von mas 28.02.2026 18:30 Uhr

Un Libro al Mese: Sette volte bosco – 4

Un tempo per morire e un tempo per guarire“. Il romanzo d’esordio di Caterina Manfrini racconta una storia che potrebbe essere quella di tante delle nostre nonne, delle nostre famiglie, vissute un secolo fa „in questa terra contesa che si dibatte tra fragili confini e desiderio di appartenenza.“ Oggi presentiamo l’ultimo stralcio: „E averia tolt ’na decisiom, ci ho pensato a lungo» annunciò Adalina. Fece una pausa. Le guance le presero colore. «Mi ghe voi bem…» „

Adalina

Adalina si precipitò in casa con le vesti fradicie, i capelli scompigliati e il volto pieno di spavento. «Hanno trovato Stefan» disse, lasciandosi scappare un singhiozzo. Era trafelata, e faticava a ricacciare indietro il fiatone e un pianto che premeva per uscire. «Prendi il bastone, vei, vei!»  … Entrarono nell’osteria. Disteso su un vecchio tavolo, finalmente, vide il putel. Una benda gli copriva il capo. Sembrava pieno di lividi.   «Quasi el moriva». Adalina si era fatta pallida come il latte di Maal. «Provava ad andare a casa e per poco non ci lasciava la pelle, nella tempesta»  …   «El parla –  strillava una donnaL’ha slambrotà su qualcos» «En todesc?» «No, no. En talian, polito polito».

(…)

Una volta dentro, Emiliano  si richiuse la porta dell’osteria al le spalle.  Avanzò a tentoni.  Nella semioscurità vide che qualcuno aveva portato una coperta e una piccola pila di stracci che il ragazzo usava come cuscino. Quello, accortosi di una presenza, stava guardando nella sua direzione con occhi sbarrati. Emiliano estrasse dalla tasca il suo coltello da caccia e glielo puntò contro, avvicinandosi. «Parla, spia» sibilò.  «Bru» si affrettò a mugolare quello. «No». «Cosa?» «Bruno!» Agitò l’altra mano verso l’alto, in segno di resa. Ora tremava. «Mi chiamo Bruno. Ti prego. Ti dico tutto»  …

«Quindi no te sei cruco e no te sei ’na spia?»  Emiliano non riusciva più a tollerare quelle sue parole. La sua storia gli pesava sulle spalle come un macigno. Bruno fece per scuotere la testa, ma si bloccò, il volto contratto in una smorfia di dolore. «Te lo giuro sulla mia vita». Emiliano prese a camminare da una parte all’altra del locale. Si rigirava il coltello tra le mani. «E adesso, che ci faccio con te?» Bruno si strinse le mani. «Sparisco. Non mi faccio più vedere»

(…)

Emiliano aveva ripreso a dormire di notte e lavorare di giorno. Lui e Adalina, però, dalla scomparsa del putel, parlavano a malapena. La sorella, riferendosi ancora a lui come Stefan, gli aveva chiesto solo una volta, il giorno seguente al fatto, che cosa ne pensasse. Emiliano aveva fatto spallucce: «Si sarà ripreso. Sarà ’nà a so casa». «Ma parlava in taliano, quando si è svegliato, capisci?» Lui aveva evitato il suo sguardo. «Non pensarci più, Lina, a quell’imbroglione. Ormai è andato». Le spalle di Adalina si erano incurvate. «’Z hattmar ågegrift ’z hèrtz» aveva mormorato. Lo diceva il padre al la madre quando le portava falchetti rimasti feriti nelle loro trappole da curare: «El m’ha tocà el cor».

Emiliano arrivò alla khesar che le stelle già facevano capolino in cielo. Stese la coperta sotto il larice senza punta.  Il tempo, pensò prima di addormentarsi, stava passando. Lavorò senza interruzione per tutto il giorno seguente. Il sole cominciava a scaldare anche in quota e intiepidiva pietre, legno e suolo. Nelle lunghe ore che trascorreva ricurvo, il profumo del larice e dei pini mughi, seppur radi, gli entrava nelle narici. Si sentiva sempre più un tutt’uno con quel piccolo spazio di terra, Era l’unico posto dove la fatica, invece che appesantirlo, lo rendeva più leggero.

Se la khesar si poteva ricostruire, se i cespugli di mirtilli e lamponi potevano tornare, si diceva, forse anche il vecchio Emiliano, l’höbarspringar che non conosceva paura, non era scomparso per sempre.  La sera rimase sveglio fino a tardi. Aveva quasi paura ad abbassare le palpebre e a lasciare la khesar, ormai ricostruita a metà, in balia della notte.  E poi, pensava, si poteva dormire di fronte alla bellezza di quel cielo? La montagna era sull’orlo di un’estate senza spari. Lui, finalmente, era tornato da lei: questa volta senza fucile, senza baionetta. Le si presentava con il cappello tra le mani, orfano e con mezzo piede in meno, e le chiedeva di accoglierlo. Era tutta lì, la verità.

Adalina si svegliò di buon’ora per andare al mercato. Aveva preparato olio di iperico e infuso di radìkk e pipakåna, tarassaco e fiore di tarassaco. Si mise in un angolo della piazza, il solito. Non era la sola a vendere rimedi di montagna, e la
concorrenza tra le abitanti di Terragnolo l’aveva vista anche lungo il sentiero Sant’Antonio. «Tarassaco che para via la tos» prese a strillare. «Oli che para via la depresion!»

