Dame damént (10)

I dialetti hanno sempre opposto resistenza all’affermazione della lingua unica e in moltissimi casi restano preferibili alla lingua ufficiale soprattutto nei contesti di scambio domestico e popolare, quelli cioè meno formali, più familiari, caratterizzati da più emozioni, da maggiori coloriture espressive, agganciati maggiormente alla realtà di vita locale. Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Le parole talvolta riaffiorano nei ricordi… e sono proprio loro, i flashback, la Heimat che spesso li riporta a galla e pensandoci bene, i pensieri, soprattutto le rievocazioni del passato, mentalmente si rivelano sempre nella parlata familiare… quella della nostra infanzia, usata con gli amici per parlare di calcio, di musica, di avventure… parole che talvolta sembrano scomparse o usate poco… Vale la pena esplorare il pianeta dialettale e i suoi satelliti, riscoprire parole dimenticate, ormai poco usate o conservate nella sfera familiare… alla scoperta di un’identità che rischia di essere mutata perdendone la sostanza… Immaginiamo per un attimo di essere in un luogo che ci è caro… guardiamoci intorno… dove siamo… cosa vediamo…
Embèn, dénanz, al pòrtech prima dé nar rént, mé sòn fermà a vardar la parisòla su l’ à rbol e po’, abilociade da n’pèz, ho binà ùa spinèla e ampómole… Ebbene, davanti al portico prima di entrare in casa, mi sono fermato a guardare la cinciallegra sull’albero, poi, adocchiate da un bel po’, ho raccolto ribes e lamponi… lé ghé fa la tónda a l’òrt, lé stà lì che niβun lé tòl zó, ma vate ciava, ho dit, prima che vègna vergùn a binarsele mè le slapo mi e finì el filò… circondano l’orto, stanno lì e nessuno le coglie, che importa, mi sono detto, prima che arrivi qualcun altro a raccoglierle, me le mangio io e buonanotte ai suonatori… mé par de ricordar che stì ani ghèra anca n’albor de marasche, bigneria nar a dar n’ociada… e anca un de armelini, lì de dré… mi sembra di ricordare che in passato c’era anche un albero di marasche, dovrei darci un’occhiata, e uno anche di albicocche, dietro la casa…  Ensóma, ‘n fónt al pòrtech ‘ndo che ghè ancór la scala per nar su l’us de casa, spresolér come che són, me són ‘nzopetà ‘nden trabicol sbugnà , e són restà tacà via a pindolòn… insomma, in fondo al portico, dove c’è ancora la scala che porta in casa, frettoloso come sono, sono inciampato in un arnese ammaccato e son rimasto a ciondolare…
Sbozà dalbòn ché són restà ‘n pè, perché ho ris’cià dal bòn dé nar a vòlt, sbregarme le braghe e farme anca mal… Davvero fortunato perché sono rimasto in piedi, ho rischiato di cadere, strappare i pantaloni e farmi anche male… Mé són vardà él bròz cón sóra la bèna empolverà da, ròde mèze enruzenìde… él par mes lì e mai movù da sti ani… ho guardato il carro con il cestone impolverato, le ruote arrugginite, sembrava messo lì da tanto tempo e mai spostato… (continua)
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