von mas 14.03.2026 18:30 Uhr

Un libro al mese: „Fuga senza ritorno“ – 2°

Con la rubrica „Un libro al mese“, in questo mese di marzo vogliamo ricordare  Siegfried Steger, da poco scomparso.  Riproponiamo quindi ai lettori di UT24 l’autobiografia dell’ultimo dei Puschtra Buibm, tradotta da Max Unterrichter e pubblicata all’interno del volume „Oggi vernice.. domani bombe!“. Ecco il secondo stralcio: „A casa andai in camera mia e aspettai. Dalla mia finestra potevo vedere in lontananza esattamente il  luogo in cui si trovava il nostro traliccio. Alle quattro in punto una fiammata luminosa si levò da quel posto e capii che il pilone era crollato

Dopo l’azione con l’aquila tirolese sulla parete rocciosa, i carabinieri decisero di adottare una linea più dura. Un giorno mi portarono in caserma. L’interrogatorio fu condotto da un brigadiere di Napoli. Malediceva a gran voce i sudtirolesi, ci chiamava subumani e barbari e minacciava di distruggere questa “razza”: “Bisognerebbe sbattervi la testa contro la roccia fino a renderla piatta come un foglio di carta”, gridava. L’interrogatorio durò dal venerdì pomeriggio al lunedì mattina, senza mangiare e bere alcunché. Più volte dovetti stare in piedi accanto al muro per ore e aspettare di essere chiamato per l’interrogatorio successivo. Continuavo a dire che non avevo nulla da ammettere. Una volta provarono con una vite da cerniera. Minacciarono di chiudere le mie articolazioni con un morsetto e di avvitarle. Dissi loro che comunque non potevo ammettere ciò che non avevo fatto, finché rinunciarono all’idea e il lunedì mi buttarono fuori dalla stazione dei carabinieri.

Quell’esperienza è ancora oggi marchiata a fuoco nella mia mente. Da quel momento sapevo cosa sarebbe successo se mi avessero preso davvero. Ero stato avvertito, ma non intimorito.

Con cautela, in quel periodo cercai di costituire un piccolo gruppo cospirativo. Proprio come Sepp Forer, anche il “Krumpm”-Bui Heinrich Oberlechner era stato mio compagno di scuola fin dai primi anni e uno dei miei più cari compagni nella banda musicale. Heinrich Oberlechner era imparentato con il contadino del maso Höfler, Hans Oberlechner, ma io li avevo conosciuti separatamente e per molto tempo non avevo saputo di questa parentela, che peraltro non ebbe alcuna importanza. Heinrich proveniva da una famiglia povera, da ragazzo era spesso felice che gli venisse offerto qualcosa da mangiare nella nostra locanda: per mia madre era scontato servirgli qualcosa quando veniva da me

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Per le azioni “più grandi”, che progettavo sempre più seriamente con i miei amici, sapevo dopo l’esperienza in caserma cosa ci sarebbe potuto accadere. Giurai a me stesso che non mi sarei mai più fatto arrestare da questi “tutori della legge”. In molte azioni successive, quando il gioco si fece duro, tenni ben presente questo proposito. Una situazione di paura e minaccia, come quella che avevo vissuto durante il mio primo interrogatorio, avrebbe convinto molte persone che era meglio lasciar perdere e desistere. È stata la convinzione di fare la cosa giusta, nonostante tutti i pericoli, a saldarci nel gruppo che in seguito sarebbe diventato famoso e famigerato come i “Puschtra Buibm”.

All’inizio, insieme a me, c’erano Sepp Forer, Heinrich Oberlechner e un altro buon amico rimasto a lungo sconosciuto, Franz Ebner. Heinrich Oberleiter, il quarto dei famosi “Puschtra Buibm”, si unì a noi solo poco dopo.

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NUn giorno, nel 1958, mi contattò un uomo che diceva di essere “Friedl”. Doveva aver sentito parlare della nostra audacia e ci chiese apertamente se non volevamo essere un po’ più efficaci nella nostra comune lotta per la libertà. Disse che conosceva qualcuno che poteva aiutarci in modo professionale. Naturalmente ero d’accordo e felice di farlo. Qualcuno si sarebbe messo in contatto con me, disse “Friedl”, e mi salutò dicendo che doveva andare a Innsbruck.

