von mas 28.03.2026 18:30 Uhr

Un libro al mese: „Fuga senza ritorno“ – 4°

Con la rubrica „Un libro al mese“, in questo mese di marzo vogliamo ricordare  Siegfried Steger, da poco scomparso.  Riproponiamo quindi ai lettori di UT24 l’autobiografia dell’ultimo dei Puschtra Buibm, tradotta da Max Unterrichter e pubblicata all’interno del volume „Oggi vernice.. domani bombe!“. Oggi pubblichiamo l’ultimo (e profetico) stralcio: „...probabilmente non tornerò mai più da vivo…

Sapevamo che la lotta si stava facendo più dura. Sapevamo anche cosa ci aspettava se fossimo stati catturati. La mobilitazione in Val Pusteria stava diventando sempre più massiccia. Per noi questo significava che dovevamo sorprendere di nuovo le forze di occupazione, colpire in modi che non si aspettavano. Le nostre tattiche di guerriglia divennero più sofisticate.

Il 27 agosto 1964, a Percha, attaccammo una jeep militare utilizzata per dare la caccia ai combattenti per la libertà. Quattro soldati rimasero feriti e dovettero essere trasportati all’ospedale di Brunìco. Avevamo nascosto la carica esplosiva nella sterpaglia, facendola esplodere quando la jeep fu abbastanza vicina, e poi sfruttammo la confusione per fuggire

Quando il 3 settembre 1964, alle 20.30, il carabiniere Vittorio Tiralongo fu ucciso sul balcone della stazione dei carabinieri di Außermühlwald da un colpo sparato da un fienile di fronte, era ovvio che i sospetti cadessero su di noi. Si trattava dell’area centrale dei “Puschtra Buibm”, e noi eravamo effettivamente in zona. Ho sempre detto che non fui io e lo ribadisco. Si è anche detto che l’omicidio potrebbe essere stato dovuto a un atto di gelosia o a una lite interna alla caserma, come ha suggerito recentemente anche l’ex carabiniere Bruno Budroni in un documentario sui “Puschtra Buibm”. Non lo so e non voglio fare ingiustizia alla famiglia di Vittorio Tiralongo. Come ho saputo in seguito, aveva una figlia piccola in Trentino che aveva riconosciuto, ma non poteva ancora sposarne la madre perché i carabinieri potevano farlo solo a una certa età. Secondo la sua fidanzata dell’epoca, stava già cercando un lavoro per poter lasciare i carabinieri; una morte tragica. Una volta in un’intervista ho spiegato a Hans Karl Peterlini che non voglio dare la colpa di tutto quello che è successo in Val Pusteria ai servizi segreti o ad altre cospirazioni, e che siamo stati noi a combattere per la libertà, non i servizi segreti. A quel tempo c’erano anche gruppi di combattimento e singoli esecutori che non sono mai diventati noti e delle cui azioni non so nulla in dettaglio.

Le reazioni all’assassinio di Tiralongo comportarono pesanti fardelli per la mia famiglia e per la popolazione. Entrambi i miei genitori furono portati in caserma. Mia sorella Lina fu imprigionata per tre giorni, mia sorella minore Elsa fu condotta sul luogo del delitto e le fu premuta la testa contro la pozza di sangue di Tiralongo, dicendo: “L’assassino è tuo fratello!”. All’epoca aveva solo 17 anni! Nelle ore successive del mattino, le località di Mühlen, Sand e Kematen furono circondate da un esercito di polizia e furono arrestate quasi cinquecento persone. Il colonnello Francesco Marasco dispose numerosi interrogatori senza trovare alcun indizio concreto. I metodi di interrogatorio non fecero altro che lasciare tracce di odio e ostilità nella popolazione nei confronti degli occupanti, esacerbando i problemi, soprattutto per gli abitanti

Per la lotta per la libertà si arrivò a quella che probabilmente fu la battuta d’arresto più grave di tutte: l’omicidio di Luis Amplatz. Le circostanze mi fanno arrabbiare ancora oggi, e allo stesso tempo non riesco a capire come Amplatz e Klotz abbiano potuto lasciarsi accompagnare dai fratelli Kerbler in quel framgente, sebbene lui stesso avesse messo in guardia me e altri da loro  (…=

La situazione cambiò subito dopo l’omicidio di Tiralongo. L’ordine di “eliminare” i due venne dato direttamente nell’ufficio della questura di Bolzano, secondo i documenti resi noti nel frattempo.  (…)

Con Amplatz perdevo un amico: avevamo, sul serio, riso tanto insieme e ci eravamo sempre incoraggiati a vicenda. Era, come disse una volta Heinrich Klier, “l’anima della lott a per la libertà”. Per noi fu chiaro: dovevamo continuare a lottare

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La lotta per il Sudtirolo non era finita per me con il netto distanziamento da “Ein Tirol”, ma questo percorso non mi convinceva più: la lotta per la libertà era finita. Cominciai a pensare a come continuare la lotta per il Sudtirolo in un altro modo. L’11 maggio 1984 il combattente per la libertà Jörg Pircher,  mi aveva chiesto di pranzare con lui a Innsbruck. Non avevo idea di cosa potesse tratt arsi, ma ero felice di vedere Jörg. Era accompagnato da diversi Schützen sudtirolesi, tutt i vestiti in costume tradizionale in vista della parata nazionale prevista per il 9 settembre per commemorare il 175° anniversario dalla lotta per la libertà del 1809 di Andreas Hofer. Gli Schützen volevano portare di nuovo la corona di spine, come nel 1959. Naturalmente ne fui entusiasta, poiché ero stato lì nel 1959 come giovane aspirante combattente per la libertà

