Un libro al mese: „Fuga senza ritorno“ – 3

A Blumes ci giungevano notizie sugli arresti in tutta la regione e sulle pesanti torture che venivano inflitte. Al confronto la mia situazione mi sembrava fortunata: preferivo essere in pericolo nella lotta per la libertà della mia patria, piuttosto che subire inerme l’arbitrio degli ufficiali fascisti dell’esercito italiano o addirittura prigioniero indifeso in carcere!
Quanto fosse nervoso e disorganizzato l’esecutivo italiano, lo si poteva intuire dalle notizie su quei sudtirolesi presi a fucilate che non avevano fatto altro che sostare nelle vicinanze di presunti obiettivi di attentato durante la notte, come accadde al bracciante ucciso a colpi di fucile su una funivia per il trasporto di materiale in Sarntal, o al giovane che voleva incontrare una ragazza vicino alla caserma in Val Venosta, o al guardiacaccia di Ratschings Walter Haller, che rimase storpio perché svolgeva il suo lavoro nella foresta di notte. Tutti loro non avevano nulla a che fare con il BAS ma erano stati solo scambiati per terroristi
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Dopo due mesi, il 17 agosto 1961, Luis Amplatz, Sepp Forer, Heinrich Oberlechner ed io partimmo assieme a due amici che ci avevano raggiunto in Nord Tirolo. Uno di loro era Walter Schilcher, che apparteneva al gruppo di Bolzano facente capo a Martl Koch e che era dovuto fuggire dopo la Notte dei Fuochi; un altro era Toni di Innichen, che mi era stato presentato con il nome in codice “Johann”. Ancora oggi non posso chiamare Toni con il suo nome completo. Marciammo attraverso la Zillertal verso il confine. Già dopo la Berliner Hütte calò la nott e. Muniti di equipaggiamento da combattimento, di fucili, del necessario equipaggiamento da montagna e di provviste, ci dirigemmo senza soste verso quota tremila.
Nessuno può immaginare cosa riuscimmo a fare noi ragazzi, e per di più con l’attrezzatura di cui disponevamo all’epoca. Più di 35 chili sulla schiena! Eravamo già sul ghiacciaio e ci eravamo attaccati l’uno all’altro quando, dopo un piccolo passo falso, scivolai sotto lo Schwarzenstein e caddi in una pozza d’acqua. Luis Amplatz mi tirò fuori, ero illeso ma completamente fradicio; continuai a camminare, bagnato dalla testa ai piedi, e questo alla temperatura nott urna del ghiacciaio. C’è un punto in cui non si sente più nulla, si va avanti e basta. Quando fi nalmente raggiungemmo Weißenbach, in Ahrntal, stava gradualmente tornando la luce del giorno. Marciammo fino alle vicinanze dell’Höfler e ci accampammo sot o una roccia sporgente, dove iniziammo i preparativi per i prossimi attentati. Avevamo messo gli occhi su alcuni tralicci e sulla conduttura della centrale elettrica.
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Il giorno dopo tornammo indietro. La tattica era chiara per noi in futuro. Doveva essere un combattimento di guerrriglia, il nemico doveva essere logorato dall’elevata mobilità e potenza di fuoco. Le regole dell’ingaggio in termini di “quando, dove e come” le stabilivamo noi combattenti per la libertà! I carabinieri non riuscivano mai a prenderci, il che provocò presto una rabbia nazionale ma anche un certo rispetto. Ci chiamavano “i bravi ragazzi della Valle Aurina”. Naturalmente non ci facevamo illusioni su cosa sarebbe successo ai “bravi ragazzi”, se ci avessero messo le mani addosso
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Il 21 settembre 1961 Klotz e il suo gruppo, a cui si unì Heinrich Oberlechner, condussero un raid a fuoco contro un’unità italiana a Rabenstein, in Sarntal. Come fu descritto in seguito da tre persone coinvolte nel processo di Graz, Klotz fece cessare il fuoco quando un ufficiale italiano tenne un bambino davanti a sé come copertura. A posteriori non credo a questa versione: nessun italiano farebbe una cosa del genere, pur cotutt e le porcherie contro i torturati, ma un bambino come ostaggio nel conflitt o a fuoco… no
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Nel novembre 1962 Luis Amplatz venne da noi all’Hotel Post e ci invitò ad accompagnarlo a Mittenwald, in Baviera. Lassù aveva buoni amici e voleva procurarsi dell’esplosivo per continuare la lotta in Sudtirolo. Sepp Forer, Heinrich Oberlechner e io accettammo immediatamente. Da un lato vedevamo come nostro dovere sostenere la causa, dall’altro ci piaceva sempre fare qualcosa con il nostro amico Luis Amplatz.