Pochi giorni dopo uno sconosciuto si presentò alla locanda Kohlgrube e chiese di me. Era Kurt Welser, ancora oggi una leggenda per ardimento e coraggio e, nonostante tutti i rischi, una persona sempre allegra

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All’incontro successivo il nostro gruppo era già stato rifornito di materiale esplosivo, tra cui micce a tempo, e di alcune armi. Kurt Welser era piuttosto sfrontato quando si trattava di consegne. Portava semplicemente la roba con sé in macchina, a volte aveva con sé anche una bella compagna, sempre all’insegna del motto: “La faccia tosta vince!”. Fummo istruiti su come comportarci in caso di arresti e interrogatori da parte della polizia. Gli obiettivi e le procedure erano già stati definiti con precisione, così come erano stati discussi con noi: prima gli attacchi ai monumenti fascisti  come il “Duce di alluminio” alla centrale elett rica di Waidbruck e, con mia grande gioia, il “Kapuzinerwaschtl” a Brunìco, poi i tralicci dell’elettricità in modo che gli italiani rimanessero al buio. E se questo non fosse servito a nulla, la lotta sarebbe stata estesa interrompendo le linee ferroviarie verso l’Italia. A questo scopo, le linee aeree dovevano essere fatte saltare in aria in modo da non provocare danni alle persone, ma solo l’arresto dei treni.

Fino a quel momento lo scenario previsto era in linea con il principio fondamentale di Sepp Kerschbaumer di risparmiare a tutti i costi vite umane. Ma se tutto il resto non avesse funzionato, così si era concordato tra di noi, avremmo dovuto ricorrere alla lotta partigiana.

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Gli attacchi isolati non indussero la politica italiana a riflettere, ma la fecero agire ancora più duramente. In seguito ad un attentato in Val Venosta nel febbraio 1960, furono vietati  tutti gli eventi in tutta la regione, mettendo nel mirino in particolare i festeggiamenti di Andreas Hofer. Per Bolzano questo fu particolarmente grave, poiché domenica 21 febbraio era prevista l’inaugurazione del nuovo monumento a Peter Mayr vicino alla chiesa parrocchiale. Quel giorno il duomo di Bolzano era pieno fino all’inverosimile, anch’io non volli perdere l’opportunità di andare a Bolzano per questo evento.

Quando noi – circa duemila fedeli – uscimmo dalla cattedrale dopo la messa, cantammo la canzone di Andreas Hofer e fu deposta una corona di fiori al monumento di Peter Mayr. Questo bastò per far intervenire la polizia. Da tutte le parti arrivarono a sirene spiegate le auto della “Celere”, i poliziotti saltarono giù e picchiarono la gente con i manganelli di gomma. Le apparecchiature fotografiche furono sequestrate e diversi fedeli furono arrestati. Nel procedimento penale che ne seguì, il pubblico ministero non volle nemmeno che la difesa avesse la possibilità di esprimersi. Tre degli arrestati furono condannati con la condizionale, gli altri furono assolti. E la cattiva condotta della polizia non venne mai indagata.

L’attacco della polizia, passato alla storia del Sudtirolo come la “domenica dei manganelli”, mi aveva profondamente scosso. A me non era successo nulla, ma un ragazzo in costume tradizionale era steso a terra vicino a me mentre veniva picchiato. Quasi non riuscivo a sopportare questa impotenza di fronte al potere dello Stato

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Nel maggio del 1961 arrivò la chiamata di leva con data di arruolamento il 4 luglio 1961. Se non avessimo iniziato al più presto, temevo di trovarmi in una posizione disperata. Nell’esercito mi avrebbero sicuramente tenuto d’occhio e probabilmente non avrei avuto alcuna possibilità di agire in quel periodo. Ma le cose andarono diversamente

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L’11 giugno 1961, un uomo che non conoscevo si presentò all’improvviso nella nostra locanda “Kohlgrube” e chiese di Siegfried Steger. Mi feci avanti e lo sconosciuto disse la parola d’ordine concordata con Kurt Welser, che con tutt a la buona volontà non riesco più a ricordare. Ma all’epoca fu chiaro che si tratt ava dell’intermediario di Welser, venuto per annunciare il giorno del grande att acco. Breve e dirett o disse: “Uomini, stanotte si fa sul serio!”.

