Per non dimenticare le vittime tirolesi (2)

Il Battaglione Bozen, trucidato in via Rasella il 23 marzo 1944 non apparteneva alle SS come la malafede ideologica e politica hanno sempre cercato di manipolare, giustificando il massacro ordinato dai vertici comunisti e messo in atto da un gruppo di partigiani. Due volte colpevoli: la prima per aver trucidato con una bomba soldati inermi e semplici civili che si trovavano nel luogo nel momento sbagliato; la seconda per non essersi consegnati al comando tedesco scatenando così la rappresaglia sfociata con l’eccidio delle fosse ardeatine. Se si fossero consegnati avrebbero risparmiato la vita a 335 cittadini innocenti. Il battaglione Bozen era formato da soldati con funzioni di polizia. Provenivano da paesi del Welschtirol (Trentino) e Südtirol come Kaltern, Sterzing, Prad am Stilfserjoch, Luson, Sarnes. Avevano prestato servizio militare italiano ed erano stati inviati a Roma «perché sapevano la lingua italiana».
Di loro, per anni, si cercò di cancellare ogni traccia. Per l’iconografia della Resistenza erano SS naziste al comando di Herbert Kappler. Per la destra, erano italiani „diversi„, in quanto südtirolesi. Così per decenni non vi fu nemmeno una lapide che indicasse i loro nomi. Né alle vedove o alle famiglie fu corrisposto un aiuto, una pensione, un risarcimento. I sopravvissuti all’attentato si contraddistinsero per un gesto non comune di “disobbedienza” al nazismo e alla spietatezza delle sue leggi e dei suoi ordini. Una sorta di obiezione di coscienza. Secondo un’usanza in vigore nelle forze armate germaniche, l’esecuzione degli ostaggi sarebbe dovuta avvenire da parte dell’unità colpita, e cioè del battaglione Bozen. Herbert Kappler chiese che fossero proprio i superstiti dell’undicesima compagnia del “Bozen” a “vendicarsi” dei compagni uccisi, eseguendo le fucilazioni delle Fosse Ardeatine.
Questi, un centinaio di soldati o poco più, compresi i feriti, che stavano nel primo e quarto plotone della compagnia (la bomba esplose in prossimità del secondo e terzo plotone), si rifiutarono di obbedire.
«Noi non possiamo uccidere», dissero. «Noi non siamo capaci di uccidere. Siamo cattolici. Anche se i partigiani hanno ammazzato i nostri compagni e la rabbia è grande, noi non vogliamo uccidere altre persone». Ecco… questo va ricordato per contribuire ad una trasparenza storica e per smetterla con le demagogie e le retoriche “partigiane”. (continua)