Facemmo il viaggio verso Scharnitz separatamente. Un conoscente accompagnò noi tre pusteresi in auto, quando era già buio, fin vicino al confine, verso Scharnitz; lì attraversammo il confine nel bosco a piedi, dall’altra parte risalimmo in auto al punto di raduno e ci dirigemmo verso Mittenwald dove andammo alla locanda concordata. Luis era già seduto nella stube del locale con i suoi “fornitori”. Dopo un caloroso benvenuto ordinò una birra per tutti e lasciò la locanda con i bavaresi per andare a prendere il materiale. Noi tre dovevamo aspettarli. Luis tornò poco dopo, con il volto raggiante e ordinando birra e Weißwurst con bretzel per tutti. Discutemmo della situazione in Sudtirolo. Ricordo benissimo come Amplatz si arrabbiò parlando delle torture: ci aspettavamo di tutto dallo Stato italiano, ma non simili violazioni della dignità umana. Eravamo anche delusi dall’inerzia dei media e soprattutto dalle reazioni contenute della politica austriaca.
Era giunto il momento di iniziare il rischioso viaggio di ritorno: nell’auto c’erano sessanta chili di esplosivo distribuiti in tre zaini. Prima del confine l’autista ci fece scendere, era mezzanotte ed era buio pesto. Noi tre ci dirigemmo verso l’Isar e lo costeggiammo con attenzione fino a Scharnitz. Senza alcuna fonte di luce raggiungemmo il punto di ritrovo in Austria e proseguimmo, sollevati e di buon umore, fino alla destinazione concordata, dove il materiale fu depositato. Quando eravamo partiti, Luis Amplatz ci aveva elogiato dicendo: “I vostri occhi e il vostro passo sicuro di notte sono simili a quelli di un gatto”.
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Apprendevamo sempre più dettagli sulle torture: minacce di annegamento e soffocamento, mutilazione dei genitali, introduzione forzata di escrementi, degradazione attraverso la nudità, accecamento con lampade al quarzo rimanendo per ore in piedi, percosse, fratture di ossa. Uno dei metodi di tortura più perversi e più utilizzati era la “cassetta”: alla vittima veniva applicata una maschera antigas, poi veniva distesa nuda su un tavolo con la schiena sopra una cassa di legno e legata mani e i piedi, si versava acqua salata nell’apertura del filtro sopra la bocca finché il corpo non si gonfiava. A intervalli, l’acqua veniva fatta uscire di nuovo da chi conduceva gli interrogatori premendo con i pugni sulla pancia. Poi le torture ricominciavano: ai prigionieri venivano inflitte bruciature con le sigarette sul petto, sui piedi e sui genitali.
I medici della prigione si comportavano come se fossero ciechi da entrambi gli occhi. Tutto questo è accaduto nello Stato italiano della seconda metà del XX secolo, nello Stato che aveva stabilito le basi della giurisprudenza europea attraverso il diritto romano
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.Al calar delle tenebre scendemmo con cautela in valle fino a Mühlen. Volevamo andare a trovare i nostri genitori. Un’impresa altamente rischiosa. Ciononostante volevamo arrischiarla. I genitori dovevano vivere con grandi preoccupazioni per i loro figli. Quando arriverà la cattiva notizia? Hanno catturato nostro figlio, lo stanno torturando, gli hanno sparato? Chiunque abbia figli può immaginare le preoccupazioni e talvolta la disperazione di questi genitori. Non ricevevano quasi mai notizie dei loro figli, non erano mai informati sulla loro sorte.
Lasciammo gli zaini, ben mimetizzati, ai margini del bosco sopra Mühlen e osservammo a lungo il terreno che scendeva verso il villaggio. Quando ci sentimmo al sicuro andammo a trovare dapprima i genitori di Sepp Forer, i “Luckner”, verso le 23. Non fu accesa nessuna luce, la gioia dei genitori fu straordinaria. Lacrime di gioia e abbracci di cuore!