Io ero senza parole! Kurt Welser aveva detto che si sarebbe dovuto trasmettere l’ordine almeno tre settimane prima di un’azione pianificata. Ora invece bisognava agire nel giro di poche ore, senza alcuna preparazione.

Mi recai immediatamente da Sepp Forer, gli riferii il messaggio e mi misi al lavoro. Non fu più possibile contatt are Heinrich Oberlechner e alcuni altri, poiché era partito per fare i fuochi del Sacro Cuore. Di conseguenza fummo costrett i ad adatt are i nostri piani alla situazione. Sepp fu incaricato di far saltare il viadotto della conduttura dell’acqua verso la centrale elett rica di Außermühlwald assieme al contadino del maso Höfler, Hans Oberlechner, mentre io come previsto dovevo far saltare assieme a Franz Ebner il pilone dell’elettricità. Era tutt o quello che potevamo fare, anche se avevamo programmato di fare molto di più.

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A casa andai in camera mia e aspettai. Dalla mia finestra potevo vedere in lontananza esattamente il posto in cui si trovava il nostro traliccio. Alle quatt ro in punto una fiammata luminosa si levò da quel punto e capii che il pilone era crollato. Provai un sollievo indescrivibile e tanta gioia, tutto era andato per il meglio. Quella notte in tutta la regione caddero 37 tralicci dell’elettricità

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Verso mattina, mentre mi ero addormentato per un po’, mia madre venne a chiamarmi: “Siegfried, vogliono parlare con te!”. La porta della mia stanza si aprì di scatto ed entrò un brigadiere 

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Mentre tenevo d’occhio il militare con la mitragliatrice, chiesi di andare in bagno. Le guardie non lo permettevano, ma feci capire loro che non ce la facevo più. Mi chiesero dove fosse il bagno, indicai il retro della casa e dissi che due guardie potevano venire con me. Due poliziotti alti come alberi mi presero per le braccia a destra e a sinistra, un terzo camminava dietro di me e mi teneva per la giacca. Mi scortarono sul retro della casa e mi accorsi che lì non c’erano altre guardie. Questa era l’occasione giusta: di colpo allungai in avanti fino al petto le braccia per le quali i due poliziotti mi tenevano, le loro teste si scontrarono, mi liberai e scappai.

Salii le scale esterne, attraversai il fienile e mi precipitai sul ponte verso il pendio sovrastante e verso il bosco. Li sentii gridare e minacciare di sparare, ma avevo già pensato alla via di fuga per questa eventualità. Mi precipitai più avanti nella gola sotto la centrale elettrica, mi tolsi le scarpe e risalii lungo il torrente. In precedenza avevo individuato un punto in cui una roccia svettava in alto e alla cui sommità ci si poteva nascondere. Mi arrampicai su questa roccia e mi rannicchiai in una cavità sulla cima

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„Oggi vernice… domani bombe!“, edito da Effekt! – è pensato e realizzato espressamente in lingua italiana. „Nel 1961 il Sudtirolo “esplose“ e non fu un caso – si legge  nella presentazione –  Quali eventi portarono alla violenza? Una luce sulla difficile situazione dell’epoca attraverso le storie di vita dei protagonisti. Uno studio per una migliore comprensione di quel periodo controverso che vive ancora nell’animo dei tirolesi e degli italiani.“  La prima parte è un racconto corale che percorre tutto il „secolo breve“, dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri.  Nella seconda parte è Siegfried Steger – uno dei „Puschtra Buibm” – a prendere la parola e ad accompagnare il lettore dentro alla sua vita, dentro alla storia.  

 All’opera hanno collaborato Rupert Gietl, Cristian Kollmann, Ivan Lezuo, Margareth Lun,  Giuseppe Matuella, Artur Oberhofer, Luigi Sardi, Manuela Sartori, Sara Tovazzi e Maximilian Unterrichter, che ha curato anche la traduzione in lingua italiana  di „Fuga senza ritorno“, l’autobiografia di Siegfried Steger.  

ll libro può essere richiesto  direttamente alla casa editrice Effekt! (ecco  i contatti –   info@effekt.it  / +39 0471 813482   ed il  link –  OGGI VERNICE… DOMANI BOMBE!),  che non a caso ha  deciso di proporre questo  imperdibile „sussidiario storico“ ad un prezzo decisamente accessibile. 

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