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Alle 11.30 fu dato l’ordine di marciare verso l’arco di trionfo. C’era già un’enorme folla lungo la strada, la sfilata era già in pieno svolgimento, noi stavamo solo aspettando il momento giusto per inserirci. Poi vidi il mio amico Heinrich Niederbacher con un grande striscione: “AUTODETERMINAZIONE PER IL SUDTIROLO – IL TIROLO AI TIROLESI”. Gli feci cenno di avvicinarsi e mi assicurai che lo striscione fosse chiaramente esposto davanti a noi. Alla fine ricevemmo l’ordine di aggiungerci alla sfilata. La gente ai bordi della strada gioiva e ci applaudiva freneticamente.

Era una festa per le nostre anime. La marcia della banda musicale davanti a noi ci facilitava il passo, gli applausi ci accompagnavano, non c’era una sola parola cattiva, sentivamo rispetto e apprezzamento da parte di tutti. Il cambio al volo funzionò in modo impeccabile, come se ci fossimo esercitati per anni. Non una volta la corona di spine venne tolta dalle nostre spalle durante l’intera, lunga sfilata. Quando ci siamo avvicinati al centro storico, intorno alle 15.30, si sono levate grida di incoraggiamento e applausi, sulle guance di alcuni scivolavano lacrime. Marciavo come in trance, senza sentire più le gambe, come se galleggiassi su una nuvola di giubilo e musica. Non sapevo quali forze straordinarie mi accompagnassero: forse tutte quelle anime che avevano combattuto, sofferto e sacrificato la loro vita per la libertà? Passo dopo passo ci avvicinammo alla tribuna, il punto culminante della processione. Al mio comando “Guardate a destra!”, vedemmo il governatore provinciale Eduard Wallnöfer con i suoi fedeli. Ci salutò con le lacrime agli occhi, un’emozione profonda che non gli avevo mai visto prima. Per quest’uomo il confine del Brennero era ciò che aveva sempre rimarcato, ovvero un insopportabile confine di ingiustizia!

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Il mio amico Heinrich Oberlechner è ora sepolto a Mühlen, dove probabilmente non tornerò mai più da vivo. Quanti ricordi sono legati a questo luogo: i giorni felici dell’infanzia, gli anni selvaggi e gioiosi della gioventù, gli inizi di una lott a pacifi ca, le prime azioni, la fuga, e poi il ritorno segreto att raverso le montagne. Quante volte abbiamo guardato i nostri sentieri, le nostre strade e le nostre case dall’alto in basso, e solo una volta abbiamo abbracciato i nostri genitori. A Heinrich non fu concesso nemmeno quello.

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In occasione del suo ottantesimo compleanno vidi mio padre per l’ultima volta. È morto il 17 giugno 1987 e il fatto che non mi sia stato permesso di dirgli addio mi ha colpito profondamente.

Quando mia madre venne a trovarmi ancora una volta nella primavera del 2004, mi disse: “Siegfried, questa sarà probabilmente la mia ultima visita”, sarebbe stata d’accordo se il Signore l’avesse chiamata lassù. Purtroppo questa premonizione è stata confermata. Il 21 giugno 2004 mia madre è morta. Sono grato per i molti giorni meravigliosi delle sue visite e sono anche molto orgoglioso che ci sia stato concesso di avere una donna così forte come madre. Per dieci anni le mie sorelle Lina ed Elsa si sono prese cura di lei, io non potevo aiutarle. Sono estremamente grato a loro per questo.

Questa è la mia storia dei “Puschtra Buibm

„Oggi vernice… domani bombe!“,  edito da Effekt! – è pensato e realizzato espressamente in lingua italiana.  „Nel 1961 il Sudtirolo “esplose“ e non fu un caso – si legge  nella presentazione –  Quali eventi portarono alla violenza? Una luce sulla difficile situazione dell’epoca attraverso le storie di vita dei protagonisti. Uno studio per una migliore comprensione di quel periodo controverso che vive ancora nell’animo dei tirolesi e degli italiani.“  La prima parte è un racconto corale che percorre tutto il „secolo breve“, dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri.  Nella seconda parte è Siegfried Steger – uno dei „Puschtra Buibm” – a prendere la parola e ad accompagnare il lettore dentro alla sua vita, dentro alla storia.  

 All’opera hanno collaborato Rupert Gietl, Cristian Kollmann, Ivan Lezuo, Margareth Lun,  Giuseppe Matuella, Artur Oberhofer, Luigi Sardi, Manuela Sartori, Sara Tovazzi e Maximilian Unterrichter, che ha curato anche la traduzione in lingua italiana  di „Fuga senza ritorno“, l’autobiografia di Siegfried Steger.  

ll libro può essere richiesto  direttamente alla casa editrice Effekt! (ecco  i contatti –   info@effekt.it  / +39 0471 813482   ed il  link –  OGGI VERNICE… DOMANI BOMBE!),  che non a caso ha  deciso di proporre questo  imperdibile „sussidiario storico“ ad un prezzo decisamente accessibile. 

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