Un libro al mese: „Fuga senza ritorno“ – 1°

Sono nato il 24 ott obre 1939 a Mühlen, secondo fi glio di Frieda e Johann Steger. Il mio villaggio natale appartiene al comune di Sand in Taufers e si trova a circa undici chilometri a nord di Brunìco, nella Tauferer Tal. Fu probabilmente il periodo più difficile per il Sudtirolo dopo la prima guerra mondiale, l’anno delle Opzioni, che mise le persone di fronte alla scelta: o rimanere in Italia, senza un futuro sicuro, o emigrare nel Reich, lasciando la propria Heimat.
Che tempi difficili aveva già passato la popolazione sudtirolese a quel punto. Prima l’annessione del Sudtirolo da parte dell’Italia, nonostante il piano in 14 punti del presidente americano Wilson prevedesse che i nuovi confini avrebbero dovuto essere tracciati secondo criteri etnici; poi la violazione da parte del fascismo di tutt e le promesse fatte dal Re d’Italia: la lingua tedesca fu bandita, i nomi di famiglia e di luogo tedeschi furono cambiati in nomi di fantasia italiani, persino sulle lapidi dei cimiteri. Con l’insediamento di lavoratori italiani per le zone industriali di Bolzano e Merano, di funzionari e uffi ciali con le loro famiglie, la popolazione di lingua tedesca e ladina doveva essere messa in minoranza e italianizzata il più rapidamente possibile. I nuovi arrivati furono favoriti in tutt i i sett ori della vita pubblica ed economica.
Chi si opponeva alla proibizione della lingua e dei costumi rischiava umiliazioni, prigione, tortura ed esilio. A Bolzano il monumento ai Kaiserjäger fu fatt o saltare in aria, e accanto ad esso fu eretto il Monumento alla Vittoria con la sua scritta ingiuriosa. Già all’inaugurazione del Monumento alla Vitt oria fu chiaro che le speranze che molti sudtirolesi riponevano nella Germania erano ingannevoli; addiritt ura alla cerimonia partecipò una delegazione di nazionalsocialisti tedeschi.
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È in questo periodo che sono nato, un anno dopo la mia sorella maggiore Amalia. In realtà, come maschio primogenito, avrei dovuto prendere il nome di battesimo di mio padre e chiamarmi Johann, ma i fascisti lo avevano proibito. Così fui battezzato Siegfried con Johann come secondo nome. In documenti successivi, però, sono stato “ribattezzato” con il nome di “Sigisfredo”.
Nella mia memoria la prima infanzia è stata una vita spensierata, piena di birichinate. Di fatto, i bambini non si accorgono di molte cose che rendono la vita difficile ai genitori. Solo a poco a poco, grazie ai racconti degli adulti, venni a conoscenza dell’ingiustizia subita dal Sudtirolo.
La vita nel nostro piccolo villaggio di montagna era caratterizzata dalla semplicità e da un amore sfrenata per la natura. In estate, quando il tempo era bello, indossavo i pantaloni corti di pelle, che erano tanto pratici quanto unti. Presto iniziai ad arrampicarmi sugli alberi, a scavalcare muri, a provare di tutto. La natura, il bestiame, il maso, erano il mio regno. La mia voglia di muovermi non conosceva limiti, e la mia esuberanza deve aver imperlato più volte di sudore freddo la fronte dei miei genitori. Ho anche provato a fare la verticale sulla ringhiera del ponte, qualche metro sopra il ruscello del paese…
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Non appena fui abbastanza grande, imparai il mestiere di macellaio nella macelleria di casa. Avevo un lavoro che mi piaceva, una famiglia, un villaggio, la natura e il mondo agricolo: tutto sembrava indicare un’infanzia felice. Cosa mi ha spinto allora a diventare clandestino fin da ragazzo ed a combattere per la libertà della mia terra? Probabilmente tutto è iniziato con i racconti dei miei genitori e dei paesani e poi con le mie esperienze personali. Il fascismo era finito ma in molte comunità, compresa la nostra, i podestà italiani erano ancora in carica come capi villaggio, o “Postata” come lo pronunciavamo allora. Inoltre, tutti gli uffi ci e i posti di lavoro pubblici erano occupati quasi esclusivamente da italiani. Bisognava giocare d’astuzia per far sì che rimanesse qualcosa della propria cultura. Così una persona del luogo cercò di ott enere il posto di “Postata”. Riuscì nell’intento e da allora dovett e indossare una fascia verde-bianco-rossa in diagonale sul petto nelle occasioni speciali, con i colori nazionali dell’Italia. Gli abitanti del villaggio furono alquanto sorpresi, ma almeno alcune questioni burocratiche poterono essere portate a termine in modo più agevole rispetto ad un “postata” fascista o post-fascista
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Nell’estate del 1956, quando non avevo ancora 17 anni, accadde
quell’incidente che divenne un evento decisivo nella storia del Sudtirolo. La storia dei “Pfunderer Buam” turbò molto me, la mia cerchia di amici e tutti gli abitanti del villaggio. Il 16 agosto 1956, a Pfunders, un piccolo villaggio di montagna all’ingresso della Val Pusteria, il finanziere Raimondo Falqui fu trovato morto nel letto di un torrente con gravi ferite alla testa. Secondo il rapporto del medico esaminatore, era pesantemente ubriaco.
Questo è quanto si sa dell’incidente: la sera della festa dell’Assunta, Falqui e un suo collega si erano intrattenuti amichevolmente con alcuni ragazzi nel bar del paese e avevano festeggiato con loro. Tuttavia, quando i finanzieri reclamarono improvvisamente l’orario di chiusura, scoppiò un litigio. Secondo l’accusa, i ragazzi picchiarono a morte deliberatamente il finanziere mentre tornava a casa; il fatto fu interpretato e punito come un omicidio politico mirato. Invece tutto lascia pensare che si sia trattato di uno sfortunato incidente e che Falqui, forse dopo una leggera collutt azione, sia caduto dalla strett a passerella che attraversava il torrente e non aveva ringhiere. L’incidente divenne un caso
politico nei giorni successivi. La polizia indagò sul gruppo di avventori, tutti i ragazzi furono arrestati e vennero immediatamente interrogati. Poiché nessuno di loro conosceva l’italiano e gli investigatori si rifiutarono di parlare con loro in tedesco (semmai fossero stati in grado di farlo), fu facile incastrarli per omicidio a sfondo politico. Furono condott i a giudizio in pesanti catene.
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Nella nostra terra si respirava un clima cupo di paura e rabbia, difficilmente comprensibile per i giovani sudtirolesi di oggi. Il mio lavoro di macellaio mi portava ovunque, anche nei masi più sperduti. I contadini non usavano mezzi termini e spesso le discussioni si protraevano fino a tarda notte. A quel punto nacque la già citata esclamazione: “Ci vorrebbe di nuovo un piccolo Andreas Hofer!“
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Più o meno in questo periodo si formò attorno a Sepp Kerschbaumer il “Comitato per la liberazione del Sudtirolo”, in breve BAS. I primi tentativi di costituire gruppi di resistenza risalivano al 1956 e, un po’ alla volta, divenivano ora più concreti. Nella primavera del 1958 i contatti intessuti da Wolfgang Pfaundler, Gerd Bacher e Fritz Molden concretizzano la possibilità, per il gruppo di Sepp Kerschbaumer, di ricevere un forte sostegno dal Nordtirolo e dall’Austria.
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Per l’umore della gente in Sudtirolo – e anche per il movimento clandestino – la manifestazione a Sigmundskron del 17 novembre 1957 divenne un giorno decisivo. Un nuovo programma di edilizia residenziale pubblica per Bolzano, che avrebbe dovuto portare ancora più italiani in Sudtirolo, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Con il motto “Via da Trento” – coniato per denunciare che l’autonomia promessa era rimasta
bloccata a Trento – il Partito Popolare Sudtirolese (SVP) indisse una manifestazione popolare. Invece delle 20.000 persone previste, ne arrivarono almeno 35.000 provenienti da tutta la provincia.
Minuto dopo minuto la piazza si riempì, c’era tantissima gente arrivata da ogni parte della provincia, dai paesi e dalle valli più remote. Gli striscioni recitavano “Il Sudtirolo davanti all’ONU”, “La colonia del Sudtirolo chiede l’autodeterminazione”, “Via da Trento”, “Popolo in pericolo”. Il raduno era pieno di tensione, si sentiva la gioia e l’entusiasmo crescente da tutte le parti, perché erano venuti in tanti e arrivavano sempre nuovi compatrioti. Il leader della SVP Silvius Magnago fu l’oratore principale e chiese il rispetto del Trattato di Parigi, la fine della fi nta autonomia, la fi ne dell’“Alto Adige”, l’uguaglianza davanti alla legge, la giustizia per i connazionali nell’assegnazione del lavoro e della casa e l’aiuto della potenza tutrice Austria. Per me fu una grande giornata, un’esperienza di unità, compattezza e determinazione. Dopo il raduno mi recai con la mia gente di Mühlen alla locanda di Sigmundskron, festeggiando con loro per il trionfo dei nostri compatrioti e per le facce sconcertate dei carabinieri armati fino ai denti. L’umore era alto.
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Nell’estate del 1957 Sepp Kerschbaumer fu condannato per aver esposto in segno dimostrativo la bandiera tirolese. Per protesta allora nella nott e del 15 agosto, la festa dell’Assunta, decisi di appendere la bandiera tirolese vietata in cima al campanile della chiesa. Mia madre aveva cucito la bandiera apposta per me. Alcuni paesani preoccupati cercarono, con un att o di obbedienza preventiva, di togliere la bandiera. Ma erano tutti troppo grassi e troppo imbranati per arrivare in cima al campanile, in questo le mie “sessioni di allenamento” quotidiane mi davano un vantaggio. Alla fine il sacrestano riuscì in qualche modo a rimuovere il vessillo. Non ebbi problemi con le forze dell’ordine italiane perché nessuno sapeva chi avesse appeso la bandiera. Erano le piccole e silenziose soddisfazioni di un combattente per la libertà che aveva giurato di fermare la marcia della morte dei sudtirolesi.
„Oggi vernice… domani bombe!“ – edito da Effekt! – è pensato e realizzato espressamente in lingua italiana. „Nel 1961 il Sudtirolo “esplose“ e non fu un caso – si legge nella presentazione – Quali eventi portarono alla violenza? Una luce sulla difficile situazione dell’epoca attraverso le storie di vita dei protagonisti. Uno studio per una migliore comprensione di quel periodo controverso che vive ancora nell’animo dei tirolesi e degli italiani.“ La prima parte è un racconto corale che percorre tutto il „secolo breve“, dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri. Nella seconda parte è Siegfried Steger – uno dei „Puschtra Buibm” – a prendere la parola e ad accompagnare il lettore dentro alla sua vita, dentro alla storia.
All’opera hanno collaborato Rupert Gietl, Cristian Kollmann, Ivan Lezuo, Margareth Lun, Giuseppe Matuella, Artur Oberhofer, Luigi Sardi, Manuela Sartori, Sara Tovazzi e Maximilian Unterrichter, che ha curato anche la traduzione in lingua italiana di „Fuga senza ritorno“, l’autobiografia di Siegfried Steger.
ll libro può essere richiesto direttamente alla casa editrice Effekt! (ecco i contatti – info@effekt.it / +39 0471 813482 ed il link – OGGI VERNICE… DOMANI BOMBE!), che non a caso ha deciso di proporre questo imperdibile „sussidiario storico“ ad un prezzo decisamente accessibile.