Più tardi Heinrich Oberlechner e io lasciammo il Lucknerhof per andare a trovare i miei genitori. Purtroppo Heinrich non poté far visita ai suoi: dopo la morte del padre, la madre si era trasferita da una sorella a Trens. Così mi accompagnò a casa dei miei genitori. Avevamo concordato che ci saremmo rivisti con Sepp all’una di notte ai margini del bosco, dove avevamo lasciato gli zaini. Prima di avvicinarmi alla locanda dei miei genitori, osservai a lungo la casa e la strada, poi attraversai il fienile e raggiunsi la soffitta dalla quale, attraverso una botola, arrivai al secondo piano della casa. Heinrich faceva la guardia fuori. Aspettai che l’ultimo ospite si fosse congedato. Poco dopo la mezzanotte, le luci della casa si spensero e per me arrivò il momento più emozionante. Bussai alla porta della camera dei miei genitori e dissi: “Sono io, Siegfried!” I genitori erano fuori di sé dalla gioia. Mi abbracciarono in silenzio. (…)
I miei genitori mi benedissero, mi abbracciarono e io mi affrettai a partire con Heinrich che mi aspettava fuori per essere puntuale al punto d’incontro stabilito. L’affidabilità tra compagni era un comandamento fondamentale. Fu l’ultima volta che entrai in casa dei miei genitori. Non li ho più visti, non sono più tornato a casa. A questo ricordo, cinquant’anni dopo, mi vengono ancora le lacrime agli occhi.
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Per Mühlen avevamo pensato a qualcosa di speciale per salutare la patria e i suoi occupanti a modo nostro. Era la notte del venerdì precedente la domenica del Sacro Cuore del 1962. Con Heinrich Oberlechner e Sepp Forer scendemmo verso il Taufererboden, poi verso Mühlen e quindi su per la ripida salita verso il nostro nascondiglio, dove arrivammo alle 3 del mattino. Volevamo partecipare alla tradizionale processione della domenica, sopra la chiesa di Taufers, e sparare tre salve d’onore, una dopo ogni Vangelo. Una volta arrivati al nascondiglio, ci riposammo un po’ per essere in forma per il giorno successivo. (…)
Il primo Vangelo terminò, la benedizione fu impartita, la nostra miccia bruciò, poi un tuono risuonò e la sua eco si infranse sulle pareti. Attraverso il binocolo potevamo vedere le reazioni: volti stupiti, facce gioiose, volti sorridenti. Probabilmente la gente intuì che si trattava di un saluto dei “Puschtra Buibm”
Non correvamo alcun pericolo perché avremmo visto da lontano, giù in fondo, qualsiasi soldato o pattuglia di polizia. Durante ognuno dei tre Vangeli, a turno, sparammo mortaretti. Alla fine, la marcia dell’Aquila Tirolese risuonò fino a noi. Ascoltammo in silenzio e con devozione, perché sentivamo che era destinata a noi. Il leggero senso di tristezza per non poter essere presenti scomparve presto. Con tre candelotti di dinamite da trenta decagrammi ciascuno, avevamo dimostrato allo Stato italiano che non avremmo permesso a nessuno di toglierci la nostra tradizione
„Oggi vernice… domani bombe!“, edito da Effekt! – è pensato e realizzato espressamente in lingua italiana. „Nel 1961 il Sudtirolo “esplose“ e non fu un caso – si legge nella presentazione – Quali eventi portarono alla violenza? Una luce sulla difficile situazione dell’epoca attraverso le storie di vita dei protagonisti. Uno studio per una migliore comprensione di quel periodo controverso che vive ancora nell’animo dei tirolesi e degli italiani.“ La prima parte è un racconto corale che percorre tutto il „secolo breve“, dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri. Nella seconda parte è Siegfried Steger – uno dei „Puschtra Buibm” – a prendere la parola e ad accompagnare il lettore dentro alla sua vita, dentro alla storia.
All’opera hanno collaborato Rupert Gietl, Cristian Kollmann, Ivan Lezuo, Margareth Lun, Giuseppe Matuella, Artur Oberhofer, Luigi Sardi, Manuela Sartori, Sara Tovazzi e Maximilian Unterrichter, che ha curato anche la traduzione in lingua italiana di „Fuga senza ritorno“, l’autobiografia di Siegfried Steger.
ll libro può essere richiesto direttamente alla casa editrice Effekt! (ecco i contatti – info@effekt.it / +39 0471 813482 ed il link – OGGI VERNICE… DOMANI BOMBE!), che non a caso ha deciso di proporre questo imperdibile „sussidiario storico“ ad un prezzo decisamente accessibile.






