Un Libro al Mese: Sette volte bosco – 3

Stefan, nella sua vita passata, doveva essere stato un contadino. La naturalezza con cui pareva comunicare con la terra e quel che rimaneva dei boschi attorno, da cui ricavava radici ed erbe commestibili, non poteva essere un’arte improvvisata. Non parlava mai, se non a gesti, ma piano piano rivelava espressioni diverse da quella cupa con cui l’aveva conosciuto. Una sera, mentre mangiavano davanti alla fornela, Adalina decise di lanciarsi in un dialogo. Stefan la osservò con espressione corrucciata. Pochissime parole, tutte sibilate: «Schneelawine. Va-lan-ga». Poi aggiunse: «Bisort» … «Woher kommst… du?» chiese poi a Stefan, scandendo ogni lettera. Quello la guardò con le labbra tese come corde sottili. «Ein Dorf» disse poi. Veniva da un piccolo paese. «Tirol?» «Ja» confermò. «In den Bergen».
Bergen, lo sapeva, significava montagne, simile a pèrng in zimbar. Forse il putel veniva da un luogo non troppo diverso da Terragnolo. Forse, dopotutto, il màs gli ricordava un po’ anche casa sua. Quel pensiero, non sapeva nemmeno lei spiegarsi il perché, la rassicurò.
La stazione dei treni di Rovereto lo accolse con l’indifferenza di un venticello di tarda primavera. Emiliano si guardò attorno. Il ponte della ferrovia era stato distrutto dai bombardamenti e pezzi di macerie riempivano le strade. Lungo i binari c’erano uomini non troppo diversi da lui, i volti arrossati e i baffi e le barbe lunghe, seduti su cumuli di stracci. Bandiere italiane sventolavano beffarde dai pochi muri rimasti eretti. Emiliano fece per accelerare il passo, ma una fitta al piede glielo impedì. Come avrebbe potuto mostrarsi alla sorella? Come avrebbe potuto tornare al loro màs, ora che era un uomo per metà?
Trovò il sentiero Sant’Antonio diverso. Era scarno di vegetazione, e lungo la via non incrociò anima viva. Man mano che si avvicinava al màs, però, il sangue riprendeva a scorrergli con prepotenza. La radura gli apparve davanti come in un sogno. Era tornato, era lì. Era tutto vero. Nessuno lo avrebbe più rispedito lontano. Nessuno lo avrebbe più costretto ad abbandonarne i profili, i colori, gli odori. Il suo bosco! I suoi campi! Casa, casa, casa.«Lina, Lina, Lina» si ritrovò a gridare con una voce che non sapeva nemmeno più di avere. Silenzio. Ogni cosa restava immobile. Emiliano sentì un colpo al petto. Che fosse successo qualcosa? Si impose la calma. La fornela era accesa. C’era vita al màs. Doveva esserci anche lei.
Adalina si avviò a passo incerto. Fece il giro del la casa. Stefan era ricurvo sul tetto della stalla. “Girete” pensò, “vardeme”. Adalina chiuse gli occhi: “Scendi, su. Vei zo”. Forse richiamato dai suoi pensieri, Stefan la notò … Una sensazione di calore le riempì la pancia. Cos’era cambiato in lei, in così poco tempo? Che stregoneria la spingeva a fare la matta? Si sporse in avanti, alzandosi in punta di piedi. “Ora o mai più” . Non li separava nemmeno un fiato: se solo avessero preso un respiro nello stesso istante, si sarebbero ritrovati addosso, appiccicati l’uno all’altra. “Te sei arivada fin chì…” pensò Adalina un se condo prima di lanciarsi in avanti. Un rumore secco, proveniente dall’altra parte del màs, la ridestò come da un sonno profondo. Adalina strabuzzò gli occhi e per poco non cadde all’indietro. Una voce si levò in aria, chiamandola a sé: «Lina, Lina, Lina».
Adalina fece capolino da dietro la casa. Gli si fece incontro a passo incerto. «Lina?» ripeté Emiliano. Quella rimase come in attesa. Poi le spalle le si abbassarono e le si aprì un sorriso in volto. «Mascalzom» borbottò, lanciandosi tra le sue braccia. «A la fim te sei tornà davero».
