von mas 14.02.2026 18:30 Uhr

Un Libro al Mese: Sette volte bosco – 2

Un tempo per morire e un tempo per guarire“. Il romanzo d’esordio di Caterina Manfrini racconta una storia che potrebbe essere quella di tante delle nostre nonne, delle nostre famiglie, vissute un secolo fa „in questa terra contesa che si dibatte tra fragili confini e desiderio di appartenenza.“ Oggi presentiamo il secondo stralcio: „Ma anche al ritorno dalle loro famiglie, si diceva, sarebbero rimasti individui malvisti, strani, austriacanti. Non c’era più nulla in cui credere, non era rimasto loro niente, se non un’uniforme e un cappello sbagliati.“

Adalina si svegliò con una sensazione di prurito alle dita delle mani e dei piedi. Faceva freddo. Aprì gli occhi di scatto, convinta di trovarsi addosso gli sguardi delle altre donne della baracca. Si voltò attorno con sollievo. Era a casa … Si sentiva la testa indolenzita. Avrebbe dovuto procurarsi dei rami secchi, far partire il fuoco, ma il primo istinto a cui cedette quella mattina fu di sciogliersi la treccia. Ciocche di riccioli corvini, sporche e annodate, le ricaddero lungo la schiena. Era rimasta quasi pelata, poco dopo la morte della madre …  «Palle odar spete de loite sterbent allesamont» decretava la madre di Adalina, prendendo in prestito la lingua del marito, “Prima o dopo tutti moriamo”.  Il padre non era nemmeno sopravvissuto al viaggio di andata, si era spento in preda al delirio  … Pregavano per Emiliano, il figlio appena ventenne inghiottito dalla guerra, e pregavano per il loro màs. Con il marito defunto, la madre di Adalina non voleva parlare,  «El me fa paura» diceva. Era convinta che, anche solo rivolgendogli un pensiero, quello sarebbe riuscito a chiamarla a sé. Alla fine, però, la madre c’era finita comunque di là, perlomeno al cimitero di Mitterndorf.

Scacciò quei pensieri. Cercò una pozza tra le sue rocce, e si mise carponi. Immerse la nuca in quelle acque agitate, e, per un istante, si sentì parte del flusso. Si tirò su di scatto. La testa, appesantita dai capelli bagnati, le prudeva, come se il freddo la solleticasse. Il cuore, ringiovanito, le galoppava in petto. Cacciò un urlo, a pieni polmoni, e si scrollò la chioma sulle spalle. Era il momento di andare a caccia di rami secchi per la fornela. Con un po’ di fortuna, avrebbe trovato foglie di „radìkk„, tarassaco, e hummargekraüt, spinaci selvatici. Era ormai un anno che aveva costantemente fame.

Adalina doveva prepararsi. Avrebbe ripiantato quello che aveva, raccolto le radici che trovava, e preparato decotti e unguenti, come le aveva insegnato la madre. Sarebbe andata al mercato in piazza, una o due volte a settimana, e avrebbe venduto quello che poteva. Se Mitterndorf non l’aveva ammazzata, di certo non si sarebbe lasciata morire di fame nel suo màs.

Poi era successo. Da qualche metro più sotto si erano alzati un boato e una nebbia grigia. Una metà di Emiliano era rimasta sveglia, l’altra era caduta. La mina era esplosa e aveva disgregato ogni cosa. Gli aveva rubato l’amico, scaraventandolo lontano. Quando Emiliano si era risvegliato, nel retro di un vecchio carro che scendeva a valle, si era reso conto di non sentire più da un orecchio, quello della sua metà addormentata. Aveva anche un piede fasciato, e presto si era accorto di non avere più le dita. Hirsch gli aveva detto a mezza voce: «Avem pers. I ne porta via»

(…)

Emiliano pensò alla sorella. Riusciva a immaginarsela a malapena. Erano passati ormai anni. Due Natali si erano frapposti tra di loro. Dopo l’ultimo abbraccio ricevuto da Adalina, lui era entrato in un mondo lercio, pieno di ombra e di stenti. Aveva ucciso gente dalla divisa diversa e, quasi in proporzione, aveva seppellito poveri cristi dalle vesti uguali alla sua. Ora che era finito prigioniero in pianura, lontanissimo dai cieli del Lagazuoi, i pericoli più grossi sembravano essere passati.  Ma anche al ritorno dalle loro famiglie, si diceva, sarebbero rimasti individui malvisti, strani, austriacanti. L’Italia, la nuova patria vincitrice, li avrebbe sì accolti, ma non senza sospetto. Sarebbero forse tornati alle loro vite, se ne era rimasto qualcosa, ma non sarebbero mai stati cittadini con le carte in regola. Non c’era più nulla in cui credere, questo ripetevano i compagni come un’orazione prima di coricarsi: i loro baffi alla Francesco Ferdinando, il senso morale che aveva no seguito fino in Galizia, in Bucovina, sulle punte più aguzze delle montagne, dei ghiacciai… Non era rimasto loro niente, se non un’uniforme e un cappello sbagliati.

