Per non dimenticare le vittime tirolesi (1)

Il 23 marzo di 82 anni fa, una bomba sistemata in un carretto da un gruppo di banditi partigiani del GAP massacrò 33 soldati del battaglione Bozen (ma alla fine i morti furono 46) e alcuni civili italiani. 18 chilogrammi di tritolo collegato ad una miccia ed un detonatore a strappo collocato all’interno di un carretto della spazzatura e, nel confezionamento dell’ordigno, furono collocati chiodi e spezzoni di ferro, al fine di rendere micidiali le schegge che si propagarono al momento dello scoppio. Nel massacro viene trucidato anche Pietro Zuccheretti, 13 anni, il corpicino tagliato a metà, che passava di lì per caso e che nessuno degli assassini del GAP ha pensato di avvertire, né pensato di bloccare la carneficina. L’attentato causò una violenta rappresaglia che, per quanto possa sembrare cinico e aberrante, la Convenzione dell’Aja dichiara fatto legittimo: il codice di guerra prevedeva infatti la crudele ritorsione qualora gli esecutori del massacro non si fossero presentati al Comando tedesco per rispondere dell’attentato.
Il commando partigiano ignorò l’appello dei tedeschi, che rastrellarono 335 persone in tutta Roma. Il giorno dopo, vennero uccise e sepolte nelle fosse Ardeatin. Un altro massacro, evitabile, ma che per vigliaccheria partigiana purtroppo fu portato a termine. L’attentato di via Rasella sterminò due plotoni di militari südtirolesi da sempre considerati come nazisti, ma erano italiani del Battaglione di polizia Bozen, con il compito esclusivo di svolgere attività di Ordine Pubblico, non impegnati al fronte, né impegnati in azioni belliche di alcun rilievo. Il loro compito a Roma fare la guardia agli ex-ministeri italiani requisiti, al Quirinale, al Vaticano e ad altri uffici pubblici. Si può pensare che i partigiani scelsero di trucidare quei soldati forse solo perché facile bersaglio. “Nessuno dei famigliari delle vittime è mai stato risarcito” – ricordò Arthur Atz, contadino di Kaltern, sopravvissuto alla strage, in un’intervista del 2004 – “ma chi mise l’esplosivo ha ricevuto una medaglia”!
La letteratura resistenziale tende a far qualificare l’attentato come azione di guerra, in realtà si trattò di attentato dinamitardo “pensato” da esponenti del CLN e del PCI marcando il battaglione Bozen come SS, uomini delle squadre naziste delle Schutzstaffeln.
In realtà i soldati morti nel massacro partigiano erano cittadini italiani, contadini südtirolesi arruolati nel Battaglione di polizia „Bozen“ durante l’occupazione nazista delle province di Trient (Trento), Bozen (Bolzano) e Belluno (zona di operazioni Alpenvorland), avvenuta subito dopo l’8 settembre. (continua)