A mezzogiorno fece una pausa. Il sole scaldava e c’era un’aria umida che le faceva appiccicare la veste alle gambe. Aveva venduto poco… Fece per rimettere tutto nella gerla quando, con la coda dell’occhio, si accorse che qualcuno la stava fissando. Un’altra cliente? Si voltò di scatto. Lo vide. Non aveva più la barba e portava i capelli cortissimi. Era vestito di scuro e ai piedi aveva delle sgalmere. Gli occhi, però, erano sempre gli stessi.

 

Adalina ed Emiliano si trovarono entrambi ginocchioni accanto al Leno. Chiedevano all’Anguàna di condividere con loro le antiche conoscenze dell’arte casearia. Il padre aveva sempre assicurato loro che, senza il consenso dell’Anguàna, il formaggio non veniva. Ora che la khesar era stata rimessa in piedi, servivano le sue doti e quel pizzico di magia che li avrebbe aiutati nel loro progetto di rispolverare la kaldìara di rame per farci il formaggio. Un giorno, quando sarebbe stato buono a sufficienza, lo avrebbero venduto al mercato. In un prossimo futuro, non appena avessero avuto abbastanza soldi, si sarebbero comprati un caprone, e da lì il loro minuscolo gregge sarebbe a poco a poco cresciuto. Allora Emiliano avrebbe occupato le terre alte nella fase di produzione, e Adalina, dal màs, si sarebbe impegnata nella vendita, recuperando le caciotte a metà strada una volta alla settimana. In quel momento, però, chiedevano solamente la benedizione del torrente.

«Devi immergerti con la testa» fece Adalina. Emiliano le lanciò un’occhiataccia. «Per cosa, po?» «T’el digo mi, fidete. Immergiti con gli occhi aperti». Emiliano sbuffò, ma obbedì. Si ritirò su a prendere fiato.  «Alora?» domandò la sorella. «Te g’hai mes en bel poc».  Emiliano scosse il capo bagnato. «Si vede che avevo cose da imparare». «Ho un bel presentimento». «Sì» rispose lui. «Forse anche io». Tornarono verso il màs l’uno accanto all’altra

«Devo dirti una cosa» esordì Adalina. Emiliano parve non farci troppo caso e continuò a riempire la borraccia di acqua. «Una cosa che non ti piacerà».  Il fratello ripose la borraccia nella gerla. «Dime, alora». Adalina sospirò. Ora o mai più, si disse. Doveva anche lei tuffarsi a occhi aperti. «L’ho rivisto» fece. «Ho rivisto il putel, Stefan... che poi si che poi si chiama Bruno, in verità».L’ho visto per caso, al mercato. Ha trovato lavoro in una fattoria poco sopra Rovereto» continuò Adalina. «Si vergognava a parlarmi, ma io volevo una spiegazione, allora si è convinto». «Lina» fece Emiliano, sforzandosi di sfoggiare un
tono intimorente, che lei tuttavia ignorò. «E averia tolt ’na decisiom, ci ho pensato a lungo» annunciò Adalina.

Emiliano prese un respiro. Si sforzò di mantenere lo sguardo sulla sorella  «L’è ’n bravo putel, un bravo lavoratore» disse lei, passando a un tono più dolce. «E so che potrebbe essere rischioso per te avercelo in casa, ma ora lo hanno assunto in questa fattoria e…» Fece una pausa. Le guance le presero colore. «Mi ghe voi bem».

 

Emiliano raggiunse la khesar che mancava poco a mezzogiorno. Si sedette con la schiena contro il muro ricostruito con l’aiuto dell’amico. I raggi del sole lo accarezzavano. Socchiuse le palpebre. Quel posto, almeno per il momento, era semplicemente un fazzoletto di terra che, nonostante le angherie subite, accettava di ospitarlo. Era un posto che aveva vissuto cose brutte, negli ultimi tempi, ma era anche un luogo che conosceva cose di lui e della sua famiglia che nessun altro avrebbe mai potuto conoscere. Era un guardiano del passato, a cui Emiliano, ne era sempre più certo, voleva affidare anche il suo futuro.

La vita correva lungo un cerchio, così gli avrebbe ribadito suo padre, se solo fosse stato lì con lui. Avrebbe riso e fatto finta di bussargli sulla sua testa vuota come su un vecchio portone, ricordandogli ancora una volta quel suo insegnamento. Solo accettando che le cose andavano e venivano, che niente era dovuto e che tutto scorreva come l’acqua, avrebbe potuto essere libero.

Caterina Manfrini nasce a Rovereto nel 1996. Consegue gli studi in ambito antropologico in Danimarca e a Bologna. La sua passione per le storie la porta a Londra, dove ottiene un master in Scrittura creativa. Nel 2024 pubblica un romanzo per Einaudi Ragazzi, dal titolo „Cugini“.  „Sette volte bosco“  è il suo esordio nella narrativa.

Il libro – dato alle stampe da Neri Pozza Editore –  è disponibile in libreria o sulle piattaforme online.  E‘ già in fase di preparazione anche la sua versione in lingua tedesca: l’uscita è prevista nella primavera 2027, per i tipi di dtv-Verlag.

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