Non solo teatro: „metateatro“

Cosa significa tradurre un testo in un’altra lingua? Cosa si perde, cosa si trasforma? L’opera di partenza, Crave, è un testo a quattro voci intrecciate (C, M, B, A), che alterna interventi frammentati con un ritmo “jazz”, a brani più estesi in forma di flusso di coscienza. L’autrice Sarah Kane crea immagini vivide, chiare, cesellate e le sfrutta per sprofondare all’interno di crepe scoscese, squarciando con violenza e ironia cupe zone d’ombra interiori. L’andamento della narrazione segue una continua pulsazione emotiva: le relazioni intessute tra le voci rendono estremamente necessarie le parole dette, che fuoriescono come schegge di un pensiero viscerale. Un’interprete, quattro voci, una delle quali rimane in inglese, mantenendo il rapporto con la “matrice” linguistica del testo originale, creando cortocircuiti di suono e senso: Crave offre l’occasione di riportare al centro di una discussione culturale e teatrale il tema della complessità dei linguaggi che ci circondano.
Sarah Kane costruisce immagini di una chiarezza quasi tagliente: non sono mai nebulose o allusive, ma precise, concrete, cesellate come lame. Proprio questa nitidezza visiva le rende insopportabili e necessarie insieme. Kane non usa l’immagine per decorare o per suggerire, bensì per incidere: ogni figura è un varco aperto, un punto di accesso diretto a un’esperienza emotiva estrema. Le sue immagini funzionano come superfici lisce che, a uno sguardo più attento, si rivelano incrinate. È attraverso queste crepe scoscese che la scrittura sprofonda. L’immagine, apparentemente stabile, diventa il luogo di una caduta: non rassicura, ma tradisce. Kane sfrutta la chiarezza formale per condurre lo spettatore dentro territori di disgregazione psichica, dolore corporeo, annientamento affettivo. Più l’immagine è limpida, più il vuoto che vi si apre dentro è profondo. Non c’è simbolismo che protegga, nessuna distanza estetica: ciò che vediamo è esattamente ciò che ci ferisce.
In questo senso, la sua poetica è una poetica della frattura. Le immagini non sono mai punti di arrivo, ma soglie instabili: bordi affilati su cui la lingua perde equilibrio. Kane non rappresenta l’abisso, lo pratica. Usa la precisione per negare ogni consolazione, scava con strumenti chirurgici fino a far collassare l’idea stessa di forma. La crepa non è un difetto dell’immagine, ma il suo vero contenuto: il luogo in cui il senso si spezza e l’esperienza diventa insostenibilmente reale.
Spettacolo in italiano e inglese con sovra titoli in italiano. Domani, 1 7 Febbraio, ore 20.30. Teatro Benvenuto Cuminetti Trento