I due fratelli si strinsero, aggrappandosi l’uno al torace ossuto dell’altra. Per un attimo, gli spazi di Mitterndorf, del Lagazuoi e del campo di prigionia si dissiparono. Tra di loro non rimaneva niente, nemmeno la linea retta delle stagioni trascorse lontani. In
quel momento erano insieme, il tempo era divenuto un cerchio, e con quell’abbraccio tornavano al principio.
Emiliano percepì una presenza estranea nell’istante in cui mise piede nel màs. Nell’aria c’era un lezzo diverso, come quello di un animale impaurito. Era un odore che aveva già sentito tante volte negli ultimi tempi. Lo aveva sentito sul Lagazuoi, lo aveva sentito nella marcia al campo di prigionia, nella baracca dove dormivano e sul treno di ritorno. C’era qualcuno con la sorella. Qualcuno che, come lui, aveva addosso la coltre sporca della guerra. «Devo dirti una cosa» disse Adalina «Ho dato da dormire a un putel, un Kaiserjäger come te. Parla solo tedesco, ma ho capito che era sul Pasubio. Era ferito e messo male. In cambio, mi ha aiutata coi mestieri».
Emiliano si passò una mano sugli occhi. Non poteva essere. Non aveva nemmeno fatto in tempo ad arrivare a casa che già si trovava ad affrontare una di quelle stramberie di cui parlavano Hirsch e Giordano! Per una cosa del genere poteva finire arrestato. Doveva pensare, dove va calmarsi. Inspirò. Per come la vedeva, c’erano due possibilità. La prima, quel putel era una spia. Il nuovo governo lo aveva spedito a controllare le sue mosse, a vedere se davvero un austriacante poteva diventare
un cittadino onesto, in grado di denunciare un compagno Kaiserjäger alle autorità italiane. La seconda, il putel era davvero un Kaiserjäger dal Pasubio, probabilmente scappato prima della fine dei combattimenti. Anche in quel caso, se qualcuno fosse venuto a sapere che ospitavano un fuggiasco, disertore e chissà che altro, Emiliano sarebbe finito ancora più nei guai come cospiratore.
(…)
Al buio, Emiliano prese a rigirarsi sul suo vecchio materasso. Lo vedeva negli occhi di Adalina, il pezzente che era diventato. Aveva creduto di tornare ad aiutare la sorella a ricostruire la loro vita. Eppure, lei se l’era cavata benissimo in sua assenza. Aveva comprato una capra e aveva trovato un putel che gli sistemasse quello che c’era da riparare per l’inverno. Emiliano, al contrario, era un peso. Era un uomo spezzato, invecchiato tutto d’un colpo. Di fronte alle sue paure, Adalina aveva scrollato le spalle. Stefan non era una spia, aveva ribadito lei, a bassa voce ma con tono deciso, e sarebbe andato a casa presto, dopo essersi rimesso del tutto.
(…)
Trovò la sorella seduta in un angolo. Ai piedi aveva un secchio pieno del latte di Maal. In mano, si rigirava la pipa di Stefan. Emiliano cacciò un sospiro di sollievo. Stefan se n’era andato. Forse quel problema poteva dirsi risolto. Adalina, toccata dalla furia di quella fuga, pareva essere rimasta senza parole…
Caterina Manfrini nasce a Rovereto nel 1996. Consegue gli studi in ambito antropologico in Danimarca e a Bologna. La sua passione per le storie la porta a Londra, dove ottiene un master in Scrittura creativa. Nel 2024 pubblica un romanzo per Einaudi Ragazzi, dal titolo „Cugini“. „Sette volte bosco“ è il suo esordio nella narrativa.
Il libro – dato alle stampe da Neri Pozza Editore – è disponibile in libreria o sulle piattaforme online. E‘ già in fase di preparazione anche la sua versione in lingua tedesca: l’uscita è prevista nella primavera 2027, per i tipi di dtv-Verlag.






