordine, anche se non ho nessuna responsabilità … a star ‘n mèz al pòrtech vèn zó ‘n rèfol de quei staifi elór bòn, mé digo, péβego e vao su a cà … ecco che a rimanere in mezzo al portico si è investiti da una folta di vento… meglio muoversi, penso, e vado in casa…
Des’ciavo el marlos e vago dent’oltra. Tut strof, a palpon empizo la luce… son arivà giust al vers, en bao dreo a l’altro che i core come biserdole… apro il lucchetto ed entro… Tutto buio, a tentoni accendo la luce e sono arrivato proprio al momento giusto: scarafaggi uno dietro l’altro che corrono come lucertelole…
…la cà la sténega dé gnao, ghè en tuf che el fa vignìr stornisie! E βa ghé fala po na minaròla en mèz al coridór, dio sol lo sa. La casa puzza, c’è un tanfo che stordisce. e che ci fa questo arnese per seccare la frutta in mezzo al corridoio? Lo sa solo dio… E la baréta co la mazòcola pozà da sul tacapani la fal sol rider… e na pianta cotarada che no se capiss cossa che l’è… ma no sbazilo e vago en cosìna… e il berretto con il fiocco appeso sull’appendiabiti fa solo ridere… e una pianta appassita che non si capisce cosa sia… comunque non me la prendo e vado in cucina… (continua)
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