Adalina aprì la porta e lanciò un’occhiata alla stalla. Un piccolo quadrato bianco, abbandonato ai piedi del vecchio portone, attirò la sua attenzione. Si sforzò di allungare le dita impazzite e di guidarle al recupero di quel misterioso oggetto. Lo sfiorò. Era li
scio. Era sottile. Era un pezzo di carta, il pezzo di carta! Gli occhi le si inondarono di lacrime. Quella lettera cambiava tutto. Un presentimento l’attraversò con un brivido.  Si sforzò di mettere a fuoco la busta. Una grafia arzigogolata, dall’aria formale, indicava il màs come destinatario. La strappò in uno scatto e ne estrasse il contenuto. Sentì un tuffo al cuore. Riconobbe subito gli scarabocchi di Emiliano. Dicevano solo: Lina. En zò per l lttalia. Sto bem, te abrazzo …

(…)

Il sole faceva appena capolino dalla cima del monte Finonchio, e Adalina era già con la gerla e la vecchia piccozza del padre in spalla. In tasca aveva un po’ di pane e formaggio per compensare la fatica. La strada per raggiungere le cime del Pasubio era lunga ed erta. Più in alto si andava, le aveva detto Alba, più si trovavano cose … Giazzera, fino a poco tempo prima utilizzato come avamposto, giaceva immobile nella luce bluastra del primo mattino. Le poche case non esistevano quasi più.  Restavano le fondamenta, ostinate. I campi si erano inselvatichiti ed erano disseminati di filo spinato.  Adalina si fece coraggio. Doveva sbrigarsi a raccattare qualche pezzo e continuare il percorso, prima che la concorrenza divenisse troppo numerosa. Recuperò pezzi di filo spinato e una manciata di proiettili inesplosi e proseguì.

Quando emerse dalla salita delle Uhl, le ginocchia le cedettero. I docili prati di mirtilli, lamponi e larici erano un territorio lunare. Non c’era niente, niente di riconoscibile. Cose e creature erano state rase al suolo. Adalina si accasciò a terra. Degli uomini anziani, un centinaio di metri più avanti, scavavano con dei badili.  Una tristezza profonda la teneva legata al suolo. Per la prima volta, si rendeva davvero conto della furia di quei combattimenti in altezza. Per la prima volta, sfiorava l’inferno che Emiliano doveva avere affrontato in quegli anni. Non sarebbe mai tornato lo stesso ... Un boato interruppe i suoi pensieri. Una nuvola nera si alzò, avvolgendola e facendole lacrimare gli occhi …

Adalina non ricordava nemmeno come avesse fatto a tornare a casa.  Provò a chiudere gli occhi. L’idea di sdraiarsi la terrorizzava. Avrebbe cercato di dormire così, seduta, e l’indomani, con le luci del mattino, si sarebbe fatta di nuovo forza. Un vento insistente, di quelli che si infilavano per la valle da nord, si stava levando tutto attorno. Pareva determinato a spazzare via anche le ultime anime di Terragnolo. Adalina fece un gran respiro. Lei sarebbe rimasta lì, aggrappata alle radici del suo màs, e si sarebbe dimenticata anche dell’orrore di quel giorno.

(…)

Il màs l’accolse con qualcosa di diverso. La stalla, si disse, sforzandosi di mantenere calmo il respiro. Il portone era ancora chiuso come lo aveva lasciato. Un lievissimo mugolio sembrava provenire dall’interno. Adalina rifilò un calcio al portone. Dalla botta, le parve di perdere perfino la sensibilità delle dita. Un ragazzo, sporco e vestito di stracci, sedeva nella fanghiglia, in un angolo. Piangeva. A terra, poco più in là, c’era il filo spinato.

Il ragazzo non si muoveva. Solo il petto, a intervalli regolari, si espandeva in respiri profondi. Il volto, sciupato dal pianto, restava fisso con lo sguardo verso il basso. «Chi set?» fece, schiarendosi la gola. «Sa vòt da mi?»  Pregò che il suo tono suonasse il più minaccioso possibile. Quello non reagì. Adalina si fece più vicina. «Chi set?» ripeté a voce più alta. «Rispondi!»  Doveva essere un soldato, si disse, vista l’età.  Attese che si calmasse, e si rifece sotto, attenta a fissarlo: «Soldato?»  Quello esitò, ma un guizzo gli attraversò lo sguardo. Doveva parlare tedesco. Una morsa strinse la pancia di Adalina: aveva combattuto sotto il Kaiser, come Emiliano. Tirò un sospiro. Gli tese una mano. «Ada» si presentò, e si accorse di avere ancora un tono rabbioso. Quello, dopo una lunga pausa, si alzò in piedi. e porse la mano, divorata dal freddo e da cicatrici biancastre, e per la prima volta accennò un piccolo sorriso. «Stefan» fece infine, con un fil di voce. Doveva essere passato del tempo dall’ultima volta in cui aveva pronunciato il suo nome.

Caterina Manfrini nasce a Rovereto nel 1996. Consegue gli studi in ambito antropologico in Danimarca e a Bologna. La sua passione per le storie la porta a Londra, dove ottiene un master in Scrittura creativa. Nel 2024 pubblica un romanzo per Einaudi Ragazzi, dal titolo „Cugini“.  „Sette volte bosco“  è il suo esordio nella narrativa.

Il libro – dato alle stampe da Neri Pozza Editore –  è disponibile in libreria o sulle piattaforme online.  E‘ già in fase di preparazione anche la sua versione in lingua tedesca: l’uscita è prevista nella primavera 2027, per i tipi di dtv-Verlag.